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31 Marzo Mar 2018 1800 31 marzo 2018

Big data, opportunità e rischi secondo Fosca Giannotti

Le tracce digitali che lasciamo ogni giorno non sono utilizzate solo per scopi commerciali. Ma per migliorare la nostra vita quotidiana. La ricercatrice del Cnr di Pisa spiega limiti e sfide del nuovo petrolio.

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Lo scandalo Cambridge Analytica ci ha improvvisamente fatto sentire "nudi" davanti allo schermo. Un like, una applicazione scaricata per caso, una chat, un ordine online o semplicemente una ricerca in internet sono diventati per molti un pericolo. Come se avessimo puntato addosso l'occhio del Grande fratello h24. Ma quanti dati si producono quotidianamente? Per dare un'idea dell'ordine di grandezza - e si tratta di stime in continua evoluzione - nel 2014 si producevano 2,3 zettabyte al giorno che entro il 2020 potrebbero raggiungere i 40. Una quantità enorme se si considera che 2,3 zettabyte equivalgono a 2,3 per 10 alla settima bytes. Detta diversamente: se paragoniamo un gigabyte a una tazza da 325 centrilitri, uno zettabyte avrebbe lo stesso volume della Grande Muraglia cinese (fonte Cisco).

UN USO POSITIVO DEI BIG DATA. I dati che seminiamo ogni giorno come briciole, e che ogni giorno vengono raccolti da colossi 2.0, aziende e laboratori scientifici, non sono però il male assoluto. Anzi, una volta elaborati possono migliorare la qualità della nostra vita quotidiana e, se trattati correttamente, non mettere a repentaglio la nostra sfera privata.

I RISCHI DEL MONOPOLIO. Questo non significa che la raccolta e l'utilizzo di queste tracce digitali non presentino criticità e rischi. È un fatto, per esempio, che esistano «grandi aggregazioni di dati in mano a colossi come Google, Amazon, Facebook che con il successo e la pervasività che hanno raggiunto sono diventati dei veri e propri latifondisti di dati», spiega a L43 Fosca Giannotti, direttore di ricerca al CNR di Pisa e coordinatrice del progetto SoBigData. Questa eccessiva concentrazione, continua Giannotti, crea una disparità incredibile, la cui pericolosità fino a ora è passata piuttosto inosservata. A differenza di altri monopoli, poi, quello sui dati personali non è ancora stato regolato.

LA SFIDA EUROPEA. Per fare chiarezza è necessario separare i piani della discussione. Da una parte, sottolinea la ricercatrice, c'è la centralizzazione eccessiva di dati nelle mani di pochi attori. Dall'altra non va dimenticato che i dati personali sono proprietà di chi li produce. «Un po' come il sangue o il Dna», sottolinea Giannotti, «e devono essere trattati con dignità e rispetto». E proprio per tutelare maggiormente i diritti di chi i dati li produce, l'Unione europea ha contribuito alla discussione approvando la Gdpr, la European General Data Protection Regulation. Un passo avanti visto che la normativa stabilisce, per esempio, che sui dati valgano le leggi del Paese dove sono prodotti e non più di quello dove vengono elaborati. Non un dettaglio, considerando che la quasi totalità delle società 2.0 hanno il quartier generale in Usa.

Entro il 2020 il mercato dei dati in Ue potrebbe toccare i 106 mld di euro.

Le nuove regole garantiscono maggiori diritti ai produttori dei dati, cioè noi, e maggior capacità di conoscere come vengono usati. «La persona digitale», fa notare Giannotti, «non dovrebbe essere scissa da quella fisica». Ciò significa che può scegliere di dare il consenso all'utilizzo dei dati avendo informazioni esaurienti. Ma ci si può - e forse ci si deve - spingere oltre.

PER UNA ESPOSIZIONE CONSAPEVOLE. «Per esempio, il profilo psicologico costruito in base alle informazioni dei social dovrebbe essere mostrato all'utente per chiedere se quest'ultimo vi si riconosce o meno», è il ragionamento. L'utente profilato verrebbe messo davanti al sé virtuale che può approvare o rinnegare. In caso affermativo, l'interessato potrà dare il consenso al suo utilizzo, consapevole del fine che se ne farà. In una parola, ribadisce Giannotti, «occorre mettere al centro il produttore di dati». E far sì che la sua "esposizione" sia il più consapevole possibile. I rischi potrebbero poi ridursi ulteriormente col passaggio da un regime monopolistico a uno plurale fatto di più social network, più motori di ricerca, più attori.

UN MERCATO DA 60 MLD. L'elaborazione dei big data ha come scopo principale il business, vero. E la maggior parte degli investimenti sono finalizzati al marketing. In numeri del resto parlano da soli. Solo in Ue, come riportato nel paper Data Science: a Game changer for Science and Innovation pubblicato nel marzo 2017 per la G7 Academy (di cui Giannotti è co-autrice) il mercato dei dati nel 2016 ha sfiorato i 60 miliardi di euro, in crescita del 9,5% rispetto al 2015 (54,3 miliardi). Entro il 2020 potrebbe arrivare a toccare, nello scenario migliore, i 106 miliardi di euro. Le società del settore sempre nel 2016 erano 255 mila per 6,1 milioni di data worker.

SE LO SCOPO È IL BENESSERE COLLETTIVO. Ma lo studio dei big data, conclude Giannotti, è fondamentale anche per «accrescere il benessere collettivo». Osservando i dati telefonici, per esempio, è possibile studiare la mobilità delle persone. Twitter invece si è rivelato fondamentale per comprendere i danni creati dai disastri quasi in tempo reale. Elaborando altre informazioni è possibile addirittura prevedere la diffusione dell'influenza, o le ore di picco del traffico nelle città proponendo percorsi più veloci. Ma anche stabilire l'ora migliore per fare la spesa al supermercato. In altre parole, tra lo scandalo Cambridge Analytica e le frontiere della medicina predittiva esistono un'infinità di sfumature. Tutto dipende da come i big data sono utilizzati e dalle informazioni fornite ai produttori, che devono essere sempre considerati - si tratti di marketing o di statistica - portatori di diritti. Insomma, ribadisce Giannotti: «Non bisogna aver paura ma stare un poco attenti»

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