Incendio Rifiuti
2 Aprile Apr 2018 1500 02 aprile 2018

Roghi di rifiuti: ragioni e interessi dietro un'emergenza italiana

Non solo Campania: in tutto il Paese sono andate in fiamme 110 discariche nel 2017. In Lombardia un caso al mese, picco in Sicilia durante l'estate. Gli incendi sono dolosi: c'entrano i costi di smaltimento.

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In Italia le discariche bruciano di continuo: mettendo in fila i dati, non si può più dire che si tratti di semplici incidenti. Nel 2017 sono stati dati alle fiamme 110 luoghi di stoccaggio e nei primi due mesi del 2018 gli incendi sono stati già 17. È quanto emerge dal rapporto presentato dai Verdi "La strategia criminale dietro l'attacco degli impianti recupero rifiuti".

1. Incendi senza colpevoli: la metà dei fascicoli viene archiviata

Il report, ottenuto incrociando i dati (parziali, poiché si fermano ad agosto 2017) della Commissione di inchiesta sui rifiuti con quelli più recenti elaborati dalla formazione politica Insieme (che raccoglie al suo interno i Verdi di Angelo Bonelli), fornisce una mappa che dimostra come, da Nord a Sud, dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia, dal Piemonte alla Sicilia, impianti di stoccaggio e smaltimento, discariche e capannoni stiano prendendo misteriosamente fuoco, troppo spesso nel disinteresse delle istituzioni.

PROCEDURE PENALI NEL 13% DEI CASI. Quasi il 50% delle indagini avviate dalle procure risulta infatti contro ignoti, la metà esatta dei fascicoli viene archiviata senza che si arrivi a un colpevole e solo nel 13% dei casi, sostengono i Verdi, sono attivate procedure di carattere penale.

2. Picco nell'estate 2017: 80 roghi in tre mesi, soprattutto in Sicilia

Solo durante la stagione estiva 2017, dal primo maggio alla fine di agosto, si sono verificati 80 incendi in discariche, capannoni, e persino in cave che, almeno ufficialmente, non avrebbero dovuto essere luoghi di stoccaggio attivi, come a Mazzarrà Sant’Andrea, in Sicilia, dove i rifiuti hanno preso fuoco anche a più riprese nonostante il sito risultasse in disuso.

BRUCIANO ANCHE LE CHIATTE. La maggior parte dei roghi è avvenuta proprio in Sicilia (11), nove si sono sviluppati invece in Campania, sette nel Lazio e cinque solo nell'area metropolitana di Roma. Quando a bruciare non sono i terreni e i depositi, bruciano le chiatte, come è accaduto ad agosto a Venezia, dove è andata in cenere una imbarcazione carica di rifiuti.

IL CLIMA NON C'ENTRA NULLA. Ovviamente il clima caldo e siccitoso non c'entra affatto: alla tesi dell'autocombustione non crede più nessuno, anche perché è ormai evidente la connessione tra numero di incendi e regioni perennemente sul baratro dell'emergenza rifiuti.

3. Il Nord è la nuova Terra dei fuochi: in Lombardia un episodio ogni 30 giorni

Allargando il campionamento agli ultimi tre anni, ci si accorge però che anche il Nord Italia sia ormai ripetutamente colpito da questa piaga. Su 261 casi verificati dal 2014 al 2017, 124 sono avvenuti nelle regioni del Nord, il 47,5% del totale.

RECORD NEL MILANESE (OTTO). La vera Terra dei fuochi, oggi, sarebbe diventata la Lombardia che nel 2017 ha avuto un incendio al mese, soprattutto nel Milanese (otto), nel Pavese (sette) e nel Bresciano (sei). Secondo gli inquirenti ciò è dovuto all’alta presenza di impianti di trattamento che ricevono rifiuti dal Centro-Sud.

4. Perché la spazzatura brucia? È colpa (anche) della Cina

Per comprendere perché molti roghi stiano divampando, segnalano i Verdi, bisogna recuperare le conclusioni della Commissione di inchiesta sui rifiuti. A pagina 64 del documento si legge: «Secondo fonti del ministero di protezione ambientale, oltre 600 aziende del settore sono state chiuse in Cina, per avere importato rifiuti non adeguatamente trattati e che la Repubblica popolare cinese sta valutando la possibilità di inserire con norma interna il divieto all'importazione di materiali plastici che non siano di provenienza industriale».

