Mancino
16 Aprile Apr 2018 1513 16 aprile 2018

Stato-mafia, il processo all'atto conclusivo: le cose da sapere

Dopo quasi cinque anni, 220 udienze e oltre 200 testimoni i giudici sono pronti a emettere la senteza. La richiesta più pesante nei confronti del generale Mori. Genesi e tappe del procedimento.

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Dopo quasi cinque anni di processo, circa 220 udienze e oltre 200 testimoni, il presidente della Corte d'assise di Palermo, Alfredo Montalto, ha dichiarato concluso il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, al termine delle dichiarazioni spontanee dell’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino. Il dibattimento era iniziato il 27 maggio 2013; la corte si è ritirata in Camera di consiglio, nell'aula bunker del carcere palermitano del Pagliarelli. Difficile formulare una previsione della sentenza per uno dei processi che più ha fatto parlare negli ultimi anni, dove boss, politici e carabinieri sono accusati di avere intavolato un dialogo scellerato tra la mafia e le istituzioni.

1. L'obiettivo della presunta trattativa: un accordo per porre fine alle stragi

Una trattativa finalizzata a far cessare gli attentati e le stragi, avviati nel 1992 e proseguiti nel 1993, per indurre lo Stato a piegarsi alle richieste dei 'padrini' di Cosa nostra. Un dialogo fatto di concessioni carcerarie e impunità in cambio della fine del sangue e degli attentati a inizio Anni 90 avevano messo in ginocchio il Paese. Tra gli imputati, i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà (Totò Riina è morto a novembre), gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno; Massimo Ciancimino, l'ex senatore Marcello Dell'Utri e l'ex ministro Mancino. Quest'ultimo deve rispondere del reato di falsa testimonianza, Ciancimino di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. Tutti gli altri sono accusati di violenza a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

2. Le controversie del processo: critiche e polemiche attorno all'impianto accusatorio

A istruire il dibattimento Nino Di Matteo, divenuto simbolo del pool, Roberto Tartaglia, il più giovane dei pm, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene. Quattro anni e otto mesi di dibattimento, circa 220 udienze, centinaia di esami testimoniali, audizioni di politici eccellenti tra cui l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, dichiarazioni spontanee, schermaglie tra le parti, rivelazioni di piani di attentati e minacce ai danni di Di Matteo: la vita di quello che è stato definito il processo del secolo è lunga, complessa e densa di polemiche. C'è chi lo definisce un maldestro tentativo di riscrivere la storia del Paese, chi insorge per la qualificazione giuridica del reato contestato agli imputati.

3. Lo scontro col Colle: i nastri distrutti dopo la sentenza della Consulta

Critiche e invettive che culminano nello scontro tra l'accusa e il Colle dopo le intercettazioni delle telefonate tra Napolitano e Mancino, finito davanti alla Consulta. Alla fine i giudici danno ragione al capo dello Stato e ordinano la distruzione dei nastri irrilevanti per l'inchiesta. La procura completa la requisitoria a gennaio e chiede le pene. Nel frattempo muore Totò Riina.

4. La richiesta delle pene: il conto più salato al generale Mori

Il conto più salato l'accusa lo presenta a Mario Mori, sempre assolto nei processi a cui finora è stato sottoposto: 15 anni di carcere. Avrebbe scelto la via del dialogo con Cosa nostra. Per i colleghi del Ros Antonio Subranni e Giuseppe De Donno sono stati chiesti 12 anni ciascuno. Stessa pena invocata per Marcello Dell'Utri, ex senatore di Forza Italia ritenuto referente politico dei boss dopo l'arresto del vecchio interlocutore dei carabinieri, l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Pesantissima - sei anni - anche la richiesta di condanna fatta per Nicola Mancino che avrebbe mentito ai giudici del processo in cui Mori era imputato di favoreggiamento alla mafia. Per Leoluca Bagarella, cognato di Riina e al suo fianco nella strategia stragista, sono stati chiesti 16 anni; 12 per Antonino Cinà, medico e fedelissimo del padrino di Corleone. Brusca, passato tra le fila dei pentiti, si è visto chiedere la prescrizione dalle accuse. A sorpresa la prescrizione è stata invocata anche per Massimo Ciancimino, nel frattempo finito in cella per scontare condanne definitive per riciclaggio e detenzione di esplosivo. Accusato di concorso in associazione mafiosa, il suo contributo all'organizzazione si sarebbe esaurito a gennaio del 1993, quando, secondo i pm, insieme a suo padre Vito e a Bernardo Provenzano avrebbe fatto catturare Riina. Per la calunnia dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, di cui era accusato per averlo accostato a un fantomatico 007 coinvolto nella trattativa, sono stati invece chiesti 5 anni. L'accusa di calunnia, però, è pure prossima alla prescrizione che potrebbe arrivare già in primo grado

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