Centro Oli Viggiano
22 Novembre Nov 2017 0800 22 novembre 2017

Petrolgate in Basilicata, cosa c'è dietro due strani suicidi

L'ex generale Conti e il tecnico Griffa si tolsero la vita. Le loro storie sono legate alle vicende dei giacimenti lucani di Tempa Rossa ed Eni. Tra inquinamento, preoccupazioni e vecchie inchieste. La ricostruzione.

  • ...

Non c’è pace per il petrolio in Basilicata. Dopo le inchieste degli ultimi anni e l’ombra di un inquinamento senza controllo, ora sono due suicidi a turbare le notti della Val D’Agri. Succedono cose strane. Le procure di Potenza e Sulmona stanno vagliando ogni pista per fare luce su queste morti.

UNA MORTE FINITA SUI GIORNALI. La prima è quella dell’ex generale della Forestale Guido Conti - finito sui giornali perché dopo il suicidio avrebbe lasciato delle lettere per la tragedia di Rigopiano quando era comandante provinciale e aveva fatto autorizzazioni. L’altra morte è invece quella dell’ex responsabile del Centro oli di Viggiano Gianluca Griffa.

La Total e Conti: dopo 15 giorni dall'incarico le dimissioni e il suicidio

Il primo è stato ingaggiato dalla Total, proprietaria dello stabilimento Tempa Rossa di Corleto Perticara, come “direttore esecutivo ambiente e sostenibilità”. L’azienda il giorno della sua assunzione in comunicato aveva sottolineato come la scelta fosse stata presa «per assicurare che le attività continuino a essere svolte nel pieno rispetto della legge e in modo tale da coniugare industria, ambiente e sicurezza».

UN RUOLO DI CUI ERA ENTUSIASTA. Un incarico di cui Conti all’inizio era entusiasta. Una decisione dettata dalla volontà di «dimostrare che si può produrre e dare ricchezza diffusa, e tutelare migliaia di posti di lavoro di italiani, rispettando le leggi. Tutte. In primis quelle ambientali». Dopo 15 giorni però arrivarono le dimissioni. Poi il suicidio.

Guido Conti.

L'agenzia AdnKronos ha pubblicato le lettere sulla tragedia di Rigopiano, ma la famiglia ha smentito. La procura di Sulmona ha intenzione di vederci chiaro. Al momento pare meno convinta di altri nel ricondurre la morte dell’ex generale al senso di rimorso per la tragedia di Rigopiano citata nelle lettere lasciate a moglie e figlie. Non a caso sono stati ascoltati amministatore delegato e staff di Total.

QUELL'INQUIETANTE TELEFONATA. È notizia del 21 novembre l’acquisizione di una telefonata anonima acquisita dagli investigatori e ricevuta dal giornale online abruzzese Primadanoi.it. Poco prima delle 15 di venerdì 17 novembre una voce probabilmente artefatta segnalava le dimissioni di Conti da Total. La redazione di Primadanoi.it ha parlato all’Ansa di una voce «presumibilmente maschile e dall’accento meridionale, forse siciliano».

PAREVA «DISTRUTTO E CAMBIATO». La morte dell’ex generale, stando a una prima ricognizione, sarebbe avvenuta tra le 16 e le 17 di venerdì, dunque la telefonata sarebbe arrivata un’ora prima del suicidio. Il caso è dunque tutt’altro che chiuso anche perché la moglie di Conti al quotidiano Il Tempo ha confidato come di ritorno da Potenza avesse trovato l’ex generale «distrutto» e «cambiato».

Griffa, l'ingegnere che si uccise nel 2013: era tormentato dagli sversamenti

Sotto la lente dei magistrati di Potenza c’è poi un altro suicidio, un memoriale e le indagini su Eni che riguardano gli sversamenti di idrocarburi al Centro oli di Viggiano, il Cova. Nei giorni in cui il processo per il “Petrolgate” lucano era ai nastri di partenza a fare rumore fu una lettera depositata agli atti dell’inchiesta dei pm Francesco Basentini e Laura Triassi dell’ex responsabile dell’impianto, morto suicida nel 2013.

UNA FORTE DEPRESSIONE. Gianluca Griffa aveva 38 anni quando si tolse la vita nei boschi della sua città di origine, Montà d'Alba, provincia di Cuneo. Ingegnere energetico, era responsabile del Cova. Il suo corpo fu ritrovato da un abitante della zona l'8 agosto del 2013 e secondo quanto accertato dai carabinieri l’uomo si tolse la vita a causa di una forte depressione. Dal 25 luglio non si avevano più sue notizie. Tre giorni prima aveva avuto un incontro con i suoi superiori di Eni a Milano.

TANTI PROBLEMI TECNICI. Prima di sparire Griffa ha però scritto un memoriale ora finito al vaglio dei magistrati di Potenza che sono arrivati al suo nome scorrendo l'elenco dei dirigenti Eni da interrogare nell'ambito dell'inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti del Cova. Alla notizia del suicidio dell'ingegnere i pm hanno deciso di andare oltre raccogliendo la missiva in cui lo stesso metteva in fila problemi tecnici nei processi di trattamento del petrolio estratto in Val d’Agri, alcuni dei quali sono emersi nel corso degli anni successivi. Nella lettera inviata ai carabinieri di Viggiano e agli ispettori di polizia mineraria (Unmig) del ministero dello Sviluppo economico e riportata da Quotidiano del Sud, Griffa tratteggiava con preoccupazione le modalità di gestione del petrolio e i problemi dei serbatoi del centro oli.

Una foto di Gianluca Griffa.

L'inquinamento: preoccupazioni confermate da magistratura e Regione

Il primo problema riguardava la reiniezione delle sostanze pericolose nel corso del processo di trattamento del petrolio. Una preoccupazione poi rilevata dalla magistratura tre anni dopo e che ha portato alla sospensione del lavoro del pozzo di Costa Molina 2 nel comune di Montemurro.

PETROLIO DISPERSO NEL TERRENO. In seconda battuta si legge di come l’ingegnere avesse individuato delle perdite nel fondo dei serbatoi, descrivendo quanto visto con dovizia di particolari e misure dei fori rilevati. Un particolare emerso con forza a inizio 2017 quando la stessa Eni ha ammesso che 400 tonnellate di petrolio sono state disperse nei terreni adiacenti il Cova. Scoperta casuale, ma che lo stesso Griffa nel suo memoriale scrisse di aver riportato ai suoi superiori.

INADEMPIENZE E RITARDI DI ENI. Del resto nella diffida con cui la Regione Basilicata stoppava le attività del Cova nell'aprile del 2017 si rilevano criticità sui serbatoi di stoccaggio già dal 2009. Senza mezzi termini l’ente regionale scrisse che lo stop si era reso necessario «a fronte di inadempienze e ritardi da parte di Eni rispetto alle prescrizioni regionali».

Griffa si rimproverava di non essere riuscito a portare dalla sua parte i suoi superiori e che se le irregolarità fossero emerse all’esterno la colpa sarebbe ricaduta su di lui

Per tutta risposta al 38enne fu prospettata una «missione all’estero». Griffa si rimproverava nella lettera di non essere riuscito a portare dalla sua parte i suoi superiori e che in ogni caso se le irregolarità fossero emerse all’esterno la colpa sarebbe ricaduta su di lui in quanto responsabile dell’impianto.

PERSE TONNELLATE DI GREGGIO? Tuttavia tutti i tentativi di rallentare la portata dell’impianto per tamponare le possibili ricadute, a quanto ha scritto l’ingegnere nel memoriale, sono finiti nel vuoto e la storia è quella che emerge ad anni di distanza con le inchieste e le perdite di carburante. Il Radicale Maurizio Bolognetti, che da sempre chiede trasparenza sulle attività del cane a sei zampe in Basilicata, dice che «l'Eni farebbe bene a controllare con attenzione i 136 chilometri di condotta che portano il greggio dal Cova di Viggiano alle raffinerie Eni di Taranto. Non vorrei dover scoprire negli anni a venire che si son persi lungo il tragitto qualche tonnellata di greggio».

TROVATI DIFETTI PER CORROSIONE. Il commento è riferito a uno studio dell’allora Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (le cui competenze oggi sono passate all’Inail) che ha rilevato come nel 2006 «da una ispezione effettuata sull’oleodotto Monte Alpi-Taranto», fossero state trovate anomalie «dovute a difetti per corrosione identificati come mancanza di metallo della superficie della condotta».

Il Centro oli di Viggiano.

Quelle inchieste sulla politica: iniziato il processo a Potenza

L’Eni interpellata dall’Ansa ha definito quella di Griffa una vicenda drammatica e ha sottolineato che «nel centro oli sono sempre stati effettuati i necessari controlli e le verifiche ispettive già prima del 2012. Tutti gli interventi, non solo quelli sui serbatoi, sono stati gestiti sulla base delle evidenze tecniche e operative emerse nel corso degli anni. La documentazione degli interventi è stata da tempo presentata a tutti gli organi interessati, con i quali Eni collabora come sempre in maniera piena. Eni ha sempre condotto le proprie attività alla luce del sole, operando con totale trasparenza, e condividendo tutte le informazioni sulle attività, regolarmente autorizzate, in Val d’Agri».

IN 47 SUL BANCO DEGLI IMPUTATI. La società è poi passata al contrattacco anche in sede giudiziaria e ha fatto ricorso al Tar sulla decisione per lo stop al pozzo Costa Molina 2. La decisione del tribunale amministrativo regionale è attesa in questi giorni. Intanto il 6 novembre 2017 è iniziato a Potenza il processo per il “Petrolgate” lucano che vede sul banco degli imputati 47 persone tra responsabili del distretto meridionale Eni, ex vertici dell’Agenzia per la protezione ambientale della Basilicata (Arpab), politici, imprenditori locali e altri dipendenti della compagnia petrolifera.

Federica Guidi e Gianluca Gemelli.

Tra le accuse mosse dalla procura c’è anche il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti ed Eni si ritrova tra le 10 società rinviate a giudizio. Il procedimento riunisce due dei tre filoni che componevano l’inchiesta coordinata dai pm Francesco Basentini e Laura Triassi, cioè le indagini sullo smaltimento degli scarti di produzione del Centro oli dell’Eni e i lavori per la realizzazione del Centro oli della Total, a Corleto Perticara, in particolare per presunti scambi tra assunzioni e autorizzazioni da parte della precedente amministrazione comunale.

GUIDI E L'EX COMPAGNO. Il terzo filone sul “Petrolgate” è stato invece archiviato dalla procura di Roma a cui era passato il fascicolo per competenza. Si tratta dell’inchiesta riguardante il porto di Augusta e che aveva coinvolto anche l’ex compagno dell’allora ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, Gianluca Gemelli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso