MUSICA 30 Giugno Giu 2014 1154 30 giugno 2014

Clapton si ritira, la carriera del chitarrista

Slowhand a 70 anni lascia il palco.

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Ci sono uomini che sono epoche e quando dicono basta non è una cosa normale. Volano via calendari irripetibili, avventure, sbagli epocali e schegge di noi.
Eric Clapton ha detto basta: «A 70 anni non ce la faccio più a viaggiare, ho male dappertutto, registrerò ancora, ma concerti no. Non voglio vergognarmi di me».
LA RESA DI GLASGOW. Era un bel po' che covava, e qualche giorno fa all'Hydro Arena di Glasgow aveva piantato a metà il suo cavallo di battaglia, Cocaine, come niente fosse e se n'era andato, indifferente al montare in bestia del pubblico.
Eric non è Keith Richards, che suona con le dita che l'artrite reumatoide ha reso simili a rami d'ulivo del Getsemani. «Mi fanno male anche le mani, potrei proprio abbandonare la chitarra».


E allora l'epoca si chiude e il cerchio pure. Le rockstar sono persone che passano la vita sull'ottovolante, ma poche possono avere un album di memorie così schizofrenico, così lacerato come Eric.
Quanti Clapton ci sono? C'era una volta l'anima nera ragazzina, che mollava il Kingston College of Art bollato come «nefasto» per i compagni e si chiudeva con un vecchio arnese scordato a risuonare sui dischi di Muddy Waters e Big Bill Broonzy, Chuck Berry e Buddy Holly.
LA CONCORRENZA CON GLI STONES. C'era l'adepto di Alexis Corner, che suonava con gli Yarbirds al Crowdaddy in amicizia e in concorrenza con gli Stones e una pletora d'altre band che avrebbero fatto tremare il mondo. C'era il purista che se ne andava perché «se non suono musica pura e incontaminata, allora sono un porco».
C'era il virtuoso alla corte di John Mayall, che entrava nei Bluesbreakers con idee già chiare: aveva perfezionato il sustain sostenuto dal feedback e il suono overdrive valvolare con gli ampli Marshall, escogitava una muta con la terza corda non rivestita usandone una da banjo, il che gli permetteva una inusitata gamma alta sugli assoli e un glissato inconfondibile.
«Dai un assolo al dio!», ed Eric, ormai padreterno, si lanciava in una incandescente versione di Hideaway o quello che fosse.

Scoppiò un'epidemia della stessa scritta sui muri d'Inghilterra, «Clapton is God».
C'era l'uomo già oltre il blues, che metteva insieme i Cream con Ginger Baker e Jack Bruce (il quale ha appena licenziato un album piuttosto interessante): Sunshine of your Love, Crossroads, Strange Brew e tante altre volarono al Madison Square Garden e in altri stadi.


C'era l'uomo stufo di essere «dio» e, quando la rivista Rolling Stone lo elogiò come «Il maestro del cliché», lui mandò tutto al diavolo. C'era l'ondivago che coagulava formazioni giusto per scioglierle o lasciarle, dai Blind Faith ai Derek and the Dominoes, che agganciava Duane Allman per una session che diventa un disco che diventa il girone della droga.
DA «GOD» A «CLAPOUT». «God» Clapton divenne «Clapout», lo sballato. Chiuso nella sua casa nel Surrey bruciava 1.000 sterline a settimana in eroina, vendeva le sue chitarre per una dose e i suoi amici, come Pete Townshend, gliele ricompravano di nascosto.
Perdeva le sue donne, i suoi denti, il suo blues, lui che aveva brillato nei primi dischi di Frank Zappa, che aveva spremuto quel magnifico assolo su While my Guitar Gentle Sleep nel White Album dei Beatles. E ora era un relitto di appena 30 anni e gli toccava l'onta di venire scartato dai suoi amici Rolling Stones che, dopo l'abbandono di Mick Taylor, cercavano un altro chitarrista e scelsero Ron Wood.
E «Clapout» dovette ritornare Clapton. Grazie all'elettroagopuntura e all'amore per l'elettroblues, ce la fece. Ed era un altro uomo, un chitarrista da bere adesso, una rockstar fattasi popstar, glamour, elegante, patinata. Dischi rutilanti, colonne sonore a effetto (Homeboy, con Mickey Rourke).
LA PERDITA DEL FIGLIO. E proprio quando era tornato in cima al mondo, lo travolse la disgrazia più immane, quel figlio di quattro anni avuto da Lori Del Santo che alla vigilia della primavera del 1991 volò giù da un grattacielo.
Ed Eric si spezzò ancora e così il suo amico Keith Richards gli mandò un fax: «Dimmi cosa vuoi che io faccia, e lo farò». «Vieni e basta», rifaxò Eric. E Keith andò, prese l'aereo e andò, raggiunse Eric e queste due leggende girarono insieme per New York come due fantasmi nella folla. Ed Eric piangeva e Keith parlava e poi, da soli, suonavano un po' ogni sera e ogni volta era come se Clapton rinascesse, nell'unico modo che sapeva fare. Il blues, e ancora il blues. E Keith non lo lasciava mai, perché sapeva che Eric voleva seguire il figlioletto.

E poi sarebbe arrivato l'Unplugged per Mtv, dove tutta la vita e la morte, in una parola il blues, venivano declinate semplicemente in acustico, tutto il patrimonio di chitarre perse e ritrovate quella volta tacque. Ma non restò zitta l'anima, che, anzi, urlò come mai aveva fatto.
TRAVOLTO DA UN'AUREA ROUTINE. Da lì in avanti Clapton si adagiò in un'aurea routine spesa rileggendo gli standard del blues in versione mainstream, ma pure facendo giustizia di tanto passato, per esempio con una Fondazione Crossroads dedita al recupero degli alcolisti.
Altri dischi non molto riusciti, parecchi di cover, qualche marchetta strumentale di troppo e innumerevoli concerti in tutto il Pianeta, tre anni fa anche con Pino Daniele a Cava de' Tirreni, poi con gli eterni Stones alla O2 Arena di Londra nel tour dei 50 anni. Suonavano e sorridevano, nel 1962 erano tutti là, alla corte di Corner.
QUEL BLUES BIANCO. Quanti Clapton ci sono stati? «Slowhand» (come lo battezzò Georgio Gomelski) ha plasmato il suono della chitarra blues «bianca» con la sua Blackie, con le altre Strato e Telecaster, con le Gibson, con la sua enorme 12 corde acustiche artigianale Tony Zemaitis, con la Dobro a cassa di legno e con pochissimi effetti: un'unità di Analog Delay Mxr, un caro vecchio wah wah Cry Baby.
Per far piangere l'anima non serve di più. Ma bisogna saperlo fare e lo sai fare solo se sei un dio finito all'inferno tante volte. Troppe volte. Eric non vuole più saperne e questa volta non rimetterà insieme i suoi pezzi dolorosi. Si è sopravvissuto. È di quelli che non lasciano eredi.

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