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L'INTERVISTA 5 Agosto Ago 2012 0800 05 agosto 2012

L'italiano ai tempi del web

Serianni: «Soffre l'idioma scritto».

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La sua Grammatica (Utet, 1989) è considerata una pietra miliare per lo studio delle regole della lingua italiana, utilizzata anche in molte università straniere, e il suo nome è un punto di riferimento di istituzioni come la Società Dante Alighieri, della quale è vicepresidente; l’Accademia della Crusca, di cui è socio; e l’università La Sapienza di Roma, dove insegna Storia della lingua italiana.
Luca Serianni, romano di 65 anni, da oltre 40 studia i segreti e le regole della lingua di Dante; aiuta studenti e ricercatori a farsi strada nei meandri della sintassi, ed è arbitro dell’evoluzione dell’idioma attraverso gli aggiornamenti del Devoto-Oli, uno dei dizionari più noti, di cui è curatore.
«LA SCUOLA DEVE RIPENSARE SE STESSA». La nostra lingua «è in buona salute nell’uso parlato ma soffre nell’uso scritto», racconta Serianni a Lettera43.it. Internet nasconde pericoli ma è un’opportunità, e l’uso corrente della e-mail è diventato per gli italiani un’ottima palestra di scrittura. La scuola deve «ripensare sé stessa», mentre i giornali, sia pure con qualche eccezione, rappresentano un modello positivo.

