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28 Ottobre Ott 2017 1600 28 ottobre 2017

Droghe, la cocaina si conferma la preferita dai lavoratori

Cuochi, operai, autisti. Ma anche professionisti e medici. Secondo tre centri per le tossicodipenze di Milano, Torino e Roma sono queste le professioni più a rischio. E tra le cause principali dell'abuso si registrano lo stress e le performance.

  • Francesco Bertolino
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In un’intervista radiofonica del 10 ottobre, Gordon Ramsay, lo chef protagonista di Hell’s Kitchen, ha presentato un documentario sulla diffusione della cocaina nelle cucine secondo il quale la polvere bianca sarebbe «il piccolo sporco segreto dell’industria della ristorazione».

NELLA RISTORAZIONE LA PERCENTUALE PIÙ ALTA. Il segreto, però, è «piccolo» fino a un certo punto: stando a uno studio del 2015 delle autorità americane, negli Stati Uniti il 16,9% degli impiegati nel comparto alberghiero e della ristorazione ha ammesso di aver riportato nei 12 mesi precedenti un "disturbo da uso di sostanze" (Sud). Si sono, in altre parole, sentiti male a causa di un consumo eccessivo di droghe.

UN LAVORATORE USA SU 10 HA PROBLEMI DI DROGA. E a ben vedere, l'abuso di sostanze stupefacenti in Usa non è neppure un «segreto» visto che è diffuso anche in molti altri settori come l’edilizia (14,3%), l’industria dell’intrattenimento (12,9%) e quella mineraria (11,8%). Nel complesso, i dati raccolti dimostrano che in media quasi un lavoratore americano su 10 ha problemi di droga. «L’abuso di sostanze», conclude lo studio, «incide negativamente sull'industria in termini di calo della produttività, aumento degli incidenti sul lavoro, dell'assenteismo e dei permessi per malattia».

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E in Italia quali sono le categorie più a rischio? Secondo un’indagine del Centro di monitoraggio europeo per la droga e per la tossicodipendenza, il 7,6% degli italiani fra 15 e 64 anni ha sniffato almeno una volta nella vita, mentre l’1,8% dei giovani fra 15 e 34 negli ultimi 12 mesi. La cocaina si conferma così la seconda droga per assunzione dopo la cannabis. Il punto però è un altro: quante persone l’hanno assunta per semplice “sballo” e quante, invece, per sopportare o incrementare le proprie prestazioni lavorative?

NON ESISTONO DATI NAZIONALI SU DROGA E LAVORO. Il dipartimento per le Politiche anti-droga, ogni anno, sottopone al parlamento una relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia. Un rapporto prezioso per conoscere le abitudini di consumo degli italiani, ma che non tiene conto della professione degli utilizzatori di sostanze stupefacenti. Come ammesso anche dall'Istituto superiore di Sanità a Lettera43.it, infatti, «non esiste una rilevazione globale dei dati relativi al lavoro svolto da chi abusa di droga». Si deve, quindi, far affidamento sulle statistiche e i dati raccolti dai centri per le tossicodipendenze. Ne abbiamo contattati tre – il Crest di Milano e i SerT di Roma e Torino – ottenendo un quadro parziale, ma sicuramente significativo.

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1. Milano: cuochi "dipendenti"

Fabio Rancati da più di 30 anni si occupa di tossicodipendenze al Crest di Milano, di cui è anche amministratore delegato. L’utenza del centro fondato nel 1984 è cambiata molto negli ultimi anni: gli eroinomani degli Anni 80 sono stati progressivamente sostituiti dai cocainomani dei giorni nostri. Due droghe, l'eroina e la cocaina, che hanno ragioni di abuso completamente diverse. «L’eroina è una droga di evasione, di protesta e rifiuto delle logiche collettive», spiega Rancati a Lettera43.it. «La cocaina è l’opposto: una droga sociale che viene assunta per migliorare le proprie performance in ogni ambito, compreso quello lavorativo». Una differenza che si riflette anche sul profilo professionale degli utilizzatori: «Un tempo il tossicomane-tipo era disoccupato, oggi i cocainomani hanno quasi tutti un lavoro».

