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22 Giugno Giu 2011 1324 22 giugno 2011

Vasco, o la caduta degli dei

Il pietoso spettacolo milanese del rocker di Modena diventato l'ombra di se stesso.

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È difficile spiegare persino a se stessi perché nel 2011 ancora si ha il fegato di andare a un concerto di Vasco Rossi. Per debito di cuore, in parte. E per i ricordi. E poi perché illudersi di avere 20 anni è sempre bello: per qualche ora si può attaccare al respiratore artificiale il sogno romantico della vita spericolata mai imboccata.
Peccato però che appena iniziata l’esibizione sia evidentissimo che l’unico ad avere veramente bisogno del respiratore artificiale è proprio il Blasco.
Rocker impenitente, col triangolo sempre in mente e la grammatica sfuggente. Rocker sessantenne capace di farci fantasticare, pensare, persino lottare. Sì, ma un ventennio fa.
I MIGLIORI ANNI. Allora, oltretutto, Vasco era sottovalutato. Negli Anni '70 e '80 lo prendevano in giro. Il paesanotto di Zocca arricchito a dismisura.
Intanto però scriveva, cose che a sentirle ora sembrano da Pulitzer. Alcune sono anche semi sconosciute, oscurate da ben più banali inni generazionali con il merito di scandalizzare i cattolici piccoloborghesi di provincia.
Per dire. Nel 1978, anni prima della globalizzazione, dell’internazionalizzazione e del crac del debito pubblico, il Blasco aveva composto Ambarabaccicicocò. «E intanto tu continui ad invecchiare cordialmente/con la pacca sulle spalle del tuo bravo direttore/che la pensa come te sopra i problemi di politica generale/ c'è solo un piccolo accento diverso per quello che riguarda/la gravità del problema della disoccupazione: suo figlio ha un impiego statale e il tuo non trova da lavorare».
Trentatré anni e molte esperienze dopo, Rossi l’ha rimpiazzata con un nuovissimo - nientemeno - Manifesto futurista della nuova generazione. Pezzo forte del concerto di martedì 21 giugno a San Siro. «Mi sveglio spesso sai/Pieno di pensieri/ Non sono più sereno/Più sereno Com’ero ieri/La vita semplice/ Che mi garantivi/ Adesso è mia però/ È lastricata…Di problemi».
E mentre gli adolescenti si sgolano e le fiammelle degli accendini tremano, gli over 30 non possono non chiedersi se si tratti di crisi d’ispirazione o di demenza senile.
SENZA VOCE, SENZA IDEE. O magari se è solo una questione di soldi. I vizi costano, e a Vasco basta buttare giù due righe per vincere un disco d’oro, riempire gli stadi, rimpolpare il conto in banca.
Ma - per citarlo - «La dignità, dove l’hai messa?» (Gli spari sopra, nel 1993). Non è solo la qualità dei testi e del pensiero a lasciare sgomenti. È che il Blasco ha provato a intonarli strafatto, chissà se di stanchezza o di vino. E siccome non riusciva a cantare, parlava un po’ a vanvera, biascicava, attaccava le parole le une alle altre con la bocca impastata, mentre i fan sugli spalti si guardavano imbarazzati e provavano a metterci una pezza loro, coprendo la sua voce con i cori.
La band faceva finta di niente: magari ci sono abituati. Hanno anche messo a punto un piano per salvarlo dal baratro. Come quando Vasco ha preso in mano la chitarra, ha rotto una corda, ha iniziato a bofonchiare contro i fonici e poi si è messo a vagare per il palco senza una meta sotto gli occhi attoniti del pubblico. Lo ha fermato il sodale Maurizio Solieri, attaccando un pezzo strumentale.
FUORI TEMPO MASSIMO. Ma chiunque avesse più di 15 anni - e magari gli fosse toccata la fortuna di vedere un altro concerto con il rocker modenese in condizioni migliori - non ha potuto non sentirsi in imbarazzo. Prima ancora della rabbia per i 40 euro buttati via martedì sera a Milano, la sensazione è stata quella del viale del tramonto artistico.
Più o meno come se un vecchietto inconsapevole si esponesse al pubblico ludibrio.
Però Vasco non è un vecchietto qualsiasi. È uno che si fregia - e che fregiano - di avere fatto la storia della musica nostrana. E che, in virtù dei meriti del passato, ancora oggi riempie per quattro giorni di fila la più grande arena italiana, con la gente in fila per ore a invocarne il nome e i 40enni che pur di non perderselo portano i figli poco più che in fasce.
Insomma, il Blasco è un’icona. Che rischia di sbiadire.
METODO OSAMA. Perché correre il rischio? Non sarebbe meglio ritirarsi con onore? C’è qualcosa di peggio dell’esporre al pubblico un decadimento tanto manifesto quanto inarrestabile? Perché il pensatore che ama teorizzare sul mondo non è in grado di essere critico con se stesso?
Vasco, ascolta una che ti ha amato: impara da bin Laden. Chiuditi in casa, scola ettolitri di quello che vuoi, manda un videomessaggio ogni tanto per dire quanto fa schifo il mondo. Tutti diranno che sei un genio.
L’alternativa, è che tutti inizino a dire che non è solo il mondo a fare schifo…
E senza avere tutti i torti.

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