Pietrodenegri
17 Maggio Mag 2018 1207 17 maggio 2018

Dogman, la storia vera del delitto del Canaro che ha ispirato Garrone

L'ultima pellicola del regista di Gomorra prende spunto da un fatto di cronaca del 1988. Una violenza efferata commessa da un toelettatore per cani della Magliana.

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«Sarà deluso chi pensa di vedere in Dogman scene splatter e violenza, anzi gli consiglio caldamente di non andarci. Il mio film prende solo spunto da un lontano fatto di cronaca e se ne libera subito». Matteo Garrone, al Festival di Cannes insieme con i protagonisti del suo ultimo film Edoardo Pesce e Marcello Fonte, ribadisce questa cosa più volte quasi a prendere chiaramente le distanze dalla vicenda che 1988 vide Pietro De Negri, tolettatore della Magliana, attrarre Giancarlo Ricci, ex pugile e suo complice di piccoli delitti ma anche persecutore seriale, nel proprio negozio per poi ucciderlo brutalmente.

PIÙ CHE VIOLENZA, SUDDITANZA PSICOLOGICA. Anzi, tiene a precisare il regista de L'imbalsamatore e Gomorra: «È stata proprio la violenza a rendere così lunga la gestazione di questo film, mi bloccava. E poi del debole che si ribella ci sono tanti esempi, basti pensare a un Borghese piccolo piccolo o a Cane di paglia. Quello che volevo invece era raccontare un personaggio che, per la sua dolcezza, non si trasforma mai in mostro, resta umano. Pensavo a figure come Buster Keaton e Chaplin». «Più che la violenza», sottolinea Garrone, «è la sudditanza psicologica che lega questi due personaggi, un tema che, riconosco, tendo a riproporre anche se in maniera inconscia».

Da sinistra, Marcello Fonte, Matteo Garrone e Edoardo Pesce a Cannes.

Il delitto del Canaro, che ha ispirato anche un altro film in uscita a giugno 2018 - Rabbia Furiosa-Er canaro di Sergio Stivaletti - è una pagina di cronaca nera tra le più truci della Capitale. Non solo: la versione data da De Negri è stata poi smontata dalle perizie. Non a caso, la madre della vittima Vincenzina Carnicella non ha mai creduto alla verità processuale. La donna è certa che dietro la morte del figlio ci sia molto altro. A partire dalla pista su un clan di siciliani a cui si accennò all'indomani del delitto ma che venne abbandonata per mancanza di prove.

«IL CANARO È UN PUPAZZO». A Chi l'ha visto, il 16 maggio, Carnicella ha ribadito: «Il canaro è un pupazzo. Non è stato lui a uccidere mio figlio. Erano minimo in quattro. Lui non l'ha sfiorato nemmeno con un dito». De Negri, quindi, si sarebbe preso la colpa «perché qualcuno lo ha spaventato e gli ha detto che avrebbe fatto la stessa fine. Dentro il negozio c'erano quattro impronte di scarpe. Di chi sono?».

La mattina del 19 febbraio 1988 un allevatore di cavalli mentre porta gli animali al pascolo a Villa Bonelli, area utilizzata da discarica non distante dalla Megliana, avvista un sacco da cui esce del fumo. All'interno le forze dell'ordine trovano un corpo mutilato e bruciato. Grazie alle impronte digitali delle poche dita rimaste integre risalgono all'identità della vittima. Si tratta di Giancarlo Ricci, ex pugile 27enne con precedenti. Lo stato del corpo lascia pensare a torture indicibili: il cranio è aperto, le dita amputate sono state conficcate negli occhi, in bocca e nell'ano. Naso, orecchie e genitali sono stati tagliati.

