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9 Ottobre Ott 2017 1137 09 ottobre 2017

Finmeccanica, Pozzessere: «Io, vittima della giustizia»

L'ex direttore commerciale era accusato di corruzione internazionale. Il reato è stato prescritto, ma lui fa ricorso. E a L43 dice: «Non sono i pm l'unico problema, il sistema è malato di burocrazia».

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Era il potente direttore commerciale di Finmeccanica durante la gestione dell’"imperatore" Pierfrancesco Guarguaglini, nel pieno dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi. Paolo Pozzessere fu arrestato il 23 ottobre del 2012. «Arresto eccellente», titolarono i quotidiani che in quei mesi davano conto delle inchieste della procura di Napoli sulla holding della Difesa. Da Nord a Sud, manager e politici finivano nel registro degli indagati. L’accusa era di corruzione internazionale in concorso con Valter Lavitola, l’ex editore dell’Avanti. Le indagini condotte dalla Digos di Napoli e dai carabinieri del Noe di Roma puntarono i riflettori sulle forniture di Finmeccanica, Agusta Westland, Telespazio e Selex al governo di Panama.

REATO PRESCRITTO. «Il 22 settembre 2017», dice ora Pozzessere a Lettera43.it, «dopo non so quanti rinvii, la seconda corte di appello di Roma ha decretato come prescritto il mio reato. Questo processo non è servito a niente se non a farmi passare tre mesi a Poggioreale. Eravamo in 12 in una cella di 20 metri quadri. E se devo fare dei ringraziamenti sono per il cuore enorme del personale di custodia del carcere, ma soprattutto dei miei compagni di cella. Erano tutti napoletanissimi e, a parte il calcio, mi hanno reso possibile sopravvivere in una cayenna al centro di un Paese che si dichiara democratico».

L'ACCUSA SI DILEGUA. Dopo cinque anni, di quel processo non è rimasto nulla. Tanto più che persino i titolari dell’accusa non si sono più presentati in aula. «Voglio giustizia piena», aggiunge Pozzessere, «quindi il 6 ottobre 2017 abbiamo presentato ricorso conto la sentenza di prescrizione. Negli atti del dibattimento svolto, dalle audizioni dei testimoni dell’accusa (quelli della difesa non sono mai stati sentiti) è assolutamente evidente la totale mancanza di prove a mio carico». Pozzessere vuole un risarcimento: «Sono stati anni difficili, la mia famiglia ha dovuto sopportare una gogna mediatica senza precedenti. E devo dire grazie ai miei avvocati Carlo Marchiolo a Roma ed Enrico Tuccillo a Napoli, che con la loro saggezza hanno saputo contenere la mia rabbia».

La procura di Napoli ha agito direi anche in buona fede. Ma con una grossa dose di ignoranza della materia

Paolo Pozzessere

Ma come si è arrivati a questo punto? Racconta Pozzessere: «Nel 2012 fui arrestato con una motivazione inesistente, pericolo di fuga. La procura di Napoli era stata convinta da miei ex colleghi totalmente inaffidabili che Finmeccanica utilizzasse i contratti internazionali per finanziare la politica del governo di allora, Lega Nord, Forza Italia e Udc: vedi il caso elicotteri India». Quest’ultimo processo è ancora in corso. Il 26 ottobre ci sarà udienza a Milano per l’appello-bis a carico dell’ex amministratore delegato Giuseppe Orsi. «La procura di Napoli», continua, «ha agito direi anche in buona fede. Ma con una grossa dose di ignoranza della materia. Sono stato arrestato e mi sono ritrovato nel carcere di Poggioreale dove mi è stato più volte chiesto di confermare questo assurdo teorema. Mi sono rifiutato. Avrei dovuto inventarmi fatti ed accusare persone innocenti, e trascorsi tre mesi, ovvero il massimo per quel tipo di reato, in carcere».

«UNA SCUSA PER ARRESTARMI». L’ex direttore commerciale non si vuole dilungare sul contratto di Panama perchè «nulla di illegale era stato commesso. Era solo una scusa per arrestarmi. I magistrati erano convinti, ripeto in buona fede, del loro teorema». Nel frattempo l’indagine è stata trasferita a Roma per competenza territoriale. «Quando sono uscito dal carcere sono subito tornato in azienda, ma dopo sei mesi passati a guardare il muro della mia stanza ho trovato un accordo e sono andato via dal gruppo. Avevo davanti un probabile processo e cinque inchieste aperte dalla procura di Napoli». Prosegue Pozzessere: «Mi sono recato più volte a Napoli in procura e con pazienza spiegai soprattutto al dottor Vincenzo Piscitelli, oggi aggiunto e del quale ho apprezzato l’etica e l’intelligenza, come funzionava il business internazionale».

UNA BUROCRAZIA MALATA. Alla fine diverse inchieste sono state archiviate dalla stessa procura. «Ma il Gup di Roma», aggiunge Pozzessere, «nonostante si sia preso tempo per decidere, e non capita quasi mai, ha concesso il rinvio a giudizio solo ed esclusivamente perché avevo scontato tre mesi di custodia cautelare». In pratica «Paolo Ielo è stato stato costretto a fare questo processo ma da un certo punto in poi l’accusa non si è più presentata in aula». Colmo dei colmi, «il mio interrogatorio lo ha dovuto condurre il mio avvocato». Secondo l’ex direttore commerciale della holding della Difesa, «la giustizia in Italia è un problema serissimo che non riguarda solo i procuratori come i giornali fanno credere. È una grandissima macchina, ci sono milioni di processi in attesa di giudizio, incagliati nella burocrazia malata di un Paese malato di burocrazia».

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