Macchi
9 Gennaio Gen 2018 1844 09 gennaio 2018

Delitto Macchi, le cose da sapere

Si riapre il caso della giovane uccisa nel 1987: quattro capelli trovati sul suo corpo non appartengono all'attuale imputato, Stefano Binda, ma a un "ignoto".

  • ...

Quattro capelli di un 'ignoto', che non appartengono alla vittima e non sono attribuibili all'imputato Stefano Binda, sono stati trovati sui resti di Lidia Macchi, la studentessa di Varese massacrata con 29 coltellate nel gennaio 1987. Lo hanno riferito i periti nel corso dell'udienza davanti al gip di Varese Anna Giorgetti con al centro gli accertamenti, disposti con la formula dell'incidente probatorio, sul cadavere riesumato nel marzo del 2016. Sono stati estrapolati circa seimila reperti tra peli e capelli. Fra questi, quattro capelli non appartengono a Lidia Macchi o a persone del suo gruppo familiare. Attraverso la comparazione con il Dna i periti hanno «escluso con certezza» che siano riconducibili a Binda, l'uomo accusato di aver ucciso la ragazza, sotto processo davanti alla Corte d'Assise di Varese. L'imputato, oggi presente in aula, si è sempre proclamato innocente.

1. L'arresto di Binda: sua la calligrafia delle lettere

Nel maggio del 2015, la procura di Milano aveva dichiarato di aver individuato un profilo dell'autore di una lettera inviata alla famiglia il giorno dei funerali della Macchi: “In morte di un'amica”. La lettera è sempre stata una delle principali piste su cui si sono concentrati gli investigatori e nel gennaio 2016 Binda è stato arrestato in quanto autore della stessa. L'accusa per Binda è di omicidio volontario aggravato. È stato lui, compagno di liceo di Lidia, ad aver inviato la lettera alla famiglia, e ad averlo tenuto segreto per tutti questi anni. L'arresto scattò anche grazie ad alcune testimonianze. Una donna che aveva ricevuto in passato lettere da parte dell’uomo ha riconosciuto lo stile della calligrafia guardando una trasmissione televisiva e notando che le lettere scritte all’epoca in relazione all’omicidio Macchi coincidevano nello stile e nella forma con quelle che le erano state recapitate.

2. Il ritrovamento del corpo: primo test del Dna in Italia

Macchi è stata trovata morta il 7 gennaio del 1987 in un bosco in provincia di Varese, dopo due giorni di ricerche seguite alla sua improvvisa scomparsa. Il corpo della ragazza, 21 anni era stato ritrovato sotto uno strato di cartoni, con i segni di 29 coltellate sul corpo. La perizia dimostrò allora che la Macchi aveva avuto un rapporto sessuale prima di morire. Il caso Macchi fu il primo in Italia in cui venne utilizzato il test del Dna. Il materiale organico trovato sul suo corpo venne mandato nel laboratorio inglese di Abingdon, dove fu analizzato anche il sangue delle persone coinvolte nelle indagini. Dalla data della sua scomparsa, il 5 gennaio, genitori, amici, compagni di Cl e forze dell'ordine l'avevano cercata ovunque fino al suo ritrovamento del suo corpo in un bosco. La ragazza aveva vent'anni ed era studentessa di legge alla Statale di Milano, oltre che capo guida scout nella sua parrocchia di Varese. I genitori hanno sempre chiesto che venisse scoperta la verità.

3. Il primo sospettato: il prete amico

I primi sospetti caddero inizialmente su don Antonio, un prete amico della Macchi che coordinava gli scout di cui faceva parte la ragazza. Il prete, di bell'aspetto, entrò al centro di un'ingiusta gogna mediatica, richiesta a gran voce dall'opinione pubblica in cerca del mostro. I riferimenti religiosi nella lettera, la vicinanza con la Macchi e il bell'aspetto erano bastati per sottoporre don Antonio a ventiquattr'ore di interrogatorio. Da cui non venne fuori nulla, se non un alibi alquanto debole. Il test del Dna riuscì a scagionarlo. La sua posizione è stata archiviata dalla Procura di Milano dopo che quella di Varese aveva 'dimenticato' nei suoi cassetti il caso.

4. Il secondo sospettato: scagionato dal Dna

Nel 2014, dopo 27 anni di ricerche infruttuose, le indagini si sono concentrate su un nuovo sospettato: Giuseppe Piccolomo. L'uomo era in carcere per l'omicidio di Carla Molinari, il caso noto come “il delitto delle mani mozzate”. La procura di Milano ha accusato Piccolomo, perché alcuni elementi portavano a pensare a una sua responsabilità: le similitudini con il delitto di Carla Molinari, soprattutto per la dinamica; la vicinanza tra la sua abitazione e il posto del ritrovamento del corpo di Lidia; il tipo di imballaggio usato per coprire il corpo. Un'analisi del Dna sui reperti del caso ha però chiuso definitivamente anche questa pista, portando nei mesi scorsi a scagionare Piccolomo.

5. La testimonianza di un'amica: caso riaperto

A rivoltare le carte in tavola ancora una volta sono state il 19 dicembre 2017 le parole di Paola Bonari, amica d’infanzia di Lidia. La donna ha riferito le parole di una sua vecchia amica, residente nel Mantovano, che dopo l’arresto di Binda le fece una rivelazione choc: al telefono raccontò alla Bonari che una persona, pochi anni dopo l’assassinio, riferì all’amica mantovana di essere l’autore materiale del delitto. L’amica in questione, Daniela Rotelli, è stata prelevata a Mantova e portata in aula per essere ascoltata: ha confermato le parole della teste precedente, confermando quanto era stato detto in mattinata. Ha anche raccontato che in Università a Milano, a fine Anni ’80 o inizio Anni ’90, un ragazzo alto circa un metro e settanta, moro e con gli occhi scuri, del quale non ha ricordato il cognome, ma che era conosciuto come “Lelio”, le disse di aver ucciso Lidia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso