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CULTURA 18 Febbraio Feb 2014 0600 18 febbraio 2014

Festival di Sanremo 2014: l'Italia canta i diritti e li dimentica

Le polemiche che finiscono con l'evento.

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Rufus Wainwright, autore di 'Gay Messiah' è atteso come superospite a Sanremo 2014.

Fiumi di parole. Questo è il destino di Sanremo, delle sue polemiche, di gran parte delle sue canzoni: non fanno in tempo a fiorire che già appassiscono. E l'anno dopo tutti sono lì a chiedersi: ma questa, chi l'aveva cantata, quando, e come si era classificata?
È il destino dell'oblio, al quale, probabilmente, non sfuggirà neppure la canzone-choc del momento, Gay Messiah, il cui titolo, secondo formula abusata, dice già tutto e del quale, altra formula abusata, si fa un gran parlare in questi giorni.
POLEMICHE SU RUFUS. Un brano che, ed è davvero paradossale, non è in concorso, è del «superospite» Rufus Wainwright, risale a una decina d'anni fa e - qui arriviamo proprio all'incredibile - non è neppure in scaletta: solo che mescola due temi forti, la religione e l'omosessualità, in modo sopra le righe almeno per i palati italiani, sanremesi. Basta la parola a scatenare fiumi di parole.
I PAPABOY CONTRO RUFUS. Non è da pensare che Rufus - consigliato da Elton John - sia un morto di fama, uno svenduto sull'altare della provocazione: è, invece, un sensibile cantautore canadese, dalla carriera consolidata, gay più che dichiarato visto che ha sposato il suo compagno a New York, peraltro dopo avere avuto una figlia dalla figlia di Leonard Cohen, Viva Lorca. Viva Lorca, ma abbasso Rufus.
È bastato il suo fantasma a turbare i sonni dei papaboy, subito scagliatisi a strapparsi le vesti in piazza - letteralmente, con un inquietante «picchetto di preghiera» davanti a Viale Mazzini - con il direttore di RaiUno Giancarlo Leone a fornire ampie rassicurazioni: non passa lo straniero, almeno con quel brano.
Al confronto di Rufus, Grillo è (in)atteso quasi come un chierichetto.

Il tema dei diritti gay è tra i più gettonati a Sanremo

Nel 2009 Povia cantò 'Luca era gay' dal palco di Sanremo e scatenò la polemica sui diritti per gli omosessuali.

Minchia, signor tenente, che fiumi di parole. Destinati a scorrere presto nella corrente del tempo, secondo la legge inesorabile per cui i brani 'scomodi', che esorbitano dalle celesti traiettorie melodiche per abbracciare temi sensibili, diritti, rivendicazioni, non si contano al Festivalone: solo che, puntualmente, non se ne ricorda quasi nessuno.
Proprio il tema dei diritti gay è, per esempio, tra i più gettonati: ma chi ha memoria, per dire, de Il mio amico, gorgheggiata da Anna Tatangelo su testo del compagno Gigi d'Alessio? Correva l'edizione 2008.
Più presente è invece rimasta la famigerata Luca era gay di Povia, rassicurante parabola di un omosessuale per sbaglio, che poi si 'riabilita', si sposa (con una donna), mette su famiglia. Per la serie: tutto è bene quel che finisce (e ci riferiamo proprio alla canzone). Era il 2009.
LA LOTTA ALLA MAFIA. Pensa fu l'effimero successo di un quasi esordiente Fabrizio Moro, che vinse nel 2007 nella categoria Giovani con un pezzo sulla mafia, dedicato in particolare alla memoria di Paolo Borsellino. Anche in questo caso la legge della dimenticanza scattò spietata dopo pochi giorni; né ebbe miglior sorte Canzone tra le guerre, portata da Antonella Ruggiero in quella stessa edizione.
Ancora nel 2007, un magnifico brano di Fabio Concato, Oltre il giardino, raccontava la tragedia minima di chi perde il lavoro a 50 anni e si trova nella drammatica impasse di una ricollocazione quasi impossibile.
L'anno dopo, Federico Zampaglione addirittura non riuscirà a portare, sullo stesso tema, il brano Il rubacuori, che gli verrà bloccato all'ultimo momento (grandi polemiche, subito evaporate).

Negli Anni 70 lo scontro sociale e l'attacco al pensiero unico

Vasco Rossi ha partecipato a due edizioni di Sanremo, nel 1982 e 1983.

Più indietro nella storia, altri segni dei tempi, scintille di protesta e ribellione contro la dittatura sanremese del cuore. Nelle 50 sfumature di grigio di un ribollente 1970, un Celentano ancora lontano dalle suggestioni grilline ammoniva i sindacalisti scioperati: Chi non lavora non fa l'amore. Dai vapori sfuocati di YouTube affiora (e subito torna a inabissarsi) una cespugliosa Marinella che nel 1981 cantava il tormentone di una stagione: «Ma lascia stare, ma chi te lo fa fare...». E s'era già affacciato, l'anno prima, il barbuto Francesco Magni con Voglio l'erba voglio, che qualcuno fatalmente equivocò per un inno alla marijuana mentre era uno stralunato catalogo di protesta a tutto tondo, contro i conformismi del pensiero unico dominante così come contro le evasioni di moda sul finire dei turbolenti Anni 70.
Pure Sette fili di canapa del fascinoso Mario Castelnuovo (1982) passò a un certo punto per una canzone sui diritti: anche se nessuno ha mai capito davvero quali.
VASCO L'ANTICONFORMISTA. Tutti capirono, viceversa, con chi ce l'avesse Vasco Rossi - ma qui siamo nel campo dell'exploit imperituro - con quella micidiale accoppiata, Vado al massimo del 1982 e Vita spericolata del 1983: apparentemente qualunquista, gaudente, cotto, stravolto, il giovane Vasco aveva in realtà fiondato un paio di sassate contro Sanremo e tutti i conformismi che custodiva nel suo corpaccione televisivo.
Impegnato a modo suo, specialmente nel far tremare le fondamenta di un Festival dal fiato pesante malgrado la profusione di essenze floreali, Rossi verrà stroncato dalle classifiche: il risultato è che quegli inni così improbabili li cantiamo ancora adesso.
L'INCOMPRESO TENCO. Ma la menzione finale non può non andare a Luigi Tenco, che a Sanremo si permise di portare la straziante allegria di Ciao amore ciao, sorta di 'Vita agra' in musica contro lo sradicamento e la conseguente alienazione metropolitana.
Quei tre minuti grondavano diritti, in quel modo rude e poetico che più nessuno ha avuto. Una commissione fece giustizia, e oggi pochi saprebbero collocare quel brano nel tempo e perfino nel Festival: Tenco lo aveva capito, e forse fu proprio per questo che si uccise. Lasciando un breve, lucidissimo biglietto che finiva con il titolo della sua canzone: «Ciao».

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