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12 Ottobre Ott 2017 0800 12 ottobre 2017

Prima l'uragano, poi Weinstein: qualcuno ci liberi dagli Harvey

Irrefrenabile come un tifone e lussurioso come un coniglio: il re di Hollywood è l'ultimo a infangare (forse irrimediabilmente) un nome che già da solo faceva simpatia.

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Prima di quest’anno, lo Harvey più famoso d’America era il coniglione bianco visibile solo al protagonista dell’omonima pièce di Mary Chase, poi diventato uno dei personaggi più amati del moderno folklore Usa. Poi nell’agosto 2017 è arrivato Harvey l’uragano, 83 morti e danni per decine di miliardi di dollari. E ora, a infangare forse irrimediabilmente un nome che già da solo faceva simpatia, arriva un altro Harvey, irrefrenabile come un tifone e lussurioso come un coniglio: Harvey Weinstein, il re dei produttori di Hollywood, messo letteralmente a nudo dalle inchieste del New York Times e del New Yorker, come impenitente molestatore seriale di segretarie e attrici in ascesa, da Angelina Jolie ad Asia Argento. Per anni ha messo a tacere i possibili scandali con promesse, minacce e campagne denigratorie nei confronti delle sue vittime, e un episodio sfiora anche misfatti di casa nostra.

IL CONTRIBUTO DI BERLUSCONI. Ambra Battilana-Gutierrez, modella italo-filippina passata anche dalle «cene eleganti» di Berlusconi: nel 2015 aveva sporto denuncia contro Weinstein, che dopo averla notata a un ricevimento a New York le aveva dato un appuntamento per parlare di lavoro e poi le aveva messo le mani addosso. Per incastrarlo, Ambra si era presentata a un nuovo appuntamento con un registratore datole dalla polizia, ricavando prove inoppugnabili. Guarda caso, poco dopo i tabloid avevano tirato fuori il suo passato «bunga-bunga», demolendone la credibilità, tanto che il procuratore distrettuale di Manhattan aveva lasciato perdere un’inchiesta che sarebbe costata a Weinstein una condanna per abusi sessuali e fino a tre mesi di galera. Insomma, il nostro Silvio ha indirettamente regalato al produttore-satiro d’Oltreatlantico altri due anni di impunità. Ora lo stanno abbandonando tutti, dai coniugi Obama alla moglie stilista, preoccupata soprattutto per le ricadute d’immagine per la sua griffe.

SULLE ORME DI STRAUSS-KAHN. Il «sofà del produttore» non va più di moda, ammettere di «esserci state» e aver taciuto per paura di perdere il lavoro, come hanno fatto in tante, non è più un’onta. Perché per una ragazzina dire no a un omaccione che ha in mano il suo futuro, i suoi sogni e la sua reputazione, tirargli un calcio nei gioielli di famiglia e uscire a testa alta è più facile a dirsi in un talk show che a farsi in una camera d’albergo. E dispiace vedere una persona intelligente come Luxuria invitare le donne cui viene imposto sesso orale a «staccarglielo con un morso», la stessa ridicola argomentazione usata dall’avvocato difensore nello storico documentario Processo per stupro del ’79. Intanto Weinstein è volato in Europa per «disintossicarsi» dalla sua sex-addiction. E, magari, anche per confrontarsi con il suo omologo francese, Dominique Strauss-Kahn, che sei anni fa ha passato disavventure simili e oggi è fresco sposo di una signora con 20 anni meno di lui. «Peccato di pantalone, pronta assoluzione,» diceva Tiberio Murgia nella Grande Guerra. Chissà se Weinstein l’ha mai visto.

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