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Yarmouk
6 Maggio Mag 2018 0900 06 maggio 2018

Yarmouk, la zona a Sud di Damasco simbolo di disumanità

Il campo per profughi palestinesi, ultima ridotta urbana dell'Isis, ha subito le sofferenze maggiori della guerra siriana. Ora Assad intensifica combattimenti e bombe. Tra fame, acqua sporca e morti. 

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da Beirut

Yarmouk da sette anni vive sotto assedio, con una quotidianità fatta di fame, di violenze dei militanti dell'Isis e e di bombardamenti del governo. Forse nessun altro luogo in Siria ha subito sofferenze maggiori durante la lunga guerra civile.

UNA FOTO CHE FA IL GIRO DEL MONDO. Nel 2014 un’immagine drammatica fece il giro del mondo. Una foto che mostrava migliaia di persone macilente in coda davanti a uno dei rarissimi convogli umanitari che era riuscito a entrare nell’area. Passata l'emozione, il mondo si è dimenticato di Yarmouk e la sua gente ha continuato a soffrire e a morire.

La foto del 2014 con le persone in coda per mangiare nel campo profughi di Yarmouk, in Siria. (Getty)

A fine aprile 2018 l’esercito siriano ha lanciato quella che sembra essere la battaglia definitiva per liberare questa zona a Sud di Damasco. I combattimenti e i bombardamenti si sono intensificati e i morti si contano a decine. Mohamed, palestinese di Yarmouk fuggito in Libano nel 2015, racconta: «Spero che l’esercito di Assad completi al più presto il suo lavoro». Poi aggiunge: «Ho ancora amici chiusi in quell’inferno. Non hanno cibo e bevono acqua sporca, non ci sono medicinali. La situazione è sempre peggiore, aumentano i bombardamenti e i miliziani sono sempre più feroci».

ERA IL PIÙ GRANDE CAMPO PROFUGHI. Questo quartiere meridionale della grande Damasco (l’area metropolitana della capitale), è ormai l’ultima ridotta urbana dell'Isis in Siria e in Iraq. Prima della guerra era il più grande campo profughi palestinese del Paese e ospitava circa 160 mila persone. In questi anni decine di migliaia di abitanti avevano abbandonato le loro case.

MILITANTI ISIS ANCORA ASSERRAGLIATI. Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani più di mille militanti del Califfato sono ancora asserragliati a Yarmouk e nei vicini quartieri di Al-Hajar al-Aswad, Tadamon e Qadam. La maggior parte sono ex membri del Fronte al-Nusra, ma ci sono anche profughi palestinesi che si sono uniti all'Isis quando gli islamisti hanno occupato gran parte del campo nel 2015.

Di fronte a loro ci sono l’esercito governativo e i suoi alleati che, dopo aver liberato Ghouta a Est della capitale, hanno rivolto la loro attenzione a quest’ultima roccaforte degli islamisti vicino a Damasco. Sempre secondo l’Osservatorio l'esercito siriano sta combattendo con il supporto di ufficiali russi e di milizie palestinesi.

NUOVE MORTI E DISTRUZIONI. I militanti dello Stato islamico continuano nelle loro violenze e lo testimoniano con le loro abituali e macabre comunicazioni. Hanno pubblicato diverse immagini sui loro account che mostrano militari governativi e alleati sgozzati e decapitati. È però improbabile che gli islamisti resistano ancora a lungo. I sette anni di conflitto che hanno trasformato Yarmouk in un inferno sembrano destinati a concludersi con ulteriori morti e distruzioni.

Il lessico della disumanità dell'uomo verso l'uomo ha una nuova parola: Yarmouk

Chris Gunness, Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi

Il campo di Yarmouk fu aperto nel 1957. Le tende, ben presto sostituite da strutture permanenti, ospitavano le famiglie palestinesi costrette a lasciare le loro case in seguito alla creazione di Israele. Nell’area vivevano, però, anche centinaia di migliaia di siriani. Oggi il portavoce dell'Unrwa (l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi), Chris Gunness, ha dichiarato che «il lessico della disumanità dell'uomo verso l'uomo ha una nuova parola: Yarmouk».

«E ADESSO DOVE ANDREMO?». Dice ancora Mohamed: «Di Yarmouk posso farti vedere le foto della mia piccola casa e del negozio, ma soprattutto posso raccontarti del mio figlio più piccolo che negli ultimi giorni passati a Yarmouk mangiava le pagine dei libri, di un caro amico operato di appendicite senza anestesia, di mia moglie che cercava l’acqua nelle pozzanghere. Ora, forse, tutto questo sta per finire, ma noi palestinesi dove andremo? Non abbiamo più nulla in Siria, ma non possiamo andare da nessuna altra parte perché siamo rifugiati. La sola casa che ho è quella di mio nonno a Haifa, ma ora voi lo chiamate Israele e io non posso tornarci».

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