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MUSICA 13 Luglio Lug 2014 0746 13 luglio 2014

Jon Allen esce con Deep River

Il cantautore torna con un nuovo lavoro.

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Sarà un segno del destino, in questa estate che pare autunno, inciampare lungo le strade affollate della Rete in un sassolino scintillante: una pepita! Un gioiellino di disco. Fragile e garbato come il destino che ti bussa alla porta dell'anima e non rispondere non puoi: lui sa che c'è qualcuno lì dentro.
LA TERZA MERAVIGLIA. Il menestrello che non ti aspetti: Jon Allen, da Winchester, dimorato a Londra, è appena tornato, pochi giorni fa, con il nuovo disco, Deep River, il terzo, il più bello. Da cercare nello scaffale «folk-rock 60-70». Ma qui dentro c'è tanto, tanto di più di un paio di generi, della somma delle sue parti, più di quello che sembra, più degli scenari così britannici che dipinge. Estati piovose e autunni riscaldati da cascate di foglie rosse e taverne accoglienti proprio dietro l'angolo.

Quando si dice il destino. Il giovane Jon andava a scuola, come tutti, ma spendeva l'adolescenza a trastullarsi fra gli strumenti: il pianoforte, la batteria, poi l'ugola, il canto, finché non arrivò l'ora di procurarsi una chitarra elettrica.
Quello era il viatico: andò a finire nel Liverpool Institute of Performing Arts, fondato da un certo Paul McCartney, di professione baronetto, venne scoperto da Making Music che dopo aver ricevuto un suo demo lo recensì con il massimo dei voti, si spostò a Londra.
PROMOSSO DALLA CRITICA. Qui mise insieme un gruppo e debuttò con l'album Dead Man’s Suit, che fece subito drizzare le orecchie alla critica. E alla pubblicità: nel 2008 il suo pezzo Going Home diventò la soundtrack mondiale della pubblicità della Land Rover Freelander 2 (andate a cercare lo spot su Youtube e poi direte: «Ah, ma era quella!?»). Proprio quella canzone divenuta tormentone offrì al cantautore di belle speranze la possibilità di realizzare l'album anche fisicamente, togliendolo dal confino digitale su internet.

Lo presero per aprire i rispettivi concerti Mark Knopfler ed Emmylou Davis, che sono sempre delle gran belle referenze. Poi anche Seal, Kt Tunstall ed altri ancora. Ma oramai Jon andava da solo. Pubblicò un secondo disco nel 2011, Sweet Defeat, confermando il buono che ormai si diceva di lui. Fino al nuovo lavoro: Deep River.
Hanno scomodato lo spirito di Nick Drake, di Ray Davies, di John Martin e del giovane Peter Green per tracciare le coordinate sonore di questo 37enne d'aspetto trasandato, poco carisma apparente, per niente attento al look, tutto concentrato sulla sua musica.
L'ECO DEL PRIMO ROD. Nomi simili ci stanno. Ma la presenza che proprio non si può evitare, che salta alla mente subito al primo schiarirsi di voce, è quella del Rod Stewart più elegiaco e ispirato, non compromesso col glamour, il Rod che si ricorda delle sue radici (che, beninteso, sono inglesi, londinesi: a dispetto delle origini familiari scozzesi), l'interprete inarrivabile di un folk che si sporca di soul. Bianco, senz'altro. Ma non per questo meno intenso.
SOLO CONVERGENZE EMOTIVE. E il bello è che Jon non sembra affatto preoccuparsene, non ha l'aria d'inseguire un simile nume tutelare. Sono solo convergenze emotive, lui canta così, si esprime così, gli esce così, ha quella sensibilità lì. E tutto il disco, derivativo finché si vuole, finisce per suonare personale perché intenso, leale, di rassicurante maturità nel suo evitare eccessi di sorta, trucchetti volgari, concentrandosi sulla misura, sulla filigrana delle composizioni, sul dettaglio che magari sfugge ma di volta in volta arricchisce.

Dall'inizio di Night And Day, per niente jazzata a dispetto del titolo, pura malinconia acustica, continuando con Lady of the Water, anche più pastorale, a un passo da un altro Stewart,
Al questa volta, poi con Falling Back, e il gioco cambia poco, la giostra di melanconia piena di cavalli a dondolo forse accelera appena ma di uno scarto impercettibile.
BALLATE E RUGGINE. Mentre Hummingbird Blