Insulti antisemiti: Cei, vergogna
BLUES 24 Ottobre Ott 2017 1432 24 ottobre 2017

Anna Frank, gli ultrà laziali e la speranza tradita

Nonostante tutto, la ragazzina morta a Bergen Belsen credeva nell'«intima bontà dell'uomo». Lo scempio dei tifosi biancocelesti, soliti a questo genere di "goliardate", il silenzio dei calciatori e la soluzione riparatrice e di facciata di Lotito la uccidono un'altra volta.

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Anna Frank, la giornalista, la scrittrice che non c'è stata ma continua a raccontarci col suo Diario l'orrore dell'umanità e la tenerezza verso l'umanità: «È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo». Gli ultrà laziali: «Romanista ebreo ai forni». Più di 70 anni sprecati, la distanza tra intelligenza e delirio, tra la bontà della ragione e l'orrore delle anime morte, ancora e sempre inconciliabile se tutto ciò che sanno escogitare sono gli adesivi, i volantini della giovane deportata in maglia giallorossa.

SE EBREO DIVENTA UN INSULTO. Anna Frank, tradita con la famiglia da chissà chi nel suo rifugio olandese, morta di tifo a Bergen Belsen, credeva nella bontà intima, invincibile degli esseri umani, anche degli uomini bestioni da curva che, in un colpo solo, mandano due insulti o almeno tali li considerano: gli ebrei e i rivali di tifo confusi nel disprezzo, questi «ebrei» perché romanisti, quelli romanisti perché «ebrei», sottorazza da sommergere. «Pochi» dice il portavoce della Lazio Calcio e aggiunge di voler promuovere «una azione di convincimento», il che suona grottesco se non bizzarro. «Pochi, isolati, non rappresentativi», ma tutti sanno che non è così la tifoseria biancoceleste, essendo tra le più nere e fasciste d'Italia.

LA NERA "TRADIZIONE" BIANCOCELESTE. Non la sola, certamente, altrettanto fanatiche in questo senso sono, per dire, ad Ascoli, a Verona, a Chieti, altrove, ma gli ultrà laziali hanno una tradizione che va dagli striscioni in «onore alla tigre Arkan», il boia della Serbia, alle decine di escandescenze razziste, come contro i giocatori di colore del Tottenham nel 2013, gli striscioni militanti contro i partigiani e in memoria delle Foibe, l'esaltazione del calciatore-simbolo Paolo di Canio, fascista tatuato, i legami e gemellaggi con tifoserie europee di analogo orientamento.

L'adesivo lasciato in Curva Sud dell'Olimpico da alcuni ultrà laziali.

Non sono pochi e sono rappresentativi, da sempre, già negli Anni 70 del “Mucchio Selvaggio” dello scudetto, quando i giocatori, che tra loro si odiavano, si facevano portare col pullman della società nei boschi a sparare con le rivoltelle, così, per scaricarsi, per divertirsi. Lunedì non è giunta una sola voce dal tifoso comune per dissociarsi dalla trovata allucinante, la deportata Anna Frank in maglia giallorossa in spregio supremo. Al contrario, nelle radio capitoline era un crepitare di inviti a lasciar perdere, a non speculare, non esagerare, le formule ambigue che coprono una convinzione di fondo, una sintonia diffusa.

IL REPULISTI NON CI SARÀ. Il presidente Lotito ha cercato il gesto eclatante, televisivo, ha portato i giocatori in sinagoga, ma i giocatori non c'entrano e comunque se ne fregano e c'è chi dice: se voleva fare qualcosa di serio, poteva cominciare a fare piazza pulita in curva. Ma può, vuole Lotito? Nessun presidente può permettersi un repulisti a rischio di finire male, molto male lui per primo perché è notorio che il calcio è geneticamente saldato ai balordi, loro ostaggio per molti versi e le logiche che collegano sport, politica e malaffare sono inestricabili, non puoi amputare le parti malate senza ammazzare l'intero organismo, ormai compromesso.

UN PUNTO DI NON RITORNO. Per questo il caso di Anna Frank è o almeno dovrebbe essere allarmante. Perché segna un punto di non ritorno che sarà impossibile risolvere e che a tutti converrà archiviare in fretta, altro che «non dimenticare». La polizia, in questi casi, ha le mani legate. Inoltre è schizoide, molti sotto sotto approvano, altri, che proprio non gradiscono, bofonchiano: dateceli per due ore e risolviamo il problema. Ma può uno Stato democratico, che vuole ancora dirsi democratico, lasciare campo libero ai manganellatori in divisa, può permettersi di rischiare un'altra Genova, sia pure sotto presupposti in tutto diversi?

Anna Frank difendeva la fiducia nell'umano che è in noi, forse non si sarà rassegnata fino all'ultimo respiro in campo di concentramento, ma se il suo ricordo serve a smentirla, allora si è fortemente tentati di dire che si sbagliava, che di eterno non c'è che la malapianta, che gli uomini non li raddrizzi e non basta un Olocausto a farli rinsavire. Non servono neppure le parole, sincere ma inevitabilmente di circostanza, della presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello: «Fatto gravissimo, serve la reazione di tutti». Tutti chi, gentile Ruth, se c'è gente che dice di non rompere i coglioni, che è stata «solo una goliardata» e su internet fioccano i commenti irridenti?

IL BRODO DELL'ANTISEMITISMO. Gli «atti e gesti corali» rivendicati da Dureghello si sono tradotti in una gita in sinagoga, in qualche indignazione annunciata, nella solita inchiesta di facciata, con il che il caso è chiuso. Ma l'antisemitismo da curva non nasce e non si esaurisce in curva, quello è il punto più becero ma intorno, a cerchi concentrici, si allarga un sentimento antisemita che sale fino ai ceti riflessivi, agli intellettuali, all'Ue che con Israele non ha mai legato e non ne fa mistero, alle distinzioni pelose fra ebrei e sionisti, agli atleti e ricercatori che non vogliono avere a che fare coi colleghi ebrei.

INVOCARE UNA CONDANNA È GIÀ UNA SCONFITTA. Ma restiamo al caso della piccola Anna Frank, al suo osceno maquillage con una maglietta di calcio, al minimizzare di tifosi e società, al fastidio quando non disprezzo aleggiante per chi ne ha sofferto, ha protestato. Restiamoci per dire che è già una sconfitta che questo sia avvenuto, che meritava certo la condanna, spontanea, del Paese unito ma già il fatto che la si invochi, che venga sollecitata fa disperatamente capire che così non è, che «l'intima bontà dell'uomo» è il rimorso che dobbiamo a una martire che ci credeva.

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