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7 Novembre Nov 2017 1542 07 novembre 2017

Mafia, il calvario delle donne che si ribellano

A Bagheria come a Palermo e Rosarno: figlie, madri, sorelle uccise per difendere l'onore di Cosa Nostra e della 'ndrangheta. O perché testimoni di giustizia. Un "codice talebano" nell'Italia del 2017.

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«Tua sorella si è fatta sbirra». Così diceva Pino Scaduto al figlio, ordinandogli di ucciderla. Il ras di Bagheria "benedetto" da Totò Riina e Bernardo Provenzano non poteva sopportare che la ragazza frequentasse un carabiniere. Un affronto al codice mafioso. E un pericolo per gli "affari" che l'uomo avrebbe cercato di rimettere in piedi in città. Il figlio però non gli ha obbedito: «Io ho 30 anni e non mi consumo per lui», aveva confidato a un amico intercettato.

SE LA DONNA È UN ESSERE INFERIORE. La mafia, se ancora non fosse chiaro, non ha una morale. Nemmeno una morale «sua» come qualche politico ha avuto il coraggio di sostenere. No, non ce l'ha e non l'ha mai avuta. Perché la mafia, le mafie hanno ucciso e sono pronte a uccidere anche bambini, figlie, mogli, sorelle. La stessa risposta del figlio del boss parla chiaro. «Io non mi consumo per lui», ha detto. Quasi che uccidere la sorella diventata «sbirra» non fosse in sé un atto ripugnante e inaccettabile, ma solo un rischio che non era disposto a correre, tanto meno a 30 anni. Senza dimenticare che «in una società patriarcale la donna è sempre considerata un essere inferiore», spiega a Lettera43.it Nadia Furnari, vicepresidente e referente per la Sicilia dell'associazione antimafia Rita Atria.

Rita Atria.

Le cronache di mafia purtroppo sono piene di donne e ragazzine punite da padri, zii e fratelli non solo perché avevano deciso di parlare e denunciare, ma semplicemente per la loro voglia di vivere liberamente. Amare liberamente. Per questo sono state cacciate, isolate, uccise. O spinte a uccidersi. Invece di concentrarci sull'orrore delle parole di Scaduto che non stupiscono, insiste Furnari, «puntiamo l'attenzione sui figli e sulle figlie dei mafiosi senza ipocrisia». Rita Atria, per esempio, se non si fosse uccisa a soli 17 anni, sarebbe ancora solo «figlia di, anzi una mitomane che aveva accusato tanti bravi padri di famiglia», spiega la responsabile che ricorda: «La filiera delle responsabilità non è solo mafiosa».

LA STORIA DI RITA. «Mi chiedo», continua la vicepresidente, «quante volte la ragazza di Bagheria sia stata liquidata come figlia di un mafioso». Anche Rita del resto era "solo" una figlia di. Suo padre, Vito Atria, boss della cosca di Partanna, venne ucciso nel 1985 quando lei aveva solo 11 anni. Dopo l'assassinio la ragazzina si avvicinò al fratello più grande, Nicola e alla cognata Piera Aiello, raccogliendo così informazioni sulle mafia locale. Nel 1991 anche Nicola venne ucciso e Piera, testimone dell'omicidio, denunciò i sicari collaborando con la polizia. Rita la seguì. Ad ascoltarle un giudice, al tempo procuratore di Marsala: Paolo Borsellino. Dopo la strage di Via D'Amelio, Rita si lanciò dal settimo piano della palazzina di Roma nella quale viveva da testimone protetta. «Ora che è morto Borsellino», aveva scritto nel suo diario, «nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi».

I GIUDIZI NON SERVONO. Dopo l'uccisione di Borsellino, Rita si era ritrovata sola. Di nuovo, come quando era piccola a Partanna dove tutti conoscevano la sua famiglia. E lei, sebbene bambina, portava l'etichetta di figlia di mafiosi. «Solo quando fu trasferita a Roma respirò la vita. Le serate in pizzeria, un fidanzatino. Andò persino a pattinare sul ghiaccio con la cognata», ricorda Furnari che non si stanca di ripetere: «I "figli di" non debbano essere giudicati». È necessario, continua, «lottare contro i nostri pregiudizi. Fare loro vedere che un altro mondo è possibile e che la vita può essere un'altra. Per usare le parole di Borsellino, fare loro sentire "il fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso"».

Maria Concetta Cacciola.

Invece le cronache di Bagheria non fanno altro che confermare quello che Furnari definisce il «teorema di Rita»: «"Nessuno ascolterà, nessuno ti capirà anzi ti giudicherà" scriveva la ragazzina sul suo diario. Un figlio di mafioso, maschio o femmina che sia, è condannato perché schiacciato dalla famiglia e giudicato dall'esterno». Ma una via d'uscita c'è e l'ha tracciata sempre Rita nel tema di maturità del 1992 sulla strage di Capaci: «L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore».

L'ONORE VALE PIÙ DELLA FAMIGLIA. L'onore di Cosa Nostra vale più della famiglia e degli affetti. Così era stato nel 1983 quando Lia Pipitone, madre di un bimbo di appena quattro anni, venne freddata da finti rapinatori mentre si trovava in un negozio di sanitari a Palermo. Come raccontò un pentito, il padre Antonino, boss dell'Acquasanta, avrebbe accettato di fare uccidere quella figlia "svergognata", assetata di indipendenza e accusata di avere una relazione extraconiugale. Due anni prima, un altro boss, Giuseppe Lucchese, uccise personalmente la sorella inscenando una rapina in un bar sempre a Palermo. Il movente era lo stesso: una presunta infedeltà coniugale. Stessa sorte toccò tempo dopo anche alla cognata. Oppure donne che rifiutano la mentalità mafiosa e diventano testimoni di giustizia. Come Maria Concetta Cacciola, nata a Rosarno in una famiglia di 'ndrangheta.

«MIO PAPÀ HA DUE CUORI». Maria Concetta aveva deciso di collaborare con le forze dell'ordine. Da Genova dove si trovava sotto protezione decise però di tornare a casa, in Calabria: troppa la mancanza dei tre figli avuti giovanissima da un marito violento, che l'aveva sposata solo per entrare nella giro. Il 20 luglio del 2011 però Maria Concetta morì. Le sarebbe stato fatto bere dai genitori e dal fratello acido muriatico. Un omicidio simulato da suicidio per farla tacere. Una madre attirata in trappola usando i figli. «Mio papà ha due cuori: la figlia o l’onore?...», si confidava Maria Concetta al telefono con un'amica poco prima di morire. «In questo momento dice che vuole la figlia, però dentro di lui c’è anche quell’altro fatto». O come Lea Garofalo uccisa dalla 'ndrangheta a Milano. Le mafie, spiega ancora Furnari, «temono soprattutto la cultura. E i testimoni di giustizia hanno bisogno di vaccini e vitamine, di capire che la vita vera è un'altra». Per questo, conclude la vicepresidente dell'associazione Rita Atria, «oltre ai beni ai mafiosi andrebbero confiscati i figli».

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