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11 Ottobre Ott 2017 1916 11 ottobre 2017

Mps, le indagini superficiali sulla morte di David Rossi

Dal mancato sequestro dei filmati interni agli scarsi accertamenti sugli ingressi di Rocca Salimbeni: le falle della prima inchiesta, nel libro scritto da Davide Vecchi di cui L43 anticipa un estratto.

  • Davide Vecchi
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David Rossi, capo della comunicazione di Mps, viene trovato morto la sera del 6 marzo 2013 nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Sin da subito i magistrati di Siena titolari delle indagini, Nicola Marini e Aldo Natalini, propendono per la tesi del suicidio tanto che dopo appena tre mesi sono pronti a chiedere l'archiviazione che viene disposta dal gip il 6 marzo 2014, con un tempismo quasi macabro. Dopo due anni, a metà 2015, un nuovo magistrato da poco arrivato a Siena, Andrea Boni, riapre l'inchiesta e scopre che i colleghi avevano svolto indagini superficiali. Boni si mette a lavorare, ma dopo appena sei mesi viene trasferito d'urgenza a Urbino, con una promozione notevole: procuratore capo. L'intera vicenda del giallo di David Rossi è ripercorsa in un libro scritto da Davide Vecchi, cronista del Fatto Quotidiano, che esce giovedì 12 ottobre per Chiarelettere, dal titolo eloquente: Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto. Lettera43.it ne pubblica uno stralcio relativo proprio alla riapertura del fascicolo di indagine. Le indagini ripartono da zero.

Boni sposta il proprio calendario indietro di tre anni, alla sera del 6 marzo 2013. Al medico legale chiede di analizzare l’autopsia fatta a suo tempo per comprendere se e come siano compatibili con la caduta le ferite e gli ematomi sul cadavere e se siano presenti segni di aggressione. Ai Ris chiede di comprendere se la dinamica del volo e i rilievi compiuti nell’ufficio possano suffragare l’ipotesi di una colluttazione con successiva defenestrazione del corpo. Lui, nel frattempo, tenta di inquadrare la scena del crimine e l’ambiente in cui si è consumato. Come? Intanto ricostruendo chi c’era nella sede di Mps quella sera. Non si limita a chiederlo al portiere Riccucci, ma cerca i registri degli ingressi e quelli dei badge ai tornelli: orari di entrata e di uscita di tutti. Fa interrogare dalla polizia giudiziaria il responsabile della manutenzione immobiliare del Monte, Monica Di Renzo, mai sentita prima.

Da lei Boni scopre che non esiste alcun registro scritto a mano né la possibilità di avere quelli elettronici: i tornelli di controllo, sia quelli dei dipendenti sia degli ospiti esterni, erano installati ma sono entrati in funzione dopo, solamente nel settembre del 2013. Di Renzo poi fornisce le planimetrie dell’edificio, spiega che ci sono tre entrate diverse, di cui una proprio nel vicolo, a pochi passi da dove è stato trovato cadavere David, e che i varchi sono tutti controllati attraverso un sistema di videosorveglianza. Altre telecamere sono installate nell’area della pinacoteca e in quella dell’archivio storico. Una buona notizia. Ci sono quindi anche le immagini dell’ingresso che permettono di vedere chi è entrato e uscito. Così come altre, disposte sui diversi piani, lungo i corridoi inquadrati dalle telecamere. Da quelle riprese si può risalire a qualche movimento strano o, certamente, si può avere un quadro più certo dei presenti. Del resto, se dal solo video della caduta di David sono state individuate numerose incongruenze, chissà ad averne dieci diversi di filmati ripresi in diverse aree, cosa potrebbe emergere. È fondamentale sequestrarli e analizzarli.

Di Renzo però spiega che purtroppo le immagini raccolte vengono distrutte dopo sette giorni, a meno che non siano acquisite e sequestrate dall’autorità giudiziaria. Erano state acquisite e sequestrate dopo la morte di David? No. Niente da fare quindi. Boni allora fa convocare nuovamente Massimo Riccucci, che la sera del 6 marzo era di turno in portineria. Se non ci sono i rilievi tecnici bisogna affidarsi alla memoria umana. Confidando nella buona fede dei testimoni, nella loro onestà. Riccucci è l’uomo che accompagna Mingrone nella stanza di David, che incrocia Carolina scappare in lacrime, che interviene nell’ufficio ed è ritenuto un testimone credibile, tanto che i primi pm, Marini e Natalini, si sono limitati a sentire solo le persone da lui indicate come presenti quella sera in Rocca Salimbeni, senza fare altri accertamenti.

Riccucci, a distanza di oltre tre anni, spiega che solo la portineria principale rimane aperta fino almeno alle 21, le altre due chiudono tra le 17.30 e le 18. Conferma che non c’erano né tornelli né registrazioni all’entrata. Quindi, viene giustamente chiesto a Riccucci: come faceva a chiudere anche l’ultima portineria senza rischiare di lasciare qualcuno in ufficio? Come faceva a verificare che la sede era deserta prima di andarsene? «Me le annotavo mentalmente» risponde. Ma più di trecento persone lavorano in Rocca, e poi ci sono gli ospiti, i visitatori, i tecnici come Fanti che soggiornano in albergo e si fermano pochi giorni, quindi volti non noti a Riccucci. Come poteva il portiere annotarsi mentalmente chi entrava e chi usciva? «La certezza l’avevo quando spengevo tutte le luci dagli interruttori in portineria: se qualcuno si trovava ancora al lavoro telefonava per segnalare la sua presenza e riaccendevo le luci sollecitando l’uscita.» È pur sempre un metodo. Ma non garantisce che la sede sia effettivamente deserta e che qualcuno non sia rimasto dentro volontariamente.

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