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30 Dicembre Dic 2017 1400 30 dicembre 2017

La storia di Iorge: quando la disabilità diventa una risorsa

Emiplegico e afasico, ha usato il proprio corpo per attirare l'attenzione e uscire da una situazione di difficoltà. Il Comune di Milano gli ha garantito la permanenza in ospedale. Ma quello che ancora manca è un progetto assistenziale ad hoc.

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A Natale siamo tutti più buoni, così recita il detto. In questi giorni di festa vogliamo riprendere e riflettere su una cosiddetta good news, dal sapore dolce ma dal retrogusto forse un po' amaro. Si tratta di una storia iniziata chissà da quanto tempo, ma che ci è stata fatta conoscere dai media mesi fa e che è tornata a far parlare di sé nelle ultime ore. È il mese di febbraio, quando, in una piazza di Milano, alcuni passanti notano un uomo che, privo di una gamba e con l'altra paralizzata, si sta rotolando a terra. Viene chiamata l'ambulanza che lo trasporta all'ospedale San Carlo, dove si trova da 10 mesi. È emiplegico e afasico, quindi il personale medico e paramedico, così come i mediatori culturali presenti in ospedale, non riescono a riconoscerne l'identità né a capire la sua storia. Il mistero dura fino al giorno in cui, nella stanza in cui dorme, non entra la badante di uno degli altri tre pazienti ricoverati con lui. Sentendola parlare in romeno, l'uomo si illumina. L'incontro è la svolta: probabilmente l'ipotesi di una sua nazionalità romena permette agli “esperti” di avere più strumenti linguistici e culturali per capirlo. Sembra che si chiami Iorge (e così lo chiameremo), abbia 50 anni, sia nato nella zona di Bucarest e sia stato sfruttato come mendicante.

UNO STRATAGEMMA PER ATTIRARE L'ATTENZIONE. È quindi probabile, secondo la stampa, che l'auto-ruzzolamento sul marciapiede sia stato uno stratagemma per attirare l'attenzione di qualcuno che poi lo aiutasse ad uscire dalla situazione di estremo disagio in cui vessava. La polizia, in collaborazione con altre istituzioni nazionali e romene, sta cercando di risalire alla sua identità ma le indagini non sono semplici. A quanto pare, infatti, Iorge non è conosciuto né dai servizi sociali né dall'ufficio stranieri del Comune di Milano e nemmeno dalla polizia, in quanto incensurato. Ora (cioè dopo “solo” 10 mesi di permanenza in un ospedale pubblico) il Comune di Milano e la Regione Lombardia stanno valutando un decreto per spostarlo in una struttura meno costosa. Intanto Iorge è diventato una presenza familiare sia per gli altri pazienti che per i sanitari. Questa, in sintesi, la vicenda. Qual è il “sapore dolce” della storia di Iorge, che la rende appunto una buona notizia? E dove ritroviamo invece il retrogusto un po' amaro che diventa il nostro campanello d'allarme per farci riflettere su ciò che forse potrebbe essere migliorato nel processo di presa in carico di questa persona?

LA DISABILITÀ DA LIMITE A RISORSA. Rispondendo alla prima domanda, mi sembra di osservare almeno due elementi “costruttivi” in questa storia di vita, sicuramente molto complicata e dolorosa. Il primo è Iorge e ciò che ha fatto in maniera volontaria (probabilmente) per cercare di cambiare il corso della sua vita. Se davvero rotolarsi sul marciapiede è stato uno stratagemma per farsi notare e chiedere aiuto, Iorge ha dimostrato di essere geniale. Eh sì, perché avrebbe potuto anche reagire in modo completamente differente alla sua condizione fisica e sociale. Per esempio si sarebbe potuto rassegnare a essere sfruttato per sempre, pensando di non avere la capacità di “prendere in mano” la propria esistenza per cercare di migliorare il suo presente e futuro. Avrebbe potuto considerare la sua disabilità solo come un limite invalicabile, un impedimento permanente alla possibilità di vivere meglio. In realtà, noi non sappiamo cosa pensi di se stesso e della sua condizione, sta di fatto che, in questo frangente, ha saputo “usare” il suo corpo ed i suoi movimenti particolari per attirare l'attenzione dei passanti e quindi uscire da una situazione di disagio. In altre parole, Iorge ha trasformato la sua disabilità da limite a risorsa per poter manifestare la propria capacità di autodeterminazione nel volere cambiare il corso della sua biografia.

Perché le istituzioni non si sono attivate per individuare soluzioni meno emergenziali rispetto a una degenza non indispensabile a spese del Ssn?

Il secondo elemento rincuorante è stata la risposta dei cittadini che, in quella fredda giornata di quasi un anno fa, si sono accorti della sua muta richiesta di aiuto e non sono rimasti indifferenti di fronte ad essa, attivandosi per prestargli soccorso. Semplice senso civico, commenterete voi. Vero, ma credo che oggi nemmeno quello sia un valore che possiamo permetterci di dare per scontato. Infine, l'ultimo “sapore dolce” di questa storia lo cogliamo osservando la qualità della presa in carico di Iorge da parte di tutti i ruoli che lavorano all'ospedale San Carlo: mi riferisco sia a chi si interfaccia direttamente con lui, ovvero il personale medico, paramedico e i mediatori culturali, sia ai dirigenti della struttura, responsabili, suppongo, della decisione di continuare ad ospitarlo lì, sebbene le sue condizioni, a livello clinico, siano buone. Proprio un bell'esempio di come normalmente dovrebbero essere curati i pazienti: prendendosi cura delle persone nella loro globalità e non solo degli aspetti strettamente sanitari.

UN SERVIZIO CHE TRASCENDE IL MANDATO. Certo che il servizio che l'ospedale in questo momento sta offrendo trascende il suo mandato, visto che il “paziente” non presenta patologie organiche. E qui iniziamo a individuare le note dolenti. Perché, a parte cercare di risalire all'identità dell'uomo, le istituzioni non si sono attivate prima per cercare di individuare delle soluzioni di presa in carico meno emergenziali e costose rispetto a una degenza non indispensabile a spese del servizio sanitario nazionale (tenendo peraltro occupato un posto letto in un periodo storico in cui, considerati i tagli alla sanità pubblica, se ne sarebbe potuto e dovuto fare a meno)? Come mai Iorge non era conosciuto dall'ufficio stranieri e dai servizi sociali? Per quale motivo il Comune e la Regione si stanno muovendo solo ora per gestire in modo meno precario un'emergenza che, a questo punto, forse non avrebbe più senso nemmeno definire tale?

L'ESEMPIO DEL VENETO. Ma soprattutto: so che in Veneto, ad esempio, i servizi sociali affidano “casi” simili a quello di Iorge a realtà del terzo settore che, sulla base di un progetto individualizzato, aiutano le persone a riprogettare la loro vita in modo più funzionale alla loro salute psico-fisica e socio-relazionale. Si tratta di percorsi di accompagnamento volti, sia a rispondere alle esigenze, materiali, psicologiche e relazionali dei beneficiari sia al perseguimento di obiettivi di autonomia e inclusione sociale. Aiutarli a trovar casa, lavoro, ricostruire legami socio-affettivi sono solo degli esempi di azioni che si possono compiere. E poi, soprattutto, questi progetti, se funzionano, servono a sviluppare, nei destinatari, competenze affinché poi possano continuare a gestire la loro vita in modo autonomo. Il mio augurio a Iorge per l'anno nuovo è che incontri ruoli professionali competenti che lo aiutino a diventare il protagonista della sua esistenza.

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