Beach House 140228121127
MUSICA 28 Febbraio Feb 2014 1204 28 febbraio 2014

Dream pop, l'evoluzione della psichedelia

Dagli Anni 60 lo tsunami gentile del genere onirico.

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In principio fu, forse, Sunday Morning dei Velvet Underground. Quella grazia leziosa un po' tanto maligna. Ma nessuno si preoccupava di definirla.
IL RESPIRO DEGLI ANNI 60. Era puro pop, col battito degli Anni 60, una scatola delle meraviglie dove chiunque, volendo, poteva inoltrarsi, dagli immancabili Beatles ai pazzi Love fino, addirittura, ai Rolling Stones più psichedelici (che durarono la breve stagione di Their Satanic Majesties Request).
VERSO IL POP ONIRICO. In principio era il pop, faceva sognare e andava bene così. Poi le cose si complicarono, le stratificazioni più o meno allucinate degli Anni 70 evaporarono in schegge Eighties, qualcuno (la storia pretende i giornalisti del Molody Maker Chris Roberts e Simon Reynolds, quello della Retrologia) trovò un'etichetta per miscelare il miscuglio di synth, rock spaziale, post punk: ed ecco servito il pop onirico, il pop del sogno, il dream pop.


Furono subito valanghe di sogni e di gruppi e di vibrazioni e di abbandoni e di languori e di scie luminose (e magari anche chimiche), cascate così frequenti e grandi da non riuscire a contenerle.
IN PRINCIPIO FURONO I COCTEAU TWINS. Se i pionieri riconosciuti furono i Cocteau Twins, la casa comune fu la elitaria 4AD che sfornava dischi di Bauhaus, Chameleons e di una marea di epigoni a loro volta destinati a raccogliere il testimone in forme sempre più disturbate e deviate. Come, per esempio, i Sonic Youth che dei Chameleons riprendevano le asprezze chitarristiche traghettandole nei frastuonosi Anni 90.
UNA NEBULOSA IMPALPABILE. Altri sottogeneri, altre etichette: shoegaze, post rock, neopsichedelia eccetera, per cercar di arrivare sempre più vicino a una nebulosa impalpabile, che si respirava ma non c'era.
Ecco, in fondo, cosa è il dream pop: respirare vapori inebrianti, stordenti e, chissà venefici.

Un genere che si rigenera sempre dalla sua polvere di sogni, e che vede oggi, tra i più bravi e misteriosi, i Beach House. Fatti, come la circostanza richiede, di arcani abbandoni, intese sommerse, coincidenze esoteriche: quelle fra l'etera Victoria Legrand, figlia d'arte parigina cresciuta a Philadelphia, e un acerbo studente di geologia, tale Alex Scally, nome da personaggio di X-Files e una tensione per la dilatazione sonora.
NEL SEGNO DELLA RAREFAZIONE. Incontrarsi e dirsi oddio: sei quello/a che cercavo. Nascono, senza fretta, quattro dischi in sei anni, sotto il segno di una rarefazione sempre più provocata, afferrata, manipolata.
L'ultimo, Bloom, ormai del 2012, venne definito «celestiale» dalla critica. Dieci raffigurazioni in 50 minuti in cui perdersi, senza ritrovarsi, in un abbandono perverso fin dalle prime note di Myth, che reclamano, rallentandola, distendendola, la tonante Eyes Without a Face del punk Anni 80 di Billy Idol.


Uno sprofondare, ma non solo: c'è qualcosa di caldo in questo sogno di vetro, che sembra annunciare primavere ancora in boccio, minacciate da gelate traditrici, divagando per suggestioni ambient (Lazuli), decelerazioni controllate (Other People), fioriture quasi giapponesi (New Year), liquidi idilli (On the Sea) che possono ricordare una svagata, contemplativa Kate Bush.
ATTESA DOPO BLOOM. Successo annunciato era, Bloom, e successo fu. Da allora, l'attesa di un ritorno, spezzata, a oggi, solo da un'estemporanea comparsa in una stralunata raccolta di brani siderei, Space Project, in uscita per l'etichetta di nicchia Lefse il prossimo 14 aprile, ricorrenza del Record Store Day, insieme con Spiritualized, Youth Lagoon e tanti altri.
Suoni assemblati con appositi marchingegni che catturano «fluttuazioni di radiazioni elettromagnetiche» emanate dai corpi celesti, e qui ci fermiamo per non diventare pazzi.
UN GENERE IN EVOLUZIONE. Intanto - la ruota di fiori del pop onirico non si ferma mai - altri gruppi di sognatori premono, sbocciano, vibrano, dai sempreverdi Mazzy Stars, tornati nel 2013 dopo 17 anni di vacanza, agli emergenti, in molti sensi, Lilies on Mars, che nel nuovissimo Dot to Dot recuperano Oceanic Landscape, la collaborazione con Franco Battiato di un anno fa.


Passando per la proposta più dinamica, psichedelica di Adam Franklin, l'ex fondatore e voce degli Swervedriver, sferragliante shoegaze dei primi Anni 90, che non dimentica i trascorsi ma oggi li concentra, coi suoi Bolts of Melody, in paesaggi sonori sempre più arabescati e sofisticati, a volte anche troppo.
ATTESA PER UN NUOVO DISCO. Ma l'attesa resta per i Beach House, questo gruppo inafferrabile come la sua musica, che c'è e non svanisce, sforna nuovi sogni e sparisce.
Qualcuno li dà per dispersi, altre voci li insinuano all'opera, a Baltimora, forse altrove, per un'altra epifania entro l'autunno che verrà.
Sarà interessante, allora, scoprire dove questo pop, che sembra il nastro colorato di una ginnasta che cammina sull'aria, sarà finito a ricamare le sue spirali.
COME UNO TSUNAMI GENTILE. Intanto Bloom continua a fiorire, a conquistare chi un giorno si accorge dei Beach House e viene investito da uno tsunami gentile, fatto di goccioline, e allora tramortito si ferma, abbandona per un momento senza margini il logorio della vita moderna e si tuffa in sogni di sogni, come in un sonoro racconto di Borges.

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