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8 Ottobre Ott 2017 1200 08 ottobre 2017

Fumo, i numeri del vizio

Guadagni per 14,2 mld e una spesa medica che va tra i 6 e i 10. Mentre la nuova microtassa porterebbe a un gettito di 600 milioni. Ecco il bilancio del mercato dei prodotti del tabacco nel nostro Paese.

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Un centesimo in più per ciascuna sigaretta, così da sostenere la spesa sanitaria. A tanto ammonterebbe quella che è già stata rinominata «microtassa sul fumo». Proposta nel 2016 per aumentare le risorse a disposizione nella lotta al cancro, era stata poi accantonata a seguito delle proteste dei consumatori. Ma potrebbe tornare ora, in tempo di Manovra economica, sebbene non ci sia stata alcuna ufficializzazione. Da un lato, insomma, il dicastero guidato da Beatrice Lorenzin (che ha ribadito che la sua idea «resta sempre valida») vorrebbe scoraggiare i fumatori, dall'altro punta sul loro vizio per scongiurare nuovi tagli alla spesa. Ma quanto potrebbe portare nelle casse dello Stato? Quanti sono i fumatori in Italia? Quanto incidono sulla spesa sanitaria e quanto contribuiscono economicamente al benessere della collettività acquistando quotidianamente uno dei prodotti più tassati?

I fumatori italiani sono il 22,3% della popolazione, pari a 11,7 milioni di persone.

Partiamo anzitutto dal dato relativo alla tassazione sul tabacco. La micro-tassa proposta da Lorenzin nel 2016 sembra poca cosa: 1 centesimo a sigaretta. In realtà, il “fumo” è il prodotto più tassato dallo Stato. I tabacchi lavorati, a fini impositivi, vengono distinti in: sigarette, sigari, sigaretti, trinciati, tabacchi da fumo e da fiuto. Su questi gravano: il dazio (se proviene da Paese extraeuropeo), l'accisa e l'Iva. Marginali l'aggio del rivenditore, nella misura fissa del 10% del prezzo, e la quota di spettanza del produttore che è residuale.

TRA ACCISE, IVA E RICAVI. Questo vuol dire che, su un ipotetico prezzo pari a 100 per semplificare il calcolo: 58,5 è l'importo versato nelle casse dell'erario a titolo di accisa; 18 è l'ammontare dell'Iva; 10 è il guadagno del rivenditore; 13,5 l' incasso per il produttore. Sommando le prime due voci, su un prezzo pari a 100, la tassazione complessiva è di 76,5. La tassazione poi è mirata: maggiore per i prodotti più venduti, minore per i prodotti meno diffusi. Per i sigari, per esempio, a fronte di un prezzo di 100, 25 è l'accisa, 18,03 l'Iva e la quota maggiore è spartita tra rivenditore (10) e produttore (46,97). Il prezzo corrente di ciascun prodotto della categoria dei tabacchi lavorati è indicato - e costantemente ritoccato - nelle tabelle di ripartizione fissate con decreto del direttore generale dell'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato.

DOVE IL VIZIO COSTA CARO. Nonostante questo, l'Italia non è tra le nazioni in cui il tabacco costa di più. Esistono persino applicazioni per smartphone che riportano quotidianamente i listini mondiali così da venire incontro alle necessità dei fumatori in viaggio, indicando loro gli Stati in cui il vizio del fumo costa meno. Si scopre così che chi è diretto negli Usa o in Australia farebbe meglio a dotarsi dei cerotti alla nicotina, visto che il costo di un pacchetto oscilla dai 13 dollari di New York ai circa 20 di Melbourne (16,67 euro). E in Europa? Il Paese in cui il vizio costa di più è la Norvegia: circa 12 euro a pacchetto, cifre analoghe in Irlanda e nel Regno Unito. Per risparmiare bisognerebbe recarsi in Giappone (meno di 4 euro) o in Cina (poco meno di 3 euro).

11,7 mln col vizio: l'aumento dell'imposta porterebbe 600 mln di euro

I dati italiani.

