Cesare Battisti
16 Ottobre Ott 2017 1243 16 ottobre 2017

Cesare Battisti, le sentenze che smentiscono teoremi e complotti

Omicidi, prove schiaccianti, latitanze. Dalle azioni eversive coi Pac ai processi, tutti gli atti che inchiodano l'ex terrorista. E sbugiardano le tesi sull'impossibilità di difendersi e sull'accanimento dell'Italia.

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Si è vista qualche sera fa, nel corso del programma Matrix condotto da Nicola Porro, una discussione tra due giornalisti di lungo corso, Giampiero Mughini e Piero Sansonetti, sull'eterno caso Battisti, che il primo pretendeva colpevole esemplare in virtù della «faccia da delinquente» e il secondo, invece, perenne perseguitato benché «antipatico», comunque vittima di storture giudiziarie che ne giustificano la infinita latitanza.

DIFESA LEGALE IMPEDITA? Dopo quella schermaglia, di per sé surreale, Sansonetti - attuale direttore de Il Dubbio, quotidiano del Consiglio nazionale forense - si è ripetuto in altri contesti più o meno pubblici, ribadendo la sua professione di garantismo: anche la prima pagina de Il Dubbio di domenica 15 ottobre 2017 rilanciava la giustificazione accusatoria di Battisti: «L'Italia voleva impedire la mia difesa legale».

VERITÀ CHIARE NEGLI ATTI. Surreale la discussione tra Sansonetti e Mughini, perché tutta giocata su ragionamenti suggestivi che prescindevano totalmente dall'aspetto giudiziario, cosa curiosa quando si discute di una vicenda giudiziaria che va avanti da una quarantina d'anni. Ma si può capire: gli atti preferibilmente si citano, non si spulciano, barbosi come sono, a maggior ragione se riferiti a vicende di una vita fa. Nondimeno, gli atti su Battisti raccontano verità diverse, un po' più precise dei suoi tratti più o meno sgradevoli, delle sue birrette levate in faccia a un Paese che lo insegue, o almeno finge di farlo.

Ci sono migliaia di pagine che tratteggiano un ruolo preciso nella persona di Battisti e che naturalmente prescindono dalle impressioni simpatetiche degli opinionisti

Le sentenze si trovano nell'Archivio di Stato di Milano, che le ereditò dall'altro archivio, del tribunale, e, in sintesi, si concentrano per tre blocchi di procedimenti. Il primo concerne le seguenti: Corte d'Assise di Milano, 27 maggio 1981; Corte d'Assise d'Appello di Milano, 8 giugno 1983; Cassazione, Sez I, 20 dicembre 1984. Il secondo blocco riguarda: Corte d'Assise di Milano, 28 giugno 1985; Corte d'Assise d'Appello di Milano, 24 giugno 1986. Sentenze queste ultime due annullate dalla Cassazione il 10 giugno 1987 rilevando causa di nullità assoluta nella composizione del collegio giudicante di primo grado, con conseguente rinnovazione dei giudizi dei due gradi, ciò che ha dato origine a una terza parte di procedimenti, infine, portò alle seguenti sentenze: Corte d'Assise di Milano, 13 dicembre 1988; Corte d'Assise d'Appello di Milano, 16 febbraio 1990; Cassazione, Sez. I, 8 aprile 1991.

CONDANNE PASSATE IN GIUDICATO. Quest'ultima pronuncia annullò con rinvio la sola posizione di Cesare Battisti, in relazione all'omicidio Torregiani. Ne conseguì la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano, 31 marzo 1993, che ha definitivamente condannato Battisti anche per concorso nell'omicidio di Torregiani, passata in giudicato il 10 aprile 1993 perché non impugnata (le condanne subite da Battisti per gli altri tre omicidi - Santoro, Sabbadin e Campagna - passarono invece in giudicato l'8 aprile 1991).

NESSUNA MANCANZA DI DIRITTI. Già da questa rassegna si coglie una mole di lavori d'indagine, istruttorie (due le principali) e atti processuali, tale da escludere approssimazione, sciatteria e mancanza di diritti in capo all'imputato, il quale, da parte sua, lungi che contumace, si rese quasi subito latitante, ciò che non inficiava, come è stato ripetutamente considerato e processualmente confermato, alcun diritto, stante la elementare conseguenza, in caso contrario, di vanificare qualsiasi procedimento a carico di chiunque fosse abile far perdere le proprie tracce da imputato. Migliaia di pagine che tratteggiano un ruolo preciso, sorretto da innumerevoli riscontri, nella persona di Battisti, e che, naturalmente, prescindono dalle impressioni simpatetiche degli opinionisti.

