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CULTURA 1 Luglio Lug 2014 1332 01 luglio 2014

The Who: l'ultimo tour, poi l'addio

I rocker britannici preparano il ritiro.

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Chissà se è giusto stupirsene. Chissà se è giusto affermare «Chi l'avrebbe detto?» e scomodare il crepuscolo degli dei. Ma ogni giorno c'è qualcuno che saluta: Eric Clapton ha detto addio alle scene, i Black Sabbath hanno praticamente archiviato l'ipotesi di una rentrée dopo l'inaspettato 13, oggi tocca agli Who, che si preparano a giubilare se stessi con un ultimo album.
«L'inizio di un lungo addio», ha annunciato Roger Daltrey. Lungo quanto? Lungo un disco, un po' nuovo e un po' no, attualmente in preparazione, una di quelle operazioni consuete per le facce da rock da monte Rushmore: Hits, picks and misses metterà insieme “inni sacri”, episodi dimenticati e almeno tre brani nuovi, già abbozzati; poi i due reduci s'imbarcheranno per l'ultimo tour, nove luoghi d'Inghilterra, ogni sera un addio in memoria degli abbondantemente scomparsi Keith Moon (1978) e John Entwistle (2002). Questa è una storia di superstiti.
UNA GENERAZIONE CON LA BARBA BIANCA. Quella generazione, nata per non invecchiare, ha la barba bianca. Ma ancora quella musica indiavolata in corpo. All'inizio, gli Stones non erano hard rock. Erano hard blues, garage blues, ma il rock duro arrivò con You Really Got Me dei Kinks: e subito altri quattro londinesi, gli Who, cercarono di rubare la pietra filosofale proponendo un r’n’b anfetaminico e potenziato per la sofisticata scena Mod. La trovata fu di rivestire con riff semplici e fragorosi, appunto “alla Kinks”, arie dal respiro asmatico quali I Can't Explain e My Generation. Il chitarrista Pete Townshend turbinava accordi per la convulsa sezione ritmica di John Entwistle e Keith Moon mentre l'ardimentoso vocalist Roger Daltrey ruggiva e ululava. Che ne dite, siamo abbastanza maschi, noi figli della Guerra, figli di chi ci considera “fighette” con le frangette? Ma, una volta aperto, il vaso di Pandora di quel meraviglioso fracasso non si poteva più chiudere.
UN ROCK DURO, METALLICO. Townshend allargò gli orizzonti fino alla “rock opera” Tommy, mentre concerti sempre più violenti spianavano la strada a un rock sempre più duro o addirittura metallico, sparato da cattedrali di altoparlanti. Resterà paradigmatico Live at Leeds, del 1970, con quelle spirali di suono dove le distorsioni della chitarra s'aggrovigliavano a quelle del basso. L'anno dopo, con Who's The Next, il frastuono si stratifica ulteriormente con i sintetizzatori, poi le composizioni di Townshend si dilatano all'inverosimile con Quadrophenia, altra opera rock del 1973. Quindi la parabola discendente, la morte di Moon nel '78, la trafila degli addii e ritorni, ma a quel punto il mito era già indelebile; sdegnoso rifiutava l'oblio.

Pete Townshend, chitarrista degli Who. © Getty

Che torto hanno i dinosauri se il mondo paga ancora per vederli?

I giornalisti provocano i Rolling Stones al loro rientro nel 1989: «Dicono lo facciate per soldi». «No, quelli sono gli Who», risponde pronto Ron Wood. E avevano tutti meno di 50 anni, ed erano già dinosauri. Ma tutti pensavano: abbiamo ancora parecchio da dare. E a modo loro non sbagliavano, la stagione più rutilante, quella del gigantismo on stage, incredibilmente li attendeva. L'ambiguo richiamo dei soldi e, chissà, di un'ultima gloriosa nostalgia, c'era e resta per tutti anche oggi: per quel che rimane degli stessi Kinks come degli Who, dei Pink Floyd e dei Led Zeppelin, per i Genesis, perfino per gli Yes redivivi con Heaven & Heart, mentre gli Stooges, persi gli ultimi pezzi, coincidono in pratica con l'indomito Iggy Pop. E gli Eagles con l'ennesimo ritorno hanno già incassato 145 milioni di dollari. Ma non si può fare torto ai dinosauri se non hanno trovato successori altrettanto carismatici, e se il mondo paga ancora spropositi per rivederli.
ARTISTI ETERNI, DA BUDDY GUY AD ARETHA FRANKLIN. Del resto nella musica classica un solista, un tenore, un direttore a 70 anni sono considerati ancora giovincelli (Toscanini non diresse fino a 87 anni dopo una carriera durata 67 stagioni?). Non parliamo del jazz, del blues la cui mitologia non prevede pensioni di sorta ma solo la morte sul palco: Buddy Guy, classe 1936, ha fatto l'anno scorso un doppio album incredibile, un cd di blues, l'altro di rhythm and blues, B. B. King (come del resto Chuck Berry) alla vigilia dei 90 gira ancora, e fino a poco tempo fa teneva 250 anni concerti all'anno. Entra, si fa portare una sedia e attacca. Il Killer, Jerry Lee Lewis, sbatterà in faccia al destino i suoi 80 con l'imminente Rock and roll Time, cornuncopia di classici e di amici da Keith Richards a Ron Wood, Neil Young, Robbie Robertson, Nils Lofgren e altri. Perfino Aretha Franklin, malandata, totemica, a settembre esce con un nuovo album. E allora?
STELLE FINO ALLA FINE. Questa gente ha insegnato al mondo come essere giovane, e poi gli ha insegnato come invecchiare. I loro colpi di coda sono spesso notevoli, basti pensare al già citato 13 dei Black Sabbath, al Now What?, autoironico fin dal titolo, dei Deep Purple, che peraltro annunciano un successore, alla prova magistrale di Elton John l'anno scorso, al ritorno immaginifico di David Bowie, convincente come non era da almeno 30 anni, al nuovo capitolo di Paul Mc Cartney, lezioso ma sempre grondante spunti melodici. Anche il Bigger Bang dei Rolling Stones, nove anni fa, suonò incredibilmente fresco, e con tutta probabilità è con quello che concluderanno un rosario di dischi irripetibili; da allora, preferiscono esibirsi dal vivo. Con smisurato orgoglio questi smisurati artisti mandano gli ultimi bagliori, fatti di esperienza e di un talento che non si rassegna. Volevano morire: oggi ci scherzano su, con macabra (auto)ironia inglese, come Mick Jagger nel commentare il ritorno dei Monty Python: «Ancora questi? Chi vuole vedere un gruppo di vecchi rugosi che fanno i ragazzini per soldi? Ma se il migliore fra loro è morto un sacco d'anni fa...». Stelle fino alla fine, oltre la fine. Noi le vediamo volare sul palco e ne proviamo invidia. Noi vediamo volare i loro anni e pensiamo sia divertente, ma tutto in quelle loro vite è sproporzionato, la gloria, la fatica, la tragedia.

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