Secondo i più recenti dati di Doxa, nel nostro Paese fuma regolarmente il 22,3% della popolazione, pari a 11,7 milioni di persone. Dato in lieve crescita rispetto al 2016. Gli ex fumatori sono invece il 12,6% e i non fumatori il 65,1% della popolazione. Si fumano in media 13,6 sigarette al giorno con un picco di 14,1 sul target 45-64 anni e il 93% fuma sigarette confezionate. Dati che ci permettono di intuire la portata della tassa proposta dal ministro Lorenzin: attorno ai 600 milioni di euro. Una cifra importante, soprattutto se, come aveva dichiarato la ministra, fosse impiegata nelle terapie e nella ricerca contro il cancro. A questo punto, la domanda sorge spontanea: lo Stato ha bisogno del gettito dei fumatori?

LO STUDIO IN REPUBBLICA CECA. Questo ragionamento era già stato fatto, nel lontano 2001, da Philip Morris con un rapporto diffuso in Repubblica Ceca in cui all'epoca controllava circa l'80% del mercato. Secondo lo studio della Arthur D. Little International, commissionato dal produttore di sigarette, il fumo aiutava i conti dello Stato due volte: da un lato con un maggior gettito dato dalla tassazione sul tabacco e, dall'altro, consentiva al Paese di risparmiare ogni anno circa 30 milioni di dollari tra assistenza sanitaria e pensioni. Come? Con la morte dei tabagisti incalliti. In seguito alle proteste, la Philip Morris fu costretta a chiedere pubblicamente scusa, ma la domanda, per quanto cinica, resta valida: per le finanze dello Stato è più conveniente avere cittadini longevi e spendere quindi in assistenza sanitaria e pensioni, oppure un'alta percentuale di popolazione che regala molti soldi ai monopoli e poi non arriva alla terza età a causa del fumo?

L'Italia incassa 14 mld ma ne spende tra i 6 e i 10 per curare i fumatori

Ogni anni il fumo uccide 80 mila italiani.

Sforzandosi di ignorare i circa 80 mila morti annui a causa del tabacco solo nel nostro Paese (nel mondo secondo l'Oms sono 6 milioni), proviamo a dare una risposta. Il XVI Rapporto Nomisma sulla filiera del tabacco in Italia ci dice che, nonostante la crisi, nel 2012 (ultimo dato disponibile) tra Iva e accise lo Stato italiano ha incassato dalla vendita dei prodotti da fumo 14,2 miliardi di euro. E l'importo supererebbe i 15 miliardi se non ci fosse il commercio illegale che pesa ormai più del 10% del totale. Inoltre, bisogna considerare che l'intera filiera offre lavoro a quasi 190 mila persone, tra tabacchicoltura e tabaccai.

IL COSTO SOCIALE. Meno fumatori in circolazione e più il settore rischia di entrare in crisi. Vero, ma bisogna anche considerare che il fumo compie stragi: solo in Italia nel 2015 è stato responsabile di 49 mila tumori, 23 mila malattie cardiovascolari e 21 mila patologie respiratorie (Institute of Health Metrics and Evaluation). Oltre alla perdita di vite umane, è duplice il costo sociale in termini di mancata produttività e spesa sanitaria: tra i 6 e i 10 miliardi di euro, più del doppio secondo Rand Europe.

LE STIME DELL'OMS. Secondo l'Oms, se i legislatori di tutto il mondo tassassero ulteriormente il tabacco, imponendo un aumento dei prezzi di 80 centesimi a pacchetto, si salverebbe il 9% della popolazione. L'aumento ipotizzato da Beatrice Lorenzin sarebbe pari a 20 centesimi. In base agli studi fatti in passato, dunque, si può affermare che consentirebbe di incamerare una cifra importante di nuovo gettito e contribuirebbe a far passare il vizio a molti italiani, soprattutto tra i più poveri. Resta da vedere se la nuova tassa arriverà nella manovra economica o se finirà in fumo.

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