GAY CHIESA
7 Febbraio Feb 2018 1041 07 febbraio 2018

Chiesa: la lunga marcia dei gay cristiani

A Torino la diocesi sospende un ritiro spirituale sull'amore omosessuale. Ma in Italia da quasi 40 anni esistono gruppi e comunità che lottano per essere riconosciuti. E che ora confidano in Papa Francesco.

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Pochi sanno che tra i padri di Arcigay può essere annoverato anche un prete, ex a dire il vero visto che allora era sospeso a divinis. Don Marco Bisceglie figura infatti tra i fondatori del circolo ArciGay di Palermo nel 1980. Cinque anni prima, Bisceglie era stato sospeso a divinis a seguito di un articolo scandalistico pubblicato sul Borghese in cui due giornalisti scrivevano di aver ricevuto la benedizione del don, dopo essersi presentati da lui sotto le mentite spoglie di una coppia omosessuale. Trentasette anni dopo, il riconoscimento dei legami d’amore omosessuale dà ancora scandalo all’interno della Chiesa, anche se il quadro è molto cambiato. Oggi gli omosessuali cristiani italiani sono organizzati in gruppi, hanno figli e famiglie e un minimo di apertura da parte della Chiesa cattolica.

IL PASSO INDIETRO DI TORINO. In realtà tale apertura è molto contraddittoria, come dimostra il caso di Torino, dove la diocesi è stata promotrice di un ritiro spirituale dedicato all’amore omosessuale che però in seguito è stato sospeso, dopo che la vicenda è stata ripresa con forte enfasi sui giornali e criticata da esponenti vicini all’oltranzismo cattolico come Costanza Miriano, o da associazioni come l’Opus Dei. Il servizio di accompagnamento agli omosessuali, ha precisato la diocesi dopo aver sospeso l’iniziativa da lei stessa promossa, «non significa approvare comportamenti o unioni omosessuali che restano per la Chiesa scelte moralmente inaccettabili». E ancora: «Non intendiamo in alcun modo legittimare le unioni civili o addirittura il matrimonio omosessuale».

IL TEMA DELLA FEDELTÀ. Tuttavia, incontri simili a quello sospeso si tengono a Torino oramai da 10 anni all’interno della Pastorale degli omosessuali curata da Don Luigi Carrega a Torino e lo stop sembra più motivato da ragioni di eccessiva visibilità che da altro. «Una frazione curiatica si è lasciata spaventare dal tema del seminario, ovvero la fedeltà, il fatto che due persone omosessuali siano capaci di amore. È questo dà fastidio in certa parte della Chiesa perché costringerebbe ad aggiornare la dottrina che oggi vede l’amore tra due persone dello stesso sesso solo come istinto bestiale», commenta Massimo Battaglio, 52 anni. Omosessuale, cattolico, già attivista di Arcigay, Battaglio spiega che al seminario organizzato da Don Gianluigi Carrega «erano già iscritte 30 persone a 20 giorni dall’incontro. Molte se ne sarebbero aggiunte».

LO SCONTRO INTERNO ALLE GERARCHIE. «Sembra evidente come questa decisione sia frutto di polemiche e attriti interni alla Chiesa stessa che non riesce, nonostante la predicazione di presunta apertura e accoglienza, a trovare una sintesi tra l’amore e l’accoglienza predicata dalle Scritture e i continui e biechi insulti verso una comunità che con grandi difficoltà tenta di aprire nuove forme di dialogo», ha commentato per il Torino Pride Alessandro Battaglia. L’enfasi viene posta, pur senza far nomi, sugli scontri all’interno delle gerarchie cattoliche. Tra due anni, l’attuale arcivescovo Cesare Nosiglia andrà in pensione. Può anche essere, da questo punto di vista, che siano già partiti i posizionamenti per il dopo. Ma questi sono dettagli.

La benedizione valdese alle unioni civili.

ANSA

Mentre è impossibile calcolare quante siano le persone omosessuali in Italia che professano la fede cattolica, è invece noto che a oggi la rete delle associazioni sul territorio è composta da circa 30 gruppi, che riuniscono un migliaio di persone impegnate attivamente. Se bisogna individuare un momento fondativo del movimento cristiano omosessuale in Italia, allora bisogna tornare ancora indietro al 1980. In quell’anno, infatti, si tiene nel centro ecumenico di Agape, in provincia di Torino, un convegno dedicato al tema «Fede cristiana e omosessualità». Da allora, Agape, che fa capo alla comunità valdese storicamente più aperta nei confronti degli omosessuali della Chiesa cattolica, organizza ogni anno incontri e seminari dedicati alle persone Lgbt.