Cesare Battisti nell'intervista rilasciata all'Ansa nel 2011 a Cananeia, sul litorale di San Paolo (Brasile).

ANSA

Su Cesare Battisti, ancora latitante in Brasile, dove nei giorni scorsi è stato ricondotto di attraversare illegalmente il confine, diretto in Bolivia, l'enorme vano parlare ha annebbiato la vicenda storica: non fu, per cominciare, il fondatore dei Pac - Proletari armati per il comunismo - formazione spontaneista al confine con l'avventurismo, sorta di Prima linea in minore, di cui si ha notizia per la prima volta il 6 maggio 1978, quando viene rivendicata la gambizzazione del dottor Giorgio Rossanigo, medico carcerario di Novara: solo una tra le decine di sigle, che rientra immediatamente nel cono d'ombra mediatico perché, tre giorni dopo, ben altra sensazione desta il ritrovamento del cadavere del presidente Dc Aldo Moro in via Caetani, nel bagagliaio di una R4, “giustiziato” dalla Brigate rosse.

ACCUSATO ANCHE DI VIOLENZA SESSUALE. I Pac torneranno alla ribalta il 24 ottobre dello stesso 1978, rivendicando un nuovo attentato a Verona, ai danni dell'agente di custodia Arturo Nigro. Battisti non è neppure il capo della formazione, che in effetti si sostanzia in una accozzaglia di pochi ma spietati elementi senza una strategia o una direzione precisa, e dove emerge chi in fatto di armi e di spietatezza ha le idee più chiare: in questo senso, ma solo in questo, è pertinente considerare un capetto Cesare Battisti, ex delinquente comune - gli si addebita, tra l'altro, la violenza sessuale ai danni di una 14enne mentalmente disabile -, politicizzatosi in carcere a Udine sotto la guida ideologica di Arrigo Cavallina, proveniente dalla rete di “Rosso”, gruppuscolo destinato a confluire nell'Autonomia organizzata a guida di Toni Negri. Anzi, è proprio l'ideologo padovano che affida a Cavallina una “scuola quadri” e il comparto delle “rapine rivoluzionarie e sociali” a Milano. Usciti entrambi, a poca distanza, maestro e allievo si danno a nuove gesta in tal senso.

ARRESTO E DOCUMENTI FALSI PRESENTATI. Battisti entra nelle indagini di polizia quale membro dei Pac solo il 26 giugno 1979 (anche se i presupposti, come si vedrà, sono anteriori), quando, in occasione di una perquisizione domiciliare in via Castelfidardo 10 a Milano, nell'abitazione di una giovane simpatizzante, Silvana Marelli, viene sorpreso in compagnia di Diego Giacomini, Cipriano Falcone e Marco Moretti: tutti vengono arrestati, padrona di casa compresa, a maggior ragione Battisti, il quale, già ricercato per una rapina in provincia di Latina, presenta documenti falsi per poi venire bloccato dai poliziotti mentre cerca di disfarsi, gettandolo dal balcone nel cortile sottostante, di un borsone colmo di armi, alcune delle quali provenienti da un colpo nell'armeria Tuttosport di Bergamo, risalente a cinque mesi prima.

Negli 11 mesi di attività eversiva - da maggio 1978 ad aprile 1979 - i Pac si rendono responsabili di nove azioni più o meno eclatanti; in quattro di queste, le più efferate, viene chiamato in causa Cesare Battisti. Sono l'omicidio del maresciallo Antonio Santoro a Udine, il 6 giugno 1978: un militare al quale Battisti l'aveva giurata quando era ristretto nel carcere cittadino; le “esecuzioni” del gioielliere Pier Luigi Torregiani a Milano, il 16 febbraio 1979, e del macellaio Lino Sabbadin a Mestre, nello stesso giorno; infine, l'omicidio dell'agente Andrea Campagna, ancora a Milano, il 19 aprile 1979 (a Milano i procedimenti vennero attratti nel loro complesso per ragioni di competenza processuale).

RESPONSABILITÀ DIVERSE NEI CASI DEL 1979. Più volte è stata contestata la responsabilità di Battisti in ordine ai diversi episodi, in particolare circa i due contemporanei del pomeriggio del 16 febbraio 1979, quello di Torregiani a Milano e di Sabbadin a Mestre, dei quali l'imputato avrebbe risposto in modo evidentemente impossibile essendo i due delitti virtualmente contemporanei (commessi a due ore di distanza). Ma si omette il decisivo particolare della diversa responsabilità attribuita a Battisti: a titolo diretto per Sabbadin e di concorso morale su Torregiani; quando questa viene precisata, allora si eccepisce che il concorso morale era processualmente vago, non supportato da prove, ambiguo. Così anche per le responsabilità concrete in ordine agli altri omicidi.

