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3 Maggio Mag 2018 0800 03 maggio 2018

Castelsantangelo, suicidio di uno sfollato che credeva nello Stato

Aveva rinunciato alla soluzione abitativa d'emergenza, e dunque al contributo di autonoma sistemazione, in attesa del via libera alla delocalizzazione della propria attività ricettiva. Via libera mai arrivato. L'ennesima tragedia figlia dell'attesa, oppressiva, ossessiva, inutile, di poter ricominciare a vivere.

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«Non ci sono altre parole», dice il sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci, dopo il volo all'ingiù di uno qualunque, un senza nome, perché le cronache non l'hanno rivelato, per quella strana forse ipocrita forma di pudore che viene dopo una tragedia spicciola, una delle tante, una senza nome, senza storia. Un volo all'ingiù, un altro, figlio non del terremoto ma dell'attesa, oppressiva, ossessiva, inutile finché non scatta qualcosa e decidi che non è male finirla lì. Castelsantangelo è quel che resta di un borgo di confine, maceratese, ultimo delle Marche, a cavallo con l'Umbria, come dire il centro dell'epicentro del disastro e dell'attesa.

UNO DEI 30 MILA SFOLLATI. L'uomo senza nome, ma con un'età, 56 anni, e una moglie, oggi in tutto derelitta, era uno sfollato. Uno dei 30 mila, uno di quelli che, voleva farcela da solo e credeva nello Stato: tre bed and breakfast, l'accoglienza calda e fragrante ai turisti che sciamavano in estate. Era anche un naturalista, uno che recuperava gli animali selvatici per il parco dei Sibillini. Uno che amava la sua terra così come si ama una persona fisica, così come si ama un'amante e non la si vuole lasciare: aveva rinunciato alla soluzione abitativa d'emergenza, ai soldi dell'autonoma sistemazione, era sfollato ad Alba Adriatica, ancora sul confine, ma questa volta sul mare, in Abruzzo. Da lì sognava di riprendersi la sua vita, solo spostata da una parte all'altra del confine, e le tre strutture da far rinascere a Gualdo di Castelsantangelo. Non contano i cartelli, Marche, Umbria, sempre la stessa terra è.

È una catena: il terremoto ti sfascia la vita, la vita ti sfascia l'attività, l'attività ti sfascia il benessere, il malessere ti sfascia la salute. E tu finisci nel vento.

L'uomo senza nome si fidava nello Stato. Si è ammalato. Non si ha idea di quanti si sono ammalati con il terremoto. Ammalati d'attesa, di sfiducia, di disperazione. Nei villaggi spopolati ogni tanto si viene a sapere che qualcuno s'è spento, proprio spento, qualche vecchio sepolto lontano, finito nella bara col rimpianto tra le dita. Certi vecchi resistono, lesionati come i palazzi contro i quali restano interi pomeriggi a non saper che cosa sperare ancora. Certi, ancora giovani, perfino qualche amministratore, si sono scoperti quelle malattie brutte che vengono dopo un trauma, una disgrazia: calano le difese, corpo e mente si squagliano. È una catena: il terremoto ti sfascia la vita, la vita ti sfascia l'attività, l'attività ti sfascia il benessere, il malessere ti sfascia la salute. E tu finisci nel vento.

LUOGHI CHE RISCHIANO DI NON TORNARE PIÙ. Tutti, nei posti delle macerie, sono depressi. A distanza di 30 mesi, parlano ancora di quello, sempre di quello. Solo di quello. La tua terra è dove nasci, anche se sono quattro case e un sagrato, anche se passi la vita a maledirla, però come si maledice l'amore. La tua terra è la tua anima, è lì che vuoi morire. L'uomo senza nome aspettava. Forse sorrideva pensando alla rinascita. Ma, da queste parti, è ancora impossibile da un buco scavato nella terra fare risorgere una scuola. Sono 60 mila le domande di recupero, 2.800 quelle in corso, le altre, è stato calcolato, entro 160 anni. Mancano uffici, personale, competenze, manca sempre tutto in questo Stato dove il Debito sale in nove anni dal 103 al 132%, come sia potuto succedere non si capisce ma chi governa dice che è tutto a posto, che il debito è calato; se obietti, ti tirano fuori certe tabelline esoteriche che capiscono sono loro. Nelle Marche e in Umbria però tutti capiscono che il terremoto ha spazzato via intere vallate e villaggi lasciando solo profondissime quieti, terribili quieti; che comparti come l'agricoltura, il turismo locale, l'allevamento, 20 mila bestie lasciate morire in due inverni, 30 mila sfollati, 2 mila attività produttive saltate, sono spariti e non torneranno mai.

Deve averlo accettato anche l'uomo senza nome, un brutto giorno, il giorno del Primo di maggio, della festa di chi lavora. Deve averne avuto abbastanza di aspettare, di sognare, di tremare, di alzarsi la notte e dire: «Ma questo non è il posto mio, ma che ci sto a fare qua io?». Abbastanza di non lavorare, di chiedere, di aspettare, di tornare sulle proprie macerie e andare via, sicuro che tra un mese, massimo due... Ne aveva abbastanza di visite e promesse, di «non vi lasceremo da soli», di «Castelsantangelo - così come Ussita, Visso, San Ginesio, Camerino, Tolentino, Pieve Torina, Muccia, Monte Monaco, e tutto il resto - rinascerà». Ma che vuoi rinascere? Che vuoi, se perfino un nulla osta per la delocalizzazione, cioè poter ricostruire tre bed and breakfast dal di qua al di là di un confine, non arriva mai? Se ci sono famiglie che da 16 mesi aspettano un alloggio che alla fine vola sempre via? Se dopo due inverni ancora aspettano i prefabbricati e quelli che gli hanno portato erano più adatti alla brezza di mare che al fiato ghiacciato dell'inverno?

LA DISPERAZIONE TRANQUILLA E RASSEGNATA DEGLI SFOLLATI. L'Italia non sa ricostruire se stessa. Questo è. Questo si sa. Sa benissimo come distruggersi, lo fa in un attimo, ma quanto a rimettersi in sesto, le ci vuole il tempo di mai. Anche su queste cose la politica delle narrazioni, dello storytelling, delle balle e dei tweet, perde il suo potere. Ed è sintomatico che, né in campagna elettorale, né tanto meno in questi due mesi post voto di trattative estenuanti e allucinate, di ricostruzione, di terremotati, di due regioni da rimettere in piedi, non abbia parlato nessuno, ma proprio nessuno. Se voi andaste nei catasti, negli ufficietti improvvisati dei centri terremotati, a vedere la disperazione tranquilla, rassegnata, fantozziana di chi affoga in mari di carte, di intoppi, di attese! L'uomo senza nome credeva nello Stato e nelle sue promesse, poi deve avere capito che, come dicevano i Sex Pistols, «non c'è futuro per te, non c'è futuro per me». E allora, una brutta mattina dedicata ai lavoratori, ha spalancato la finestra della sua casa che non era la sua al terzo piano di un condomino sul mare e ha risolto tutto: un volo a piovere, giù contro la terra non sua, e ogni attesa disattesa si spiaccica nel buio. «Non ci sono parole», dice il sindaco, ma se le parole debbono essere i soliti tweet a scaricabarile del pietismo cinico della ricostruzione impossibile, allora è pure meglio così.

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