LE PAROLE DEL VERBALE. «Il cadavere si rinviene sul terreno a metri 10 circa dal terreno ed è stato rinvenuto con le spalle rivolte verso via Belluzzo», si legge nel verbale come riportato nel libro Sangue sul Tevere di Fabio Sanvitale, Armando Palmegiani e Vincenzo Mastronardi. «Si presenta rannicchiato su se stesso con le braccia al di sotto delle gambe, legate tra loro da varie spire di corda di canapa ed è riverso sul terreno per la parte anteriore». E, ancora: «Il cappuccio che ha sul viso non nasconde un’evidente apertura del cranio, lunga circa 10 centimetri ed è tanto larga da scorgere all’interno la materia cerebrale coperta da una strana schiuma».

LA TESTIMONIANZA CHIAVE. A portare al fermo di De Negri, la testimonianza di un amico della vittima, Fabio Beltrano. Agli inquirenti racconta di aver accompagnato Ricci davanti al negozio Mambli lavaggio cani in via della Magliana 253, e di essere stato cacciato da De Negri con una scusa. Il canaro non nega: con Ricci doveva rapinare uno spacciatore siciliano. Ma l'uomo aveva reagito, si era arrivati alle mani ed erano fuggiti. Sarebbe stata dunque la mala ad aver ucciso l'ex pugile, una sorta di regolamento di conti. Una versione verosimile visto che per arrotondare anche De Negri, come raccontato da Antonio Del Greco in Città a mano armata, era dedito a piccoli furti e spaccio di cocaina.

Il negozio di toelettatura cani in via della Magliana.

Dopo un lungo interrogatorio però De Negri cede. E confessa. Con la scusa di nascondersi per rapinare uno spacciatore che stava aspettando in negozio, ha spinto l'ex pugile a entrare in una gabbia per cani. Una volta dentro, lo ha stordito gettandogli benzina sul volto e torturandolo per almeno sette ore. Gli ha amputato parti del corpo, tra cui i genitali e le orecchie. Cauterizzando le ferite per prolungare l'agonia. E infine gli ha aperto il cranio per "lavare il cervello", disse, con lo shampoo per cani. Pochi giorni dopo De Negri consegna un memoriale delirante in cui ricostruisce con dovizia di particolari tutte le torture inflitte alla vittima e il movente: la vendetta.

STORIA DI UNA VENDETTA. Complice di Ricci in una rapina, De Negri - benvoluto nel quartiere e marito e padre di una bambina - era stato l'unico a finire in carcere mentre l'ex pugile non solo l'aveva fatta franca ma aveva dilapidato l'intero bottino. Successivamente la vittima lo aveva vessato con richieste di denaro, minacciandolo e picchiandolo. Il canaro avrebbe sopportato finché Ricci non gli aveva rubato uno stereo chiedendogli 200 mila lire per restituirlo. Sarebbe stata questa la miccia a innescare la mattanza. La madre di Ricci, invece, ha dato un'immagine del figlio molto diversa. Era gentile, portava il pranzo alle vecchiette. Aveva fatto per un periodo uso di cocaina ma a causa di una ragazza che lo aveva spinto alla tossicodipenza.

UNA STORIA INVENTATA. La versione data da De Negri però non risponde al vero. Come dimostrano le perizie, le mutilazioni sono state inflitte post mortem. Non sono presenti cauterizzazioni. Nella scatola cranica non è stata trovata alcuna traccia di shampoo e nella gabbia Ricci non c'è mai stato. Con buona probabilità, l'ex pugile è stato ucciso con ripetuti colpi alla testa. Dall'aggressione al decesso non sarebbe passata più di un'ora.

LA CONDANNA. De Negri è stato condannato a 27 anni in primo grado diventati 24 e 10 mesi nei successivi gradi. Dopo solo 14 mesi di custodia è stato scarcerato perché incapace di intendere e volere. Al Messaggero disse: «Ho fatto a lui quello che lui fece ad altri». Dipingendosi come una sorta di giustiziere. Dopo pochi giorni torna in carcere dove resta fino all'ottobre 2005. Uscito dal carcere per buona condotta, resta in affidamento ai servizi sociali con un lavoro part time e diverse limitazioni.

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