LE RIVELAZIONI DI UN SOLO PENTITO? FALSO. In particolare, la versione più insistente, ed è quella cui, tra gli altri, fa ripetutamente riferimento Sansonetti, ripete una controaccusa: nessuna prova certa, solo le rivelazioni di un pentito, Pietro Mutti. Ma non è così, e non potrebbe esserlo. Nessun caso giudiziario si ricorda definito per effetto della sola dichiarazione, a se stante, di un solo pentito.

Nessuno ha mai saputo spiegare come e perché tutti i personaggi coinvolti, e confessi, si sarebbero messi d'accordo per incastrare il solo Battisti

Perfino per i più macroscopicamente infelici, come quello di Enzo Tortora, le accuse salivano da una seppur presunta convergenza di (tetri) soggetti - ergastolani, malavitosi comuni, camorristi, pittori falliti. Tortora, peraltro, lungi dal fuggire, rinunciò alle prerogative politiche maturate in corso di procedimento, allorché fu eletto al parlamento europeo con i Radicali, per farsi nuovamente arrestare e giudicare, sino a vedersi riconosciuto totalmente innocente in Appello. Proprio dal caso Tortora sarebbe sorta la necessità di una più stringente coerenza sia tra le dichiarazioni di plurimi “pentiti” o collaboratori, sia tra queste e i necessari riscontri fattuali.

CHIAMATO IN CAUSA DA PIÙ TESTIMONI. A prescindere da queste considerazioni, non fu il solo Mutti a chiamare in causa Battisti. Furono anche, in occasioni diverse, Sebastiano Masala, Diego Giacomini e Sante Fatone, e i loro racconti o confessioni ricalcarono quelli di diversi testimoni, in particolare degli omicidi Sabbadin e Santoro, che riferirono di circostanze precise, riunioni storicamente provate, retroscena confermati e infine di un killer dai tratti somatici e dall'abbigliamento ricondotti senza margine di dubbio a Cesare Battisti.

RISCONTRI CONVERGENTI E COERENTI. Nessuno ha mai saputo spiegare come e perché tutti i personaggi coinvolti, e confessi, si sarebbero messi d'accordo per incastrare il solo Battisti (il quale, da parte sua, ha scaricato la responsabilità dei delitti su tutti tranne che se stesso). Anche per il delitto Campagna, i riscontri incrociati - circostanziali, dei testimoni e dei pentiti - risultano convergenti e coerenti.

Enzo Tortora.

Quanto al concorso morale, stabilito dall'art. 110 del codice penale, va tenuto presente che, alla luce dei riscontri incrociati, sette imputati furono assolti a suo tempo in quanto le prove del coinvolgimento vennero giudicate insufficienti; viceversa, è stato rilevato (fra gli altri dal magistrato Giuliano Turone, che al caso Battisti ha dedicato un volume dai contenuti squisitamente tecnici), come anche dopo la sentenza Andreotti del 2003, che rese più stringenti i lineamenti di questa fattispecie, Battisti sarebbe stato ugualmente riconosciuto colpevole.

TESI FASULLE DI MODA NEGLI ANNI 2000. Le altre obiezioni di Battisti e dei suoi tifosi hanno a che vedere con una presunta impossibilità materiale di difendersi; è la tesi diffusa, a metà degli Anni 2000, da alcuni organi propagandistici che nel tempo si sono visti più volte costretti a modificare i loro assunti, anche in conseguenza dei continui colpi di scena offerti dalla condotta del terrorista-scrittore, e che infine hanno preferito eclissarsi.

IRRILEVANTE L'INTRIGO DELLE FIRME. Dell'equivoco fra contumace e latitante si è detto, e si può aggiungere che la Corte europea dei diritti dell'uomo il 12 dicembre del 2006 ha fatto piazza pulita dei relativi reclami, bissando una pronuncia nello stesso senso della Corte suprema francese del 13 ottobre 2004. Circa la impossibilità di far valere i propri diritti in un «regime dove la polizia uccideva arbitrariamente la gente», si tratta di dichiarazioni suggestive che non potevano, in mancanza di riscontri certi, venire prese in considerazione, a maggior ragione da un latitante in un Paese dove, ancora in tempi recenti (concomitanza coi lavori per il Mondiale di calcio 2014), le retate di polizia nelle favela si sono susseguite, spietate e implacabili, senza che Battisti palesasse il minimo imbarazzo. Battisti ha poi denunciato una torbida vicenda di firme in bianco, ovvero “false procure” con cui inchiodarlo: anche qui, Consiglio di Stato francese e Corte di Strasburgo hanno sancito come irrilevante, pretestuoso, ossia del tutto campato per aria, il presunto intrigo.

