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L'INTERVISTA 9 Maggio Mag 2012 0812 09 maggio 2012

Heidegger, maestro nazista

Vattimo: «Attaccato da tutti, ha ispirato la filosofia europea».

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Ogni volta che si nomina il professore «agreste e boschivo» torna puntuale come un orologio al plutonio la polemica, o meglio l'etichetta di «nazista». È il destino di Martin Heidegger, probabilmente il pensatore più influente del 900, almeno per quanto riguarda il lato continentale della filosofia.
IL NAZISMO E LA FILOSOFIA. Questa volta l'occasione per parlare male dell'autore di Essere e tempo è arrivata dalla pubblicazione della traduzione in italiano di un libro dello studioso francese Emmanuel Faye, dal titolo Heidegger, l'introduzione del nazismo nella filosofia (L'asino d'oro).
Da una parte Faye mette in evidenza i legami tra la vita di Heidegger e il nazionalsocialismo; dall'altra vorrebbe dimostrare come questi inquinino il suo pensiero.
IL NAZI HEIDEGGER SI AGGIRA PER L'EUROPA. Ora, la convinta adesione del filosofo al nazismo è appurata. Heidegger mai negò né ritrattò la sua appartenenza al partito hitleriano: fu rettore dell'università di Friburgo nel 1933 e il suo discorso L'autoaffermazione della società tedesca è noto a tutti.
I DEBITORI DEL FILOSOFO. Quanto poi al presunto lato nazi del suo pensiero, bisognerebbe rilevare che, sebbene con diverse intensità, tutte le principali correnti filosofiche e letterarie contemporanee sono debitrici a Heidegger, in particolare quelle legate alla sinistra. Se Faye avesse ragione ci sarebbe dunque un Dna nazista a spasso da decenni per l'Europa.
ATTACCHI RIPETUTI. Attaccare periodicamente Heidegger ormai «è un classico», spiega a Lettera43.it Gianni Vattimo, studioso di Heidegger e teorico del «pensiero debole» (quanto di meno totalitario ci sia in giro).
«Quando si finiscono gli argomenti contro l'opera di un autore, si comincia a prendere di mira la sua vita. E di solito, nel caso di Heidegger, gli attacchi arrivano dai filosofi francesi».


DOMANDA. Eppure i francesi, da Jean-Paul Sartre a Jacques Derrida fino a Jean-Luc Nancy hanno 'rubato' a man bassa da Heidegger.
RISPOSTA. È vero, ma evidentemente è un debito che non va loro giù. E c'è una ragione per questo...
D. Qual è?
R. Heidegger era anti-lluminista, anti-cartesiano. E si sa che i francesi, quando viene toccato Cartesio, non la digeriscono.
D. In gioco ci sarebbe quindi un'incompatibilità «genetica» tra tedeschi e francesi?
R. Senz'altro. Anzi penso che Heidegger abbia finito per aderire al nazismo più che altro per spirito anti-cartesiano. Ma se si rilfette un momento, ci si accorge che Heidegger, con la sua adesione al nazismo ha fatto un'azione coraggiosa.
D. In che senso?
R. È sceso in campo, ha realizzato la sua personale idea di intellettuale engagé. Che poi fosse un'idea sbagliata è un'altra storia. Ma si è sporcato le mani.
D. Discutibile....
R. Sbagliato dal punto di vista del contenuto. Ma bisogna considerare i tempi: molti intellettuali dell'epoca, dallo storico Marc Bloch al critico letterario György Lukács erano dalla parte di Stalin.
D. Proprio tutti erano così implacabilmente schierati?
R. Il filosofo Ernst Cassirer no, lui era un illuminista, ma poteva permetterselo: era un ricco amburghese. Se ne andò, come ebreo dovette fuggire dalla Germania nazista, ma non fu costretto a prendere posizione. In Germania erano tempi duri per tutti, comunque. Gadamer mi raccontava che lui e Heidegger si trovavano a casa sua a leggere Guerra e Pace, a lume di una sola candela. Non ne avevano altre.
D. All'epoca in Germania si respirava poi un astio diffuso nei confronti di chi aveva vinto la Prima guerra mondiale, e imposto le sanzioni economiche.
R. Certo. Forse anche per questo Heidegger riprese il concetto di Friedrich Hölderlin dei tedeschi come eredi della grecità. I tedeschi, secondo lui, avrebbero potuto emanciparsi da tutta la tradizione della filosofia europea, in fondo a loro estranea, e andare direttamente alle origini greche. Anche per Friedrich Nietzsche era così: insisteva per ritornare ai presocratici.
D. Questo voleva dire anche bypassare la tradizione cristiana?
R. Sì. Dico spesso che l'errore di Heidegger è stato smettere di leggere le lettere di San Paolo, e insistere troppo con la grecità.
D. Fatto sta che Heidegger ha prestato i concetti, e spesso anche il linguaggio a praticamente tutta la filosofia contemporanea.
R. È un dato di fatto. Nell'800 c'era Hegel, e tutti «hegelianeggiavano». Nel 900 Heidegger, e tutti bene o male lo hanno seguito.
D. Tra coloro che più hanno attinto al pensiero heideggeriano c'è sicuramente Hannah Arendt che del filosofo fu allieva e amante. Eppure hanno avuto consensi molto differenti.
R. A parte i problemi personali, che restano cavoli loro, il fatto che Arendt insistesse molto sul concetto di natalità, mentre Heidegger mettesse in evidenza la morte la dice lunga. Si tratta di una specie di reazione, un volersi differenziare cercando l'opposto a tutti i costi.
D. Invece il concetto di «banalità del male» in fondo è molto heideggeriano.
R. Sì, l'idea secondo cui il male non ha bisogno di protagonisti mostruosi, ma può essere praticato da soggetti piccoli, insignificanti, è un'idea che Heidegger avrebbe sottoscritto.
D. Heidegger sosteneva anche che la malattia dell'epoca fosse considerare le persone semplici numeri. Convinzione incarnata sia dalla dittatura nazista sia da quella tecnica.
R. Ed era anche l'opinione di Arendt.
D. Oltre che un tratto comune orwelliano, diffuso ben oltre Heidegger.
R. Anni fa, all'università della Florida, ascoltai la lezione del rabbino americano Richard L. Rubenstein. Lui sosteneva, non cinicamente ma abbastanza freddamente, che Hitler aveva solo anticipato i tempi. Aveva cominciato a trattare gli uomini come numeri. Cosa che adesso fanno l'economia, le banche, i governi. Alla fine è un'intuizione heideggeriana.

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