Terremoto,2-3 mila sfollati nelle Marche
11 Aprile Apr 2018 1153 11 aprile 2018

Terremoto Marche, l'agonia degli sfollati

Su circa 40 mila progetti di ricostruzione al momento ne sono passati 2.800; e gli altri? Mistero. Intanto Pieve Torina, Muccia, san Ginesio, Monte Monaco, di fatto non esistono più. Viaggio tra le macerie.

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Se torni nei luoghi del terremoto, se ti aggiri per i calcinacci ancora tutti lì, per i palazzi incerottati, per i teatri chiusi, per le zone rosse che tutti violano, per i percorsi alternativi che nessuno più rispetta perché a un certo punto subentra il fatalismo, non chiederti: «E se arriva un'altra scossa, proprio adesso?». Non chiedertelo, perché è garantito che arriva. L'ultima delle 20-25 mila dal segnato 24 agosto di due anni fa, la notte di lunedì su martedì, il solito 4.6, 4.7 di magnitudo maledetta ed è sempre pianto e stridor di denti, le casette d'emergenza, le sae come le chiamano, che resistono, ma, dentro, i suppellettili volano dappertutto «ma abbiamo provveduto ad ancorarle» dice il capo della protezione civile, Angelo Borrelli. «Potevano pensarci prima», bofonchiano gli alloggiati, che non ne possono più: a Pieve Torina, a Muccia sopra la terra maledetta si balla ancora, si frana ancora, a pezzi il campanile della chiesa seicentesca Santa Maria di Varano, già lesionato. «Gravi danni» dappertutto, ad anelli concentrici, dilatati, nelle Marche, in Umbria, fino in Abruzzo.

L'ESASPERAZIONE ASPETTANDO LA PROSSIMA SCOSSA. Non ne possono più, è chiaro, per le scosse che non smettono, non ne possono più delle spiegazioni dei tecnici, incolpevoli capri espiatori, «Mah, sarà lo sciame, per me sono scemi», ma che può farci uno studioso di terremoti se le notizie sono pessime, se i terremoti hai voglia a dire ma non li puoi né prevedere né fermare, se le code lunghe del tremore in questa fascia montana centrale che sembra affetta da un gigantesco Parkinson, non smettono? Ma l'esasperazione va oltre, si dilata uguale: «Tu devi capire che qua ci siamo rotti i coglioni. Di tutto». E in quel tutto sta sopra ogni cosa l'attesa di una normalità neppure in vista, «ma che l'hanno nominata a fare questa Paola De Micheli a commissario per la ricostruzione se la ricostruzione non parte mai?».

Le scosse delle ultime ore fanno piovere calcinacci nuovi su quelli vecchi, bloccano timidi tentativi, qua gli scavi per una scuola nuova, là le misure per un'altra messa in sicurezza. Ha detto il sindaco di Pieve Torina, quietamente scioccato: «È incredibile, stiamo tornando a evacuare, almeno quattro famiglie; torna tutto da capo: i sopralluoghi, gli allontamenti, le soluzioni improvvisate, l'emergenza perenne». Quanto può durare una comunità che ogni notte rimpiomba nello stesso incubo? Ed è forte, sempre più forte la sensazione dell'abbandono definitivo, della resa: «Qui finiamo come a l'Aquila, dove dopo nove anni è rimasto tutto com'era. Qui si sono dimenticati di noi, questi villaggi li hanno dati per persi, li lasciano morire coi vecchi, i superstiti dentro».

TUTTO IL TERRITORIO MARCHIGIANO DISSESTATO. Non hanno torto, basta girarle le Marche dissestate. Pieve Torina, Muccia, san Ginesio, Monte Monaco, di fatto non esistono più. A Camerino, città universitaria, bloccati tutti gli accessi alla zona rossa, «tranne le ditte che stanno lavorando». E il sindaco Gianluca Pasqui, scettico: «A me sembra che il fenomeno stia crescendo, non calando». A Tolentino, dove per motivi misteriosi hanno rifiutato le sae, è cresciuta una sorta di baraccopoli, container occupati per il 70, 80% da extracomunitari e «vedessi che casino anche di malavita spicciola, di tensione che è uscito», racconta confidenzialmente una divisa. E giù riunioni, su riunioni, su riunioni: «Pare de sta' all'Unione Europea, che fanno un vertice la settimana, brindano, poi se danno appuntamento a quello dopo», dice qualcuno in quella inafferrabile cadenza che non è più Marche, non ancora Umbria, ma parla una lingua sola, quella dello spavento, del rigetto di un destino che non passa. Da fuori i calcinacci, le attese circolari, i vertici e le riunioni, di dentro i problemi che non si vedono ma ammazzano tutto a cominciare dalle speranze.

LAVORI BLOCCATI DALLA BUROCRAZIA. Su circa 40 mila progetti di ricostruzione al momento ne sono passati 2.800; e gli altri? Mistero. «Ci sono situazioni allucinanti, che se te le spiego non le puoi capire», dice un tecnico, «hanno mutuato il regolamento dall'Emilia Romagna, perché non erano preparati ad una situazione così devastante, e sì che coi terremoti noi da sempre ci andiamo a pranzo e cena. Senonché, bocciano tutto quello che non è a norma di catasto, ma anche le cazzate, le cose minime, santo cielo, ma chi è che in casa sua non ha una finestrella, una porticina che non corrisponda alla mappa catastale, magari per pochi centimetri, specialmente in campagna, tra casolari, cascine, costruzioni secolari; niente, per due dita di difformità rimandano tutto indietro - continua il tecnico - e bisogna rifare la pratica, una, due, 10 volte perché salta sempre fuori qualcosa. I progetti si accumulano, manca il personale, un giro infernale, sempre le stesse carte che volano, che tornano».

Non ce n'è uno che, per un verso o per l'altro, non aspetti il Godot burocratico

Né riuscire a mettersi finalmente in regola risolve le cose: «I fondi per ricostruire li posticipano, ma tu intanto la multa la paghi subito, a prescindere, così lo Stato incassa. Dopodiché, devi metterti a pregare, non sapendo se e quando toccherà alla tua abitazione». Risultato: tutto fermo. Poi arriva una nuova scossa, e là dove si poteva avere uno stabile saldo, si hanno nuovi crolli, nuovi danni. Anche definitivi. Qui, per queste cazzate, sono morte in due inverni dalle 15 alle 20 mila bestie, l'intero settore dell'allevamento e della produzione di carne e prodotti derivati annichilito. «Mah, io a questo punto non lo so mica se li vedremo mai questi soldi». Si parla sempre di soldi, un territorio immeschinito ma non è colpa sua, non è la venialità dei terremotati, quasi mai, è che senza i soldi non si fa niente e non si ricostruisce niente e anche qui è da distinguere: le ricostruzioni private sono perlopiù un affare interno, quelle sontuose, palazzi artistici e storici, musei, teatri, chiese, arrivano dall'Unione Europea. Ma arrivano? «Sì, arrivano, cioè i soldi ci sono. Ci sarebbero. Solo che sono bloccati». Come bloccati? «Bloccati, bloccati. Te lo dicevo che non potevi capire».

DOPO IL FALLIMENTO DI RENZI ORA SI ASPETTANO LEGA E M5S. Invece il cronista, pur non essendo un esperto di terremoti e di ricostruzioni, capisce benissimo, capisce le solite mene della politica, capisce che questi soldi, questi miliardi li si è voluti congelare, per fare cassa e, chissà, come strumento di ricatto. Adesso a governare toccherà a grillini e leghisti ed ecco perché sia Di Maio che Salvini si sono precipitati a dire che dall'Unione non si esce. Nei falansteri di vetro di Bruxelles diffidano di entrambi e hanno i rubinetti giusti per convincerli, visto che i soldi per ricostruire non bastano mai. Renzi, Gentiloni e relativa nomenklatura hanno gestito in modo pessimo la situazione emergenziale, e l'hanno pagata, ma il nuovo potere giallo e verde sa benissimo che sulle macerie potrebbe inciampare e farsi male allo stesso modo.

Comunque vada, «non è per adesso»: è il mantra che ha contagiato tutti. Non è per adesso e forse lo sarà mai: il timore, qui nelle valli e nei villaggi che non ci sono più, lo capiscono tutti, anche le vecchie cadenti come le casupole che non vogliono lasciare, anche i bambini che, se non sfollati, crescono dentro scenari mediorientali. Il timore è che di questi borghi già distanti nella percezione politica venga assecondata la sparizione fisiologica: tutti a franare lungo la costa e amen, al diavolo chiese, teatri, storie, memorie. L'altro mantra, che poi è sempre lo stesso, solo rigirato, è: «Qui è rimasto tutto uguale» e lo senti rimbalzare dalle Marche all'Umbria fino al Lazio. Lo senti echeggiare nelle casette che dovevano costare mille euro al metro quadro e sono arrivate a costarne 7 mila, lo senti da quelli ancora sparpagliati in numero variabile ma crescente, ci sono famiglie, come nell'Ascolano, a Campo Parignano, che aspettano da 13, 15 mesi un alloggio sempre promesso, sempre misteriosamente sfuggito.

OLTRE 18 MESI DI NULLA. Non ce n'è uno che, per un verso o per l'altro, non aspetti il Godot burocratico, ciascuno col suo viaggio ciascuno diverso, ciascuno in fondo perso per i drammi suoi. C'è chi, impegnato nel settore sanitario, si è trovato scaraventato da un giorno all'altro sulla costa e 18 mesi dopo ancora aspetta di conoscere il suo destino, ogni mese la stessa promessa e poi tornano sempre gli altri e ogni mattina tocca alzarsi alle 5, salutare i bambini e fare 50 chilometri per raggiungere un nosocomio con più personale che pazienti. Sulle tre regioni si contano ancora 30 mila sfollati, 20 mila posti di lavoro persi, 2 mila aziende saltate. Il premier uscente Gentiloni dopo l'ultima scossa ha lanciato un tweet: «Ancora scosse, danni, paura. La Protezione civile impegnata sul posto con i sindaci e le popolazioni colpite». Sui commenti registrati il cronista si censura da solo, per evitare guai seri.

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