Armi Usa
9 Febbraio Feb 2018 1400 09 febbraio 2018

Licenza armi, perché in Italia la legislazione è tra le più rigorose

Una lobby come in America? Il quadro nel nostro Paese non è paragonabile: «Per ottenere i permessi ci sono controlli rigidi», dice l'avvocato Bana. La situazione e le norme interpretate male.

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«La legislazione italiana sulle armi è molto rigorosa, tra le più rigorose d'Europa». A spiegarlo è l'avvocato Antonio Bana, durante un intervento alla terza edizione Lexfest a Cividale del Friuli sulla giustizia e l'informazione. Bana, relatore all'Hit Show di Vicenza durante l'evento "Legittima difesa e legittima detenzione di armi: un equilibrio da difendere", ha commentato in questo modo l'attentato di Macerata, dove l'ex candidato della Lega Luca Traini ha usato una pistola che deteneva regolarmente per uso sportivo per colpire sei persone.

SEMPRE MENO GIOVANI A CACCIA. Il suo parere approfondisce il tema della circolazioni della armi in Italia, con la possibilità della creazione di una lobby come quella negli Stati Uniti. Nel nostro Paese, secondo Bana, il discorso è molto differente e non equiparabile: «Per ottenere il porto d'armi ci sono controlli veramente rigorosi. Salgono le licenze di tiro a volo, ma se ne abbassano tantissime. Si trovano sempre meno giovani che vanno a caccia. La legislazione in materia di armi che è molto rigorosa nella sua complessità».

Armi, una lobby che fa gola a destra e sinistra

Quante e quali sono possedute in Italia? Il Viminale non fornisce dati. Eppure sarebbe fondamentale per prevenire raid come quello di Macerata. Intanto produttori e comitati spingono per creare una associazione sul modello della Nra.

Il porto d'armi in Italia, secondo Bana, richiede visite mediche costanti, ogni anno. «Il nostro brand italiano sulle armi è tra i più importanti del mondo». Per spiegare come la stessa giustizia in Italia abbia spesso sbagliato a interpretare le leggi, Bana ha portato l'esempio di un caso che va avanti dal 2004.

SEQUESTRO DI 1.200 CARABINE. Tutto nasce nel luglio di quell'anno, quando la procura di Brescia con un decreto dispose il sequestro sul territorio nazionale di 1.200 carabine «legittimamente detenute da privati al fine di verificare se i congegni di scatto potessero azionare lo sparo a raffica delle stesse». Erano fucili Zavstava che arrivavano dall'ex Jugoslavia. Il fumus ravvisato era quello dei delitti d'importazione o introduzione, cessione e fabbricazione nello Stato di armi da guerra o di detenzione di queste armi.

Le armi trovate nella macchina di Traini.

Dopo quattro anni le indagini sono ancora in corso. Ma durante la discussione del processo è emerso «che l'originaria importazione di tali armi era stata consentita dallo stesso Banco nazionale di Prova (organo deputato al controllo delle armi in italia, ndr) che aveva sentenziato di come questi fucili fossero arma comune da sparo».

IL BALLO DEI CONSULENTI. Insomma non c'erano illeciti. Nel corso delle indagini e delle diverse impugnazioni avanti al tribunale della libertà la difesa ha potuto scoprire che i consulenti odierni della procura all'epoca dei fatti erano componenti stessi della commissione consultiva delle armi al ministero. Anzi, dopo lo scioglimento della stessa erano passati a far parte come consulenti del pubblico ministero, disattendendo quanto certificato precedentemente.

SITUAZIONI MOLTO DELICATE. Ora il processo è ancora in corso e deve affrontare un altro giudizio in Cassazione. Dice Bana: «Da ultimo per noi legali, che ci troviamo ad affrontare ogni giorno situazioni molto delicate rispettando tempistiche rigorose a pena di decadenza, dobbiamo essere consapevoli di valutare ogni aspetto difensivo a tutela dei clienti senza incorrere nell'errore professionale tra versante tecnico e procedurale e obblighi d'informazione».

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