Massoneria
22 Dicembre Dic 2017 1757 22 dicembre 2017

Massoneria, cosa dice la relazione della commissione Antimafia

Sono 193 i soggetti coinvolti in fatti di mafia e provenienti da logge tra Calabria e Sicilia. Mentre spunta anche l'uomo che spifferò ai boss della 'ndrangheta l'inchiesta "Crimine". La difesa del Goi.

  • ...

Si è chiuso il lavoro della commissione parlamentare antimafia sul dossier “mafia e massoneria” e il dato che salta subito all'occhio leggendo la relazione è uno in particolare: i 193 soggetti con precedenti penali per fatti di mafia legati alle logge dal 1990 al 2016 in Calabria e Sicilia. Nominativi per cui, in maggioranza, sono stati richiesti decreti di archiviazione, proscioglimenti e prosciogimenti per morte del reo. Tuttavia tra questi spiccano i sei condannati in via definitiva per associazione mafiosa e altri otto che a vario titolo hanno riportato condanne per traffico di stupefacenti, ricettazione, falso, bancarotta fraudolenta oppure sono destinatari di misure di prevenzione. Altri nove stanno affrontando il progetto in primo grado e tra questi uno ha già rimediato una condanna a 12 anni.

GLI ACCERTAMENTI DELLA FINANZA. Gli uomini dello Scico (Servizio centrale investigazione criminalità organizzata) della Guardia di finanza il primo marzo di quest'anno sono stati delegati dalla commissione parlamentare antimafia di procedere al sequestro degli elenchi degli iscritti della quattro maggiori obbedienze massoniche presenti in Italia: Grande Oriente d'Italia (Goi), Gran Loggia Regolare d'Italia (Glri), Serenissima Gran Loggia d'Italia e Gran Loggia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. La commissione ha poi deciso di circoscrivere ulteriormente il campo agli iscritti di Calabria e Sicilia e le operazioni sono continuate per circa 30 giorni. Il sequestro è stato necessario, rileva la commissione, «a fronte del reiterato rifiuto di collaborare da parte delle obbedienze con ragione di privacy dei singoli».

Le categorie professionali prevalenti sono quelle di avvocati, commercialisti, medici e ingegneri

Il censimento ha restituito 17.067 nominativi su 389 logge attive, la maggior parte dei quali parte del Grande Oriente e concentrati soprattutto in Calabria, a eccezione della Serenissima che conta il maggior numero di aderenti in Sicilia. Tra questi sono stati isolati i 193 nominativi con precedenti per mafia da cui risulta che 12 sarebbero ancora attivi, «10 presso logge del Goi, uno con domanda di regolarizzazione presentata presso loggia calabrese del Goi e membro del Consiglio Regionale della Calabria dal 2005 al 2010; uno, imprenditore agricolo, presso una loggia calabrese del Glri». Altri 13 risultati “non attivi” sarebbero invece in congedo e uno depennato, mentre due espulsi e infine tre sospesi e due in congedo. Tra i sei condannati per reati di mafia, cinque appartengono o sono appartenuti al Grande Oriente d'Italia. Non solo, «stando agli elenchi estratti risulterebbe che due dei condannati per mafia (un pensionato e un commercialista) sarebbero tuttora iscritti e attivi nell'obbedienza di appartenenza». Altri due risultano ancora “bussanti”, cioè hanno chiesto di entrare in una delle obbedienze, un quinto iscritto, un medico, risulta già sospeso a tempo indeterminato, mentre un altro depennato dal 2005.

NUMEROSI DIPENDENTI PUBBLICI. Tra i 193, rileva la commissione, oltre ai 35 pensionati e gli otto disoccupati risultano «numerosi dipendenti pubblici» e le categorie professionali prevalenti sono quelle di avvocati, commercialisti, medici e ingegneri. Nove le persone che hanno assunto cariche pubbliche. «Uno spaccato professionale», conclude la relazione, «denotante soggetti di un livello di istruzione medio-alto e, di tutta evidenza, in grado di stringere relazioni anche nel mondo della criminalità e in quello della società civile».

LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA

Dietro sigle, nomi (attualmente coperti da segreto) e numeri ci sono le storie. E una cartina di tornasole sono gli enti commissariati e sciolti per mafia. Nella relazione compare il caso dell'Asl 9 di Locri commissariata nel 2006 e per cui la relazione della commissione di accesso condotta dal prefetto Paola Basilone aveva messo in evidenza «la presenza all'interno dell'azienda sanitaria di personale, medico e non, legato da stretti vincoli di parentela con elementi di spicco della criminalità locale o interessati da precedenti di polizia giudiziaria» per reati riconducibili a contesti mafiosi. Rapporti che si ripercuotevano poi nel settore della spesa dell'ente e di pratiche amministrative per nulla virtuose. Dei 306 nominativi menzionati nella relazione di accesso e nell'ordinanza di arresto emessa dalla procura di Reggio Calabria, si legge nella relazione, «17 risultano censiti in logge massoniche» e tra loro ben «12 soggetti figurano negli elenchi sequestrati il primo marzo di quest'anno». Uno di loro, un medico incensurato, è figlio di un noto capo mafia, mentre un altro viene indicato come referente di una nota cosca calabrese, «nonché in stretti rapporti con un capo indiscusso di una cosca del mandamento ionico della provincia reggina».

IL CASO CASTELVETRANO. Dalla lettura della relazione del prefetto Basilone si nota che tre tra gli indagati per avere facilitato una procedura di rilascio per un’autorizzazione amministrativa appartengono alla stessa obbedienza e due alla stessa loggia. «Oltre ai direttori amministrativi, dirigenti, medici, responsabili dei vari settori e dipendenti di uffici pubblici, sono risultati iscritti alla massoneria anche alcuni soci e alcuni componenti degli organi di controllo di quattro società accreditate dall’ente sanitario commissariato, peraltro proprio quelle società a cui erano state riconosciute complessivamente prestazioni di servizi per importi superiori alla soglia comunitaria, senza che fosse stata mai acquisita la prescritta documentazione antimafia». La commissione analizza poi il caso dell'amministrazione comunale di Castelvetrano, feudo del latitante numero uno Matteo Messina Denaro: «Considerando le ultime due consiliature hanno assunto cariche elettive o sono stati membri di giunta almeno 17 iscritti alle quattro obbedienze di cui si dispongono gli elenchi». Così come le infiltrazioni mafiose nella massoneria hanno giocato un ruolo nella vicenda della banca di credito cooperativo di Paceco, sottoposta ad amministrazione giudiziaria. Qui, rileva la commissione, 11 tra esponenti della dirigenza aziendale e dipendenti hanno fatto parte della medesima loggia del Goi “Domizio Torrigiani” di Trapani; il presidente di uno dei passati Consigli di amministrazione, inoltre, è risultato iscritto alla loggia del Goi “Giuseppe Mazzini”, sempre di Trapani.

Stefano Bisi, Gran maestro del Grande Oriente d'Italia.

Uno dei nominativi che emerge all'interno della relazione, seppure privo di luogo e data di nascita, è quello di Giovanni Zumbo, che secondo la commissione è il commercialista calabrese condannato a 11 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha detto di lui l'ex pm di Reggio Calabria, oggi procuratore a Roma, Michele Prestipino: «Il signor Zumbo, che fa da prestanome (alla cosca Tegano), è soggetto particolare: se volessimo scrivere un paragrafo sul manuale della zona grigia, il signor Zumbo sarebbe una figura scolastica di componente della zona grigia perché esercita una libera professione, ha uno studio che lo mette in contatto con tutto il mondo dei liberi professionisti, ha rapporti con la magistratura perché fa l’amministratore dei beni sequestrati e confiscati, amministrava patrimoni di mafia importantissimi non solo per la rilevanza economica, ma anche dal punto di vista dei nomi degli ‘ndranghetisti cui questi patrimoni appartenevano». All'epoca dei fatti, Zumbo rivelò segreti riguardanti l'operazione "Crimine" al boss Giuseppe Pelle e il suo nominativo compare nel piedilista della loggia “Araba Fenice” della Glri. Accanto al suo vi è pure quello del carabiniere Roberto Roccella che segnalò la presenza delle armi nella Fiat Marea nera parcheggiata il 21 gennaio 2010 lungo il tragitto del corteo di auto blu dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in visita nel capoluogo calabrese.

LE REAZIONI DEL GRANDE ORIENTE. Come in sede di audizione della commissione, il Gran maestro del Grande Oriente d'Italia Stefano Bisi ha reagito dicendo a Radio Radicale che «si vogliono riportare indietro le lancette della storia. C'è una certa nostalgia per una legge approvata nel 1925 che va contro la libertà di associazione. Chiedere i nomi», ha ribadito più volte, «non è una forma di collaborazione ma non possiamo far criminalizzare una intera associazione di uomini. Questi 193 indicati in 27 anni sono l'1% circa di tutti gli iscritti che poi si riducono a due tra tutti quelli censiti. Per non ricordare poi», conclude Bisi, «che tra i tanti il tribunale di Marsala ha giudicato presentabili i due fratelli del Grande Oriente che hanno fatto gli assessori a Castelvetrano».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso