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INTERVISTA 23 Novembre Nov 2013 0608 23 novembre 2013

Giovanni Lindo Ferretti: «Non mi sono mai allontanato da Dio»

Il fondatore di Cccp e Csi si racconta a Lettera43.it.

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Non sembra un altro Giovanni Lindo Ferretti, da quando cantava, in Depressione caspica, «se l'obbedienza è dignità, fortezza / la libertà è una forma di disciplina».
Correva l'anno 1990 e i Cccp - Fedeli alla linea erano una band di culto, forse gli unici portabandiera del punk italiano, che si autodefinivano «filosovietici».
Di mezzo c'è stata una «conversione» a un cattolicesimo secondo alcuni troppo tradizionalista, ma soprattutto un cambiamento di visione politica (Ferretti si è avvicinato alla destra) che ha acceso gli astratti furori di molti fan: sulla sua pagina Facebook alcuni ancora gli danno del «traditore».
«ESISTE ALTRO OLTRE LA NOSTRA VOLONTÀ». La cosa non sembra colpirlo più di tanto. Ferretti, a Milano in occasione della fiera Bookcity per presentare l'ultimo libro, Barbarico (Mondadori, 140 pagine, 13 euro), nella hall di un albergo del centro sembra più che altro preoccupato del fatto che a Cerreto Alpi è arrivata la neve e c'è del lavoro da fare a casa. Gli occhi sono esattamente quelli di sempre: penetranti, saltellanti. Se è cambiato, in cosa è cambiato? «Per lungo tempo ho pensato che gli esseri umani sono la loro volontà, quindi fanno di se stessi quello che vogliono o possono. Poi ho avuto modo di pensare che esiste altro», ha detto a Lettera43.it.

Giovanni Lindo Ferretti.

