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SPETTACOLO E SOCIETÀ
7 Dicembre Dic 2013 0817 07 dicembre 2013

Televisione: i talent e la spettacolarizzazione dell'emozione

Il sociologo Franco Ferrarotti spiega il boom del genere.

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Benedetta Parodi e i giudici del talent Back Off Italia.

Bake Off Italia è l'ultimo, ma non sarà l'ultimo.
Forse già sideralmente lontani gli anni Zero con la loro esplosione di reality, dove i senza arte né parte davano il meglio (o il peggio?) di sé per i proverbiali cinque minuti di warholiana memoria, ora a farla da padroni nei palinsesti autunnali delle reti generaliste (e naturalmente sul canale tematico RealTime) sono i talent show.
BAKE OFF ITALIA, ULTIMO ARRIVATO. Accanto infatti all'ormai più che rodato X Factor, giunto quest'anno alla sua settima edizione, l'attuale stagione televisiva conta due novità: Masterpiece, il programma che RaiTre ha dedicato agli aspiranti scrittori (ma domenica, alla terza puntata, ha già registrato un lieve calo di ascolti, mentre «tiene» come fenomeno sui social network); e Bake Off Italia, appunto, talent culinario che vede nove concorrenti pasticceri amatoriali sfidarsi a colpi di glassa, sotto lo sguardo benevolo di Benedetta Parodi che raccoglie gli elogi della critica, compreso Aldo Grasso, e si rifà così dall'imbarazzante chiusura nel maggio scorso della sua trasmissione (I menù di Benedetta) da parte di La7.
MERITOCRAZIA, SPREAD NOSTRANO. Messo un po' da parte lo sgrammaticato bla-bla-bla esistenziale del Grande Fratello (ma è di questi giorni la conferma del suo ritorno a gennaio per la 13esima edizione dopo uno stop forzato), l’Italia scopre il bisogno di talento? Noto Paese di santi, poeti, navigatori e ora di disoccupati, Paese dove il sistema di valori è molto meno meritocratico di quello, per esempio, di molti Stati del Nord Europa, l'Italia si lava la coscienza proprio accendendo i riflettori su chi - a torto o a ragione - ritiene di avere un talento che fatica a emergere dalle paludi mefitiche e clientelari del sistema-Italia.
Un po' come accadeva nell'Italia degli Anni 50, quando la nazione si riuniva in religioso silenzio per sognare davanti ai telequiz di Mike Bongiorno, anche la tivù degli anni 2000 si nutre della stessa materia: l’idea che grazie a un palcoscenico nazionale si possa finalmente avere la chance di mostrare il proprio talento e cambiare così il proprio destino.

Ferrarotti: «Il talent soddisfa solo il bisogno emotivo»

Massimo Coppola e i giudici di Masterpiece Italia. Giancarlo De Cataldo, Andrea De Carlo e Taiye Selasi.

Se poi dai talent show emergano davvero grandi talenti è un altro discorso. Al momento il successo ha arriso a non più di tre o quattro fortunati e quasi tutti, non a caso, proveniente dal mondo della musica, dato che il Paese dal Festival di Sanremo in poi vanta una lunga tradizione di talent scouting canoro-televisivo (da Giusy Ferreri - già da qualche tempo a dire il vero desaparecida - a Marco Mengoni, a Chiara Galiazzo, che ormai più che cantare fa la testimonial per la Tim).
VITTIME DELLA SPETTACOLARIZZAZIONE. La verità è che «la macchina televisiva nostrana stritola tutto e tutti nel nome della spettacolarizzazione», spiega a Lettera43.it il sociologo Franco Ferrarotti. «Perché, anche quando l'intento è meritorio, e penso a certe fiction dedicate a grandi personaggi italiani come Enrico Mattei, Paolo Borsellino o Adriano Olivetti, sembra poi incapace di trattenersi dall'inserire quell’elemento sentimentale e vaporoso capace di soddisfare soprattutto il bisogno emotivo».
Insomma, tutto viene buttato alle ortiche in nome dello share. Ne è l’emblema Masterpiece dove, in un talent legato alla letteratura, la letteratura è quasi marginale, una nota a piè di pagina relegata a una manciata di secondi nei quali i concorrenti - e nemmeno tutti - leggono appena un paio di righe del loro romanzo, per poi passare velocemente alla loro biografia, possibilmente da «caso umano» (nella prima puntata hanno sfilato l'anoressica, il disagiato psichico, quello uscito di prigione...).
UNA TELEVISIONE «DOLORISTA». «Da un punto di vista comparativo con le altre televisioni, soprattutto quelle nordamericane», prosegue Ferrarotti, «la nostra è indubbiamente una televisione “dolorista”, una televisione che drammatizza le disgrazie naturali e quelle personali, senza quasi mai trovare il tempo per domandarsi il perché. Così, la drammatizzazione del dolore, che nella tivù italiana ha una sua certa originalità, viene vissuta con un vago senso di colpa compensato proprio negli ultimi anni dalla dimensione del talent show, dove il tubo catodico sembrerebbe assumere il ruolo sociale vacante di scopritore di talenti sommersi, senza però, anche in questo caso, rinunciare a situazioni altamente emotive».
EMOZIONE VS RAZIOCINIO. Del resto, noi siamo un popolo dalla religiosità chiassosa, dalla gestualità caricaturale, dalle manifestazioni pubbliche esagerate e, infine, della sceneggiata napoletana. Così, ciò che preoccupa Ferrarotti è «la premiazione eccessiva che la tivù fa dell’elemento emotivo» rispetto a quello del freddo ragionamento.
Ovviamente senza passione non si fa nulla. «Ma la passione andrebbe motivata», così come l'emozione filtrata dal ragionamento. «Trent’anni fa, ingenuamente, pensavo che la tivù pubblica si sarebbe distinta in questo senso da quella privata», conclude il sociologo, «così non è stato. Mi si dice che anche la tivù pubblica ha bisogno di pubblicità e che comunque si deve dare al pubblico quello che il pubblico vuole. Peccato che, poi, se il pubblico vuole qualcosa di diverso non lo trova».

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