LE PRIME COMUNITÀ. Ma, soprattutto, a quel primo seminario del 1980 partecipano come promotori due figure chiave per gli omosessuali cristiani quali Ferruccio Castellano e Don Franco Barbero. Ferruccio Castellano, dopo quell’esperienza, fonda il centro milanese Il Guado e, l’anno dopo Davide a Torino, due punti di aggregazione storici per gli omosessuali cristiani. Tre anni dopo, anche in seguito alla morte della madre, si suicida. Franco Barbero, fondatore della comunità di Pinerolo, continuerà invece per tutta la sua vita – e continua ancora adesso – a lavorare accanto alle persone omosessuali, anche dopo le dimissioni dallo stato clericale imposte da un decreto di Papa Giovanni Paolo II del 2003, promulgate dall’allora prefetto della congregazione per la dottrina Joseph Ratzinger.

LA SVOLTA DEL 2000. I primi anni di attività di gruppi come il Guado o Davide sono caratterizzati soprattutto dall’attività di sostegno ai singoli, quasi gruppi di autocoscienza che si riuniscono dapprima nelle case dei singoli, poi in sedi vere e proprie, per confrontarsi e sostenersi uno con l’altro, ma con scarsa visibilità verso l’esterno. «La svolta arriva nel 2000 con il World Pride di Roma», spiega Andrea Rubera, «quando in molti è maturata una coscienza della necessità di avere una propria visibilità, uscire dal quel clima catacombale attraverso la testimonianza delle nostre vite».

Di fronte a coppie gay unite da un vincolo di lunga durata e/o con figli, le gerarchie cattoliche si trovano di fronte al dilemma di come accogliere queste persone. Mentre il battesimo dei figli è riconosciuto sempre, le parrocchie si comportano in maniera diversa rispetto alla comunione

Andrea Rubera, gay, cattolico, padre con suo marito di tre figli, è portavoce di un’associazione chiamata «Cammini di speranza» che dal 2015 lavora per aggregare tutte le esperienze locali in una realtà unica, che possa avere un ruolo di rivendicazione e visibilità maggiore. Persone come Rubera guardano con fiducia al papato di Francesco, anche se il sinodo sulla famiglia e l’enciclica Amoris laetitia hanno frustrato le speranze di un cambiamento radicale nella dottrina. «La mia idea», sostiene Rubera, «è che il Papa, anche per le posizioni espresse all’interno del sinodo, abbia rinunciato a intervenire sulla dottrina, concentrandosi invece sull’atteggiamento pastorale, guardando prima di tutto alle persone, al loro vissuto concreto». Il 2 ottobre 2016, chiacchierando con i giornalisti su un aereo, Papa Francesco disse che gay e transessuali vanno «accolti e accompagnati, questo è quello che farebbe Gesù». Questa enfasi sulla vita reale delle persone, sull’ascolto e sulla misericordia anziché sulla dottrina, secondo Rubera, avrebbe spinto molti preti e persone vicine alla Chiesa a proseguire nel loro confronto con le persone omosessuali in maniera più diretta, senza paure. Questo nonostante la dottrina sia chiara nella condanna delle unioni omosessuali.

IL NODO DEI SACRAMENTI. Allo stesso tempo, si è rafforzata però anche l’opposizione di chi, dentro la Chiesa, non accetta aperture di sorta. «La situazione è molto differente da diocesi a diocesi, a seconda del parroco che si incontra, o alla vicinanza o meno del vescovo al messaggio di Francesco». Il tema centrale, oggi, non è tanto l’accettazione delle persone omosessuali all’interno della Chiesa, quanto il riconoscimento dei legami di affetto. La questione, sottotraccia da anni, si è presentata con più forza dopo l’approvazione delle unioni civili. Di fronte a coppie gay unite da un vincolo di lunga durata sempre più numerose, in alcuni casi famiglie con figli, le gerarchie cattoliche si trovano di fronte al dilemma di come accogliere e comportarsi con queste persone. Mentre il battesimo dei figli è riconosciuto sempre – sarebbe contro la dottrina non concederlo – le parrocchie si comportano in maniera diversa rispetto al sacramento della comunione. «In alcuni casi che hanno visto protagonisti nostri soci», riferisce Rubera, «la protesta di alcuni parrocchiani ha convinto alcuni preti a negare la comunione a uomini e donne che vivevano la loro vita di coppia alla luce del sole». Anche la celebrazione del funerale è stata in più occasioni motivo di polemica, per esempio nel caso dell’83enne Franco Perrello, le cui esequie religiose un anno fa sono state contestate da più parti essendo lui insieme al compagno Gianni Reinetti il primo ad aver celebrato un’unione civile a Torino dopo 53 anni di convivenza. «Il parroco non voleva celebrare il funerale», rivelò in un’intervista Reinetti. In quel caso fu decisivo l’intervento di don Carrega. Lo stesso Carrega che, adesso, è stato “stoppato” dalla diocesi.

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