IL MARKETING DELLA COCA. Il marketing dei narcotrafficanti, secondo Rancati, è brillante e molto efficace: la cocaina si trova ormai ovunque e a prezzi accessibili a tutte le categorie di lavoratori: dai professionisti agli operai. Al Crest di Milano, racconta, si sono rivolti anche alcuni cuochi di grandi ristoranti. «I turni in cucina», spiega il responsabile, «sono spesso lunghi e massacranti e una sniffata dà l'illusione di poterli affrontare: è facile così cadere nella trappola della dipendenza». Ma ci sono anche medici e chirurghi che cercano nella droga un sostegno per resistere meglio allo stress e alla fatica della sala operatoria. «Alla lunga, però», aggiunge Rancati «la cocaina causa sbalzi d’umore e diminuisce concentrazione, attenzione e capacità di far fronte agli imprevisti che nelle professioni sanitarie sono all’ordine del giorno».

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Ciò che più preoccupa di più Rancati è l’assenza di controlli. «Chi svolge lavori così delicati dovrebbe essere costantemente monitorato», spiega, «ma i controlli non esistono, anche perché per legge non sono obbligatori». E anche quando un datore di lavoro prende l’iniziativa e scopre consumatori fra i suoi dipendenti, gli strumenti a sua disposizione sono scarsi e largamente inefficaci. «Un grosso imprenditore si è rivolto al Crest dopo aver sottoposto al test delle urine i mulettisti dei suoi magazzini, scoprendo alcune positività alla cocaina», ricorda Rancati. «Non sapeva che provvedimenti prendere: un ammonimento, una breve sospensione, il licenziamento? Non c’è chiarezza nella legislazione e così, non solo aziende e lavoratori, ma tutti noi siamo esposti a un grosso rischio».

SINDACATI DISTRATTI. I rischi legati all'abuso e al consumo di droghe sul lavoro non sono all'ordine del giorno nemmeno delle sigle sindacali. Né il sindacato degli autotrasportatori (Filt-Cgil) né quello della ristorazione (Fisascat-Cisl) hanno organizzato recentemente campagne di sensibilizzazione. Solo la Filca-Cisl – che riunisce i lavoratori del settore costruzioni della Cisl – ha distribuito opuscoli informativi durante la Settimana della sicurezza svoltasi a Bari a ottobre 2017. «La diffusione di alcol e droghe sul lavoro è un fenomeno che non va sottovalutato», sottolinea Antonio Delle Noci, segretario pugliese della Filca, «ed è bene che i controlli sui lavoratori edili siano più accurati che negli altri settori, visto l’elevato rischio che corrono quotidianamente».

L'età dei nuovi pazienti del SerT di Milano: confronto 2013-2016

2. Roma: autisti a rischio

Degli oltre 12 mila tossicodipendenti in cura nei Sert del Lazio due terzi sono eroinomani, mentre i cocainomani rappresentano "solo" il 18%. Negli ultimi tempi, però, la tendenza pare essersi invertita. Il 35% dei nuovi pazienti sono consumatori abituali di "bianca", gli eroinomani invece rappresentano il 29%. «Nel giro di una decina d’anni siamo passati da una prevalenza di persone disoccupate, prevalentemente eroinomani, a una situazione in cui la dipendenza si è insinuata in tutti i ceti sociali e in tutti gli ambiti professionali», spiega Onofrio Casciani, psicologo del SerT di Roma 1 dal 1982. «In questo momento, la nostra utenza è composta soprattutto da persone con un lavoro».

IL RUOLO DELLO STRESS. Al SerT di Roma 1 si rivolgono in maggioranza persone dipendenti da cocaina e alcol, sostanze spesso assunte contemporaneamente con effetti devastanti sul fisico. Per Casciani, le categorie più rappresentate sono operai e manovali, soprattutto se assunti in nero o con contratti precari. «Negli ultimi tempi però si sono rivolti a noi anche molti professionisti: avvocati, imprenditori, architetti…», aggiunge lo psicologo, «restano una minoranza, ma stanno sensibilmente aumentando». Le motivazioni che spingono all'abuso di sostanze sono varie e soggettive: «La dipendenza ha una natura multifattoriale: alla base ci sono motivazioni familiari, compresi quelli genetico-biologici, e ambientali», sottolinea l'esperto, «tuttavia, è risaputo che la cocaina ha come specificità quella di dare la sensazione, illusoria, di incrementare le prestazioni e di reggere meglio lo stress».

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Fra i cocainomani in cura al Sert ci sono anche molti dipendenti di aziende di trasporto pubbliche e private. «Questa droga è molto diffusa fra i conducenti», continua. «Si può facilmente immaginare quale pericolo rappresenti per i passeggeri un autista alla guida sotto l’effetto di cocaina, con una distorta percezione della realtà e riflessi gravemente alterati». E non sempre i controlli risultano efficaci: «Tutte le grandi ditte fanno test anti-droga periodici sul personale, ma, a mio parere, volendo si trova sempre un modo per evitarli. Spesso, poi, quando alla fine l'azienda si accorge della tossicodipendenza di un autista, si limita a cambiargli mansioni, senza assumere ulteriori provvedimenti».

L'ESEMPIO DI ATAC. A Lettera43.it Atac, l'azienda del trasporto pubblico romano, ha spiegato il suo sistema di controlli. Ogni anno i suoi 7 mila dipendenti vengono sottoposti a un test anti-droga. Se positivo, il conducente viene indirizzato al SerT di riferimento per accertare un eventuale stato di tossicodipendenza. Su richiesta dell’interessato, il medico competente può poi avviare «un processo di cura e riabilitazione» seguito da sei mesi di monitoraggio cautelativo, al termine dei quali il lavoratore, se guarito, può tornare alla guida. Se, invece, non si tratta di tossicodipendenza, ma di un’assunzione occasionale di stupefacenti, il conducente viene sospeso dalla sua attività e sottoposto al periodo semestrale di osservazione. «Qualora poi il dipendente non si adegui a questa procedura», spiegano dall’Atac, «è previsto il licenziamento».

3. Torino: operai e medici i più esposti

«I tossicodipendenti al lavoro sono più di quanti si possa immaginare». A sostenerlo è Antonio Iannaccone, responsabile del dipartimento Patologie e dipendenze di Torino. A differenza di Roma, però, ai SerT del capoluogo piemontese non si rivolgono molti autotrasportatori: «Sono pochi, generalmente padroncini», spiega Ianaccone a Lettera43.it, «perché, suppongo, le aziende effettuano test anti-droga periodici sui conducenti». Gli utenti sono, prevalentemente, operai e manovali. «Siamo a Torino, in una terra di piccole e grandi industrie», aggiunge, «l’abuso di droga è diffuso nelle catene di montaggio e fra i lavoratori notturni».

PROFESSIONISTI IN CRESCITA. Ed è proprio per affrontare i turni massacranti in fabbrica, secondo Iannaccone, che spesso avviene il primo approccio con la cocaina: una sniffata e si pensa di riuscire a tollerare meglio la fatica e il sonno, ma si finisce per diventarne schiavi. «I cocainomani rappresentano circa il 10/12% dei nostri utenti, dopo eroinomani (48%) e alcolisti (23%)», conclude, «ma sono in costante crescita», anche fra i professionisti.

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Uno studio del 2012 di Dianova, onlus che dal 1984 si occupa di tossicodipendenze, stimava in 43 mila il numero di medici con problemi di alcol o droga, su un totale di 370 mila lavoratori del settore: uno su 10. Sintomo di un disagio importante che, stando ad alcuni studi internazionali, si riflette sul tasso di suicidi che in ambito medico è doppio rispetto alla media. Del resto, un’indagine di Swg per l’Anaao-Assomed, l’associazione medici e dirigenti del Ssn, ha rivelato che il 68% dei medici si sente spesso «fisicamente molto stanco», il 48% «emotivamente sfinito», il 40% «in continua tensione», il 35% «frustrato».

MANCANO I FONDI. Per affrontare il problema, che a Torino riguarderebbe fra i 1.000 e i 1.500 dottori, l’Ordine dei medici aveva annunciato l’avvio di un progetto di assistenza psicologica e disintossicazione dedicato al personale sanitario. Il Progetto Helper, approvato nel 2013 dalla Giunta regionale, prevedeva «un programma articolato in ambulatoriale, semiresidenziale e residenziale, di presa in carico, consulenza, cura e riabilitazione rivolto a medici e altri professioni sanitarie». Ma, come riferito a Lettera43.it dal Centro torinese di solidarietà, ente partner, il Progetto Helper stenta a decollare: si sono svolti alcuni colloqui individuali con medici in difficoltà, ma i fondi per attuare il resto del programma tardano ad arrivare.

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