Mancanza di tutela in Italia? Tutti i suoi ex compagni di militanza nei Pac, processati e condannati, hanno avuto modo di reinserirsi, scontata la pena, ciascuno a suo modo

Quanto alla paura di venire “fatto fuori” se estradato in Italia, Paese dove, secondo Battisti e i suoi sostenitori, mancano le più elementari garanzie di tutela e perfino di incolumità per gli imputati, è da considerare come tutti i suoi ex compagni di militanza nei Pac, processati e condannati, abbiano avuto modo di reinserirsi, scontata la pena, ciascuno a suo modo.

LATITANTI DIVISI TRA "ROSSI" E "NERI". Nessuno ha denunciato torture di sorta, mentre una vecchia azione, tentata da simpatizzanti all'epoca in concomitanza con l'entrata in clandestinità di Battisti, evaso il 4 ottobre 1981 e diretto in Francia, venne esclusa dopo una apposita inchiesta contro la quale nessun proponente originario propose ricorso. Infine, si eccepisce a volte un diverso peso, un accanimento giustizialista nei confronti dei reduci di sinistra rispetto agli antagonisti neofascisti. I numeri dicono che l'Italia ha attualmente 34 latitanti, impuni, equamente ripartiti fra le opposte fazioni; insieme con Battisti è ospitato dal 1986 in Brasile, tra gli altri, Achille Lollo, membro del gruppo di Potere operaio che provocò il rogo di Primavalle del 13 aprile 1973 in cui morirono i fratelli Stefano e Virgino Mattei, rispettivamente di 8 e 22 anni, aiutati a fuggire da diversi movimenti, tra i quali il “Soccorso rosso” di Dario Fo e Franca Rame.

L'OSPITALITÀ DELLA FRANCIA. La Francia ha fornito ospitalità, tra gli altri, alla ex brigatista Marina Petrella, la quale beneficò insieme con Battisti dell'ombrello umanitario aperto dalla ex prémiere dame Carla Bruni. Sempre in Francia, la dottrina Mitterrand, infine ripensata (doveva proteggere reduci della lotta armata mai macchiati di fatti di sangue, finì come salvacondotto di condannati per omicidio), protesse assai più rifugiati di sinistra.

Battisti brinda con una birra davanti ai giornalisti.

Sul fronte di destra, non è esatto quanto sostengono Battisti e i suoi simpatizzanti nel senso di una fondamentale franchigia della magistratura per stragisti e terroristi di destra, bilanciata da un particolare accanimento contro i resistenti di sinistra: sia pure fra depistaggi, compromissioni, sentenze torbide, non si può non dare conto, tra gli altri, degli infiniti procedimenti per le stragi di piazza Fontana a Milano e piazza della Loggia a Brescia, che, per quanto in irrimediabile ritardo, hanno ricondotto la matrice a elementi neofascisti; per non dire del processo per la strage di Bologna, la cui sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Bologna, Sez. I, sancì, il 16 maggio 1994, la chiamata in causa e la colpevolezza a vario titolo, tra gli altri, dei neofascisti Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, del capo della Loggia P2 (scoperchiata proprio da Turone insieme a Gherardo Colombo) Licio Gelli, del generale del Sismi Pietro Musumeci, del colonnello del Sismi Giuseppe Belmonte e del faccendiere Francesco Pazienza. Sentenza che non ha mai smesso di far discutere, al punto che i due principali imputati, la coppia Mambro-Fioravanti, sono stati coinvolti, con forte gesto simbolico, da Emma Bonino nel suo comitato elettorale, oltre che nella associazione “Nessuno tocchi Caino”.

DI TUTTO SI PUÒ PARLARE, MA NON DI COMPLOTTI. Se uno conosce anche per sommi capi i “pensieri e parole” relativi all'altro Battisti, tutto potrà dire, ma non che la sua latitanza sia giustificata da teoremi, complotti, manovre; da una sola delle ragioni addotte da lui e dai suoi tifosi.

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