DOMANDA. Cosa esiste, oltre la capacità di autodeterminarsi degli uomini?
RISPOSTA. Per esempio avere un padre e una madre. Per quanto i figli non scontino le colpe dei padri, ne restano profondamente legati. Questo legame va interrotto. E poi in qualche modo va recuperato, altrimenti non si trova la pace.
D. E lei l'ha trovata?
R. Non avevo mai percepito la dolcezza del vivere. L'ho percepita accudendo mia madre prima che morisse, per quanto abbia fatto fatica, per quanto sia stato difficile passare dal regno dei diritti a quello degli obblighi. Simone Weil, a cui sono debitore scrive: «La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è subordinata».
D. La cultura moderna è tutta centrata sui diritti: alla vita, alla maternità, alla felicità.
R. Il diritto alla felicità non vuol dire niente.
D. Alcuni sostengono che lei, in sostanza sia rimasto sempre vicino alla religione.
R.
La conversione è un processo quotidiano. Io sono semplicemente tornato a casa, e insieme a questa, e alla chiesa, ho recuperato anche la stalla: è la cosa più di soddisfazione che abbia mai vissuto.
D. Niente episodi improvvisi, dunque....
R. Non sono mai caduto da cavallo come San Paolo, né mi si è presentato davanti il Salvatore. Non mi sono mai allontanato molto da Dio. Per quanto si sia ridotto al minimo possibile in certi periodi, è un legame che non si è mai perso del tutto.
D. Con qualche figura sacra in particolare?
R. Con la Madre, con la Regina del Cielo Vergine Maria. C'è sempre stato. Anche nei momenti di maggiore distanza non ho mai bestemmiato la Madonna.
D. Per un periodo si è avvicinato all'Islam: cantava «Allah è grande».
R. In un primo periodo mi ci sono avvicinato perché mi permetteva di allontanarmi da me, di tradire le mie origini. Ci sono buoni motivi per esserne affascinati.
D. È un modello culturale forte...
R. Ma dopo un momento di fascinazione ne ho percepito l'alterità. Loro sono esattamente l'altro. Sono i miei nemici, quelli che stanno dall'altra parte. E io prego Dio che i miei nemici mi facciano migliore.
D. L'Islam è una sacca di resistenza contro la cultura laica...
R. Alla cultura laica, del mercato, non attribuisco nemmeno la dignità di nemico. Non la considero proprio.
D. Ha seguito la recente polemica in Spagna contro il libro di Costanza Miriano, Sposati e sii sottomessa?
R. Costanza ha la capacità di usare le parole in maniera quasi sovversiva. Scrivere un libro intelligente, rivolto alle donne, che si intitola: Sposati e sii sottomessa è un gesto punk. L'adoro.
D. L'hanno accusata di fomentare la violenza sulle donne.
R. Solo gli stupidi posso prendere le sue considerazioni e farne motivo di polemica. In Europa stiamo sperimentando la dittatura dei diritti, e la dittatura delle parole. Abbiamo abolito i termini “padre” e “madre”: questo vuol dire distruggere la storia dell'uomo. La ghigliottina è in atto nel quotidiano, solo che al momento non taglia le teste, taglia le parole.
D. Un sintomo di irritabilità di una cultura europea in crisi?
R. L'Europa culla della cristianità è finita, è ormai periferica sulla scena del mondo. Il fatto che sia arrivato Francesco dal Sudamerica lo testimonia.
D. Come vede papa Francesco, lei seguace di Ratzinger?
R. Mi è piaciuto da subito. L'ho percepito come un dono di Benedetto XVI, che è stato attaccato molto, da tutti, e questo non lo dimenticherò. Ho visto Francesco mi è presa una gioa del cuore e mi ha fatto sorridere moltissimo, mi ha emozionato tantissimo.
D. Sembra molto apprezzato dai tradizionali avversari della Chiesa. Un papa di sinistra?
R. Tutti i miei amici di sinistra parlano bene di lui. Ho pensato: «Sono proprio sciocchi».
D. Ha avuto degli atti legati a una religiosità molto tradizionale, Bergoglio.
R. Ha regalato i rosari. Ha fatto una predica sui Maccabei. È un papa della controriforma, tra l'altro è un gesuita: mi stupisco della superficialità con cui la sinistra lo considera uno dei suoi senza darsi nemmeno il tempo di capire.
D. Passiamo alla musica. Nell'88 lei disse «noi Cccp siamo uno dei gruppi più belli in Europa». Lo pensa ancora?
R. Quest'estate è arrivata Annarella Giudici a abbiamo preparato una mostra, Benemerita soubrette, ed è la storia dei Cccp dal suo punto di vista. Lavorandoci è venuto fuori un volantino del 1980, dove c'era scritto: «Lode alle soubrette, coscienza a-critica del nostro mondo». Siamo stati un gran bel gruppo. Confermo.
D. Massimo Zamboni, lo storico chitarrista di Cccp e Csi, lo sente ancora?
R. Ci vediamo pochissimo. Gli voglio bene, non ho nessun motivo per non sentirlo. Ma sta di fatto che noi non eravamo sposati: lavoravamo assieme in un progetto che ci apparteneva. È arrivato alla fine naturale. Abbiamo provato a tenerlo insieme lo stesso, e ne sono nati i Csi, poi le energie si sono esaurite.
D. Colpa anche sua?
R. Per me la dimensione del gruppo e del rock'n'roll era finita. Legata a un periodo della vita diverso.
D. Nel libro dice che non ascolta quasi più musica, a parte Bach. E allora perché suonare?
R. Suonare è ancora una parte di me. Poi c'è una motivazione che uno potrebbe considerare bassa, che è il mantenersi. Come diceva San Paolo nella lettura di domenica scorsa: «Chi non lavora non mangia». Ognuno deve guadagnarsi in base alla propria storia il pane quotidiano. E poi, quando faccio una serata lavoriamo in cinque amici cari. Non si possono sciupare i doni che Dio ci ha dato.

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