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CULTURA 19 Febbraio Feb 2014 1310 19 febbraio 2014

Festival di Sanremo 2014, eterno amarcord senza canzoni

Dall'Ariston va in scena l'Italia che non cambia.

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Chissà come, chissà quando, lentamente, piano piano, Sanremo è diventato il contrario dell'Araba Fenice: che non ci sia ciascun lo dice, ma tutti sanno dove trovarla.
Diciamo che non vale la pena parlarne, e non facciamo che discuterne. Ripetiamo che non merita attenzione, e non ce lo perdiamo. Giuriamo che fa schifo, e per questo lo seguiamo. Con tutti i suoi eterni ritorni, con le circolarità e le risacche del caso: Fazio giovane e Fazio sale e pepe, la Castà di nuovo dopo 14 anni, la Carrà ora e sempre.
AMARCORD A SANREMO. Puro amarcord, a risalire la corrente come salmoni della memoria. Non all'altezza, purtroppo: l'omaggio a due immensi, Monica Vitti e Alberto Sordi, sulle note della maliziosa «Ma 'ndò vai...», da Polvere di stelle, era agghiacciante per fissità fisica ed espressiva di una Laetitia Casta sempre radiosa, ma non meno marmorea del bravo conduttore Fabio Fazio; il quale, da parte sua, nella contestuale dedica a Jannacci (Silvano) pareva aver dimenticato i trascorsi giovanili come imitatore e generico-utilità.

A sinistra Laetitia Casta e Fabio Fazio nell'edizione del Festival di Sanremo del 1999; a destra i due nel 2014 sul palco dell'Ariston (©Ansa).

Lentamente, nell'apparente immutabilità, il Festival di Sanremo cambia. Sempre meno spettacolo di canzoni, sempre più varietà, avanspettacolo, teleteche: il primo brano in gara, nella serata di martedì 18 febbraio, si è sentito dopo 40 minuti.
Ha l'aria di dipendere dal livello degli artisti, obiettivamente imparagonabili ai Modugno, ai Tenco, al semiesordiente Lucio Battisti di Un'avventura nel 1969, ma anche al Vasco Rossi che esplodeva, al Renato Zero che si giocava l'improbabile rinascita, fino alle ultime vedette internazionali, i Ramazzotti, le Pausini che possono piacere e non piacere, ma che da quel palco seppero salpare alla conquista del mondo.
L'OPERAZIONE NOSTALGIA. Oggi i nomi sono infinitamente più leggeri, nomi da talent o vecchie glorie in disarmo e il pachiderma sanremese si adegua infarcendosi di cabaret e di trovate d'antan, disseppellendo reperti musicali grazie a ospiti ad alto tasso nostalgico: vedi Cat Stevens (guarda il video) che ha sciolto i cuori con le sue pagine immortali (ma solo quelli di chi ha saputo resistere fino ad orari da entraineuses o da vampiri).

Cat Stevens durante la sua esibizione a Sanremo (©Ansa).

Sanremo specchio di un Paese che cambia solo a parole

Detto dello specchio di un Paese gattopardesco in modo insidioso, che sembra cambiare impercettibilmente nella sconfortante sensazione di non cambiare mai niente, e però insegue inesorabilmente i suoi fantasmi, va aggiunto che questa 64 edizione, annunciata come colma di novità, è parsa davvero inchiodata al passato. Disperatamente aggrappata al passato.
FESTIVAL IMMUTABILE. Sanremo ha la faccia immutabile, senza espressione, di Fazio sia avvinto in casquet con la Casta sia con i due che stanno, forse, pare, per cascar giù dalla balaustra perché non hanno lavoro: anche questo un déjà vu per quanto penoso, e non si sa se sperarlo genuino o meno.
È apparso su twitter l'hashtag «chiamatePippoBaudo» e non sembrava un caso, e non si limitava a certe situazioni che ricalcavano le escandescenze programmate del povero Cavallo Pazzo: qui è il Festival da salvare, o meglio (Sanremo se la cava sempre, anche se nella prima serata gli ascolti sono calati rispetto all'edizione del 2013), sono gli spettatori a dover essere salvati da un'arancia meccanica di noia.

Fazio con Luciano Ligabue: il rocker di Correggio ha aperto la prima serata del Festival (©Ansa).

La noia che a un certo punto si prova quando si capisce d'esser intrappolati in una Spoon River senza uscita: l'omaggio a De André ci poteva stare, quello a Freak Antoni (con buona pace del barone Fulvio Abbate, eroicamente battutosi per scongiurarlo) era fatale, ma poi si stramazzava sotto l'impermeabile di Jannacci e tutta una processione di fantasmi. Come a dire: quelli erano Festival, quella era televisione, quella era la Rai. Che arrivava sulla luna con Tito Stagno (e 45 anni dopo l'immortale «Ruggero, ha toccato!», gli tocca annunciare Arisa). Non questa in alta definizione, che si può seguire pure in streaming, senza mai sfuggire alla trappola della stanchezza.
LA MUSICA ORMAI È SPARITA. Sanremo non è più rappresentativo della musica italiana se mai lo è stato, ma oggi è quanto di più alieno dalla musica, relegata in cucina, parente povera di un circus a volte dalle tinte horror (metteva un brivido Luciana Littizzetto nei panni di una Carrà a rifare le stesse cose, le stesse mosse, le stesse rotazioni di quando c'erano Maga Maghella e Gagarin); altrimenti dai sapori quasi proustiani, ma non per questo fragranti.

I due disoccupati che hanno minacciato di buttarsi nella prima serata di Sanremo (©Ansa).

Se parliamo di nostalgia, della festa mesta dell'avanspettacolo di ritorno, c'è di tutto di più in questo carrozzone, ma manca una cosa: l'emozione, che in un tempo lontano, ingenuo, radiofonico, protocatodico, arrivava a buon mercato, poi sempre più rarefatta ma che sapeva comunque scoccare le sue scintille, ora di sorpresa, ora di ilarità, ora di struggimento.
Tutto questo è andato, sparito, il Festival è un Moloc, autoreferenziale e affamato, che finisce per coprire con il peso della sua ombra lunga qualsiasi cosa, perfino la politica, come una profezia che si autoadempie o una droga non del tutto innocente alla quale gli italiani non sanno rinunciare.
RITORNO DEL BIANCO E NERO. Ma quell'ombra lunga è piatta, non ha densità, si staglia sui remoti anni della nostra vita con le luci blu del digitale, il nitore di una tecnologia perfetta che non sa dove andare, non sa come sfogarsi, cerca tra le pieghe di questi cantanti di una stagione, o di una settimana, o un giorno, e non trova niente, non sa che diavolo inquadrare, non sa cosa fare di se stessa. E allora si rifugia nel bianco e nero.
Chissà se è un segno dei tempi o meno, ma mentre a Roma un giovane premier incaricato giura una riforma al mese per i prossimi cinque anni (totale: 60 sfumature di futuro), a Sanremo un meno giovane presentatore, che si vuole molto vicino al presidente del Consiglio in pectore, mette in scena 10 ricordi a sera. Tu chiamalo, se vuoi, cortocircuito.

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