MANCA IL PRINCIPALE ACQUIRENTE. Un bel guaio per le imprese italiane che vendevano i nostri rifiuti al Dragone. E infatti secondo i Verdi «molte delle aziende che sono andate in fiamme trattano rifiuti che poi immettono nel mercato ma, venendo a mancare il principale acquirente, non li riescono più a vendere».

5. Il meccanismo: meno si tocca il rifiuto più aumenta il guadagno

I Verdi riprendono anche una significativa dichiarazione del procuratore della Direzione investigativa antimafia (Dia) Roberto Pennisi: «Le imprese che trattano rifiuti hanno interesse ad acquisirne il più possibile, perché più acquisiscono, più aumentano gli introiti. Oggi in Italia c’è una gestione dei rifiuti deviata, in cui la regola è questa: il rifiuto meno lo tocchi più guadagni, ragione per la quale l'interesse è portare tutto in discarica».

IL TRATTAMENTO COSTA TROPPO... Siccome trattarli costa, il magistrato, esperto in crimini ambientali non ha dubbi: «Tante volte arriva il “benedetto” fuoco. Quello che brucia va in fumo e il fumo non si tocca più».

6. Telecamere di sorveglianza non imposte dalla legge: governo senza giustificazioni

L'ex deputata del Movimento 5 stelle, oggi nei Verdi, Claudia Mannino, molto attiva nel monitorare questo tipo di eventi dolosi, fa notare provocatoriamente che «non bruciano mai cartiere o industrie del vetro, vanno sempre a fuoco discariche con plastiche, scarti industriali, amianto, batterie... tutti rifiuti molto costosi da trattare».

BASTEREBBERO IMPIANTI A INFRAROSSI. Ma questo non è il solo interrogativo sollevato da Mannino che si chiede come mai il legislatore non sia ancora intervenuto imponendo ai gestori delle discariche impianti di videosorveglianza a infrarossi. Le medesime domande le aveva messe nero su bianco in una interrogazione parlamentare del 6 luglio 2017, senza però ottenere dall'esecutivo risposte convincenti.

LA PRIVACY NON VERREBBE VIOLATA. Il governo aveva replicato che simili sistemi di controllo potranno essere impiegati solo nel rispetto della privacy dei lavoratori, ma secondo i Verdi il diritto alla salute e la salvaguardia dell’ambiente (costituzionalmente garantiti anche nei principi fondamentali) «debbono prevalere su quello alla riservatezza, che il controllo a soli infrarossi, tra l’altro, non viola».

7. Problemi di salute: non si sa cosa brucia e cosa inaliamo

In pericolo non c'è solo l'ambiente, ma anche la salute pubblica. Nell'estate 2017, in piena emergenza incendi, mentre Luigi Di Maio passava telefonicamente in rassegna le cancellerie europee chiedendo canadair e facendo così divampare un caso mediatico che finì per monopolizzare l'intera attenzione della politica, a Ercolano andavano in fumo Cava Monti e Cava Fiengo, luoghi colmi di ogni tipo di veleno, come amianto, catrami e gomme.

TIPICO ALLARME "NUBE TOSSICA". Sono sempre più numerosi i casi in cui, agli incendi, segue l'allarme “nube tossica”: i tecnici dell'Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente) intervengono prontamente, effettuano ciò che chiamano “campionamenti di aria con fiale drägger su idrocarburi e monossido di carbonio”, le autorità consigliano di chiudersi in casa, non aprire le finestre, risciacquare naso, bocca e occhi, ma di fatto non è possibile sapere cosa si inali e quanto incida sulla nostra salute.

8. Chi nasconde il rifiuto sotto il tappeto: a volte è la politica

Quello che non viene respirato finisce comunque sulle colture, sui pascoli, nei fiumi e nelle falde che confluiscono poi negli acquedotti. Un altro problema rilevante, denunciano i Verdi, è che non sempre si sa con esattezza cosa sia andato a fuoco. Pare impossibile, ma nel 2018 manca ancora un database nazionale degli impianti e così, troppo spesso, dopo un rogo, ci si accorge che nel sito andato in fiamme erano presenti rifiuti diversi da quelli autorizzati.

DEROGHE PER LE CONTINUE EMERGENZE. Non sempre la colpa è delle ecomafie: a volte succede per via di concessioni in deroga da parte di chi deve far rispettare le norme, come gli assessorati regionali, date per fronteggiare le continue emergenze rifiuti. E in Italia non c'è nulla di più definitivo delle emergenze.

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