DOMANDA: 700 anni dopo la sua prima apparizione, qual è lo stato salute dell’italiano?
RISPOSTA:
Sicuramente buono per quanto riguarda l’uso parlato, mentre nell’uso scritto il quadro non è confortante. In Italia si legge poco e questo si ripercuote sull’uso della lingua, dove si hanno molte incertezze. A cominciare dai ragazzi a scuola.
D. È sempre più diffusa l’idea del congiuntivo moribondo. È d’accordo?
R.
No, l’espansione dell’indicativo rispetto al congiuntivo è un fenomeno che risale a diversi secoli fa. Espressioni come “Penso che va bene” (invece di “vada”) o “ Se lo sapevo non venivo” (invece di “Se l’avessi saputo non sarei venuto”) hanno una lunga storia alle spalle.
D. La punteggiatura, invece, è sofferente.
R.
Qui il discorso è diverso. Ci sono alcuni segni, come ad esempio il punto e virgola, che sono in condizioni molto precarie.
D. Se scomparisse sarebbe grave?
R.
Non più di tanto, perché la lingua è naturalmente soggetta al cambiamento. L’importante è che il punto e virgola sia sostituito dal punto fermo o dai due punti, ma non dalla virgola. La generalizzazione della virgola è espressione di una scrittura acerba e imprecisa.
D. La scuola, oggi, è all’altezza delle sue responsabilità nell’insegnamento della lingua?
R.
Converrebbe ripensare alcune impostazioni tradizionali. Nell’analisi logica, ad esempio, si abbonda nella classificazione dei complementi, cosa che non aiuta a usare meglio la lingua. E occorre fare di più nel rafforzamento delle capacità lessicali, che si ottiene non solo con la letteratura ma anche con la saggistica.
D. Pensa di più al metodo o ai contenuti?
R. Entrambe le cose. Ad esempio occorre intervenire sulle prove scritte. Il tema e il saggio breve rappresentano molte criticità, servono fino a un certo punto.
D. Perché?
R.
Perché servono a sottolineare una certa verbosità, una retorica fine a sé stessa. Bisognerebbe invece valorizzare esercizi più mirati come il riassunto, sempre utilissimo, o i test che richiedono la sostituzione di alcune parole chiave nei testi.
D. Negli Anni 50 la tivù ebbe il merito di insegnare la lingua agli italiani, mentre oggi sembra essere la causa del loro appiattimento linguistico.
R.
Più che una causa, la tivù è un effetto della circolazione del parlato, perché ormai da tempo riflette l’uso reale della lingua. Il danno della tivù non è linguistico, ma culturale.
D. E cioè?
R.
Penso al pessimo livello di alcune trasmissioni che vanno in onda nelle ore di maggiore ascolto, ma non si può dare la colpa solo a chi fa la tivù. C’è un generale decadimento dell’educazione e soprattutto non c’è più l’idea che l’acculturazione personale sia un valore in sé.
D. Perché?
R.
Difficile dirlo, tra le cause credo ci sia una caduta di prestigio di alcune professioni intellettuali che un tempo avevano un’aura di promozione sociale, come ad esempio proprio gli insegnanti, i magistrati, o anche i medici, che furono tra i simboli della tradizione umanista.
D. Quali sono le responsabilità della classe dirigente e in particolare della politica?
R.
Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un livellamento verso il basso del politico, che oggi cerca sempre più di presentarsi come un uomo qualunque, uguale al telespettatore medio che deve votarlo.
D. A cosa si riferisce?
R.
Al continuo uso della lingua più sciatta e anche del turpiloquio, che è un segno di un politico interessato solo al voto, quando dovrebbe rispettare le sue responsabilità e presentarsi invece come un modello.
D. L’uso di espressioni come “xché” e “xò” nel linguaggio degli sms fa temere una deriva della lingua. È così?
R.
No, perché è un uso che rimane circoscritto a quel mondo. Del resto l’uso della tachigrafia (la scrittura abbreviata con l’uso di segni, ndr) è antichissimo. Negli Anni 50 si usava “qto” per indicare “questo”.
D. Non è un problema che queste espressioni siano di largo uso tra i giovani?
R.
Nel loro caso il problema è un altro, e cioè che passando molte ore a inviare sms sottraggono tempo ad attività più utili e formative.
D. Che impatto ha avuto l’era di internet sulla lingua italiana?
R.
Bisogna sempre guardarsi dalle insidie, ma il web è una grande opportunità. L’uso corrente della e-mail, che nella comunicazione di oggi quasi supera per importanza il telefono. Ha ridato alla scrittura lo stesso valore che aveva al tempo della lettera.
D. Bisogna preoccuparsi per la diffusione del cosiddetto “aziendalese”?
R.
Il problema è che si tratta di un linguaggio assai modellizzante, perché legato a un mondo che gode di un alto prestigio sociale. Però non c’è da preoccuparsi, perché rientra nella varietà dei toni che caratterizzano qualsiasi lingua viva.
D. Il continuo ricorso all’inglese è una minaccia per l’italiano?
R. Sostituiamo con troppa facilità le parole italiane con quelle inglesi. Oggi si dibatte sull’introduzione dell’inglese al Politecnico di Milano: se questo avvenisse, la lingua perderebbe nel tempo una parte importante di sé, e quindi la possibilità di esprimersi in ambito tecnico.
D. Soffriamo di un complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese?
R.
Un po’ sì, non possiamo negarlo. Diversamente da noi, francesi e spagnoli tendono a tradurre, a usare gli anglicismi solo se indispensabile. Qui siamo perfino riusciti a usare «welfare» per indicare un ministero.
D. I neologismi sono un pericolo?
R.
No, perché spesso durano poco. Si affacciano per qualche tempo e poi recedono, diventando dei pezzi di modernariato.
D. Perché siamo gli unici europei a dire “10 euro” e non “10 euri”?
R.
Il fenomeno è stato studiato da Yorick Gomez Gane, che ha dimostrato come in realtà la parola euro non nasce invariata, come si credeva all’inizio, e quindi sarebbe giusto usare anche il plurale.
D. Come valuta il ruolo dei giornali e la loro influenza sull’uso della lingua?
R.
Credo che in generale siano scritti bene. Giornalisti ed esperti riescono il più delle volte a farsi capire da un largo pubblico e i giornali rappresentano un modello di scrittura alta.
D. Una lingua vive di più se si conserva o se si trasforma?
R.
Chiaramente se si trasforma, che è tuttora la grande forza dell’inglese. I britannici hanno capito molto presto che sarebbero stati sopraffatti dai cambiamenti della loro lingua avvenuti lontano da Londra, e hanno saputo assecondarli.
D. Se Dante Alighieri fosse vivo, sarebbe contento di come parliamo e scriviamo?
R.
Di come parliamo sì, perché usiamo la sua lingua. Tra le duemila parole che usiamo di più, quelle di cui non potremmo fare a meno come ad esempio “che”, “però”, “come”, “casa”, “andare”, “fare”, “bere”, sono state coniate da Dante. Si lamenterebbe però di tutto il resto, a cominciare dalla scrittura, come del resto faceva già all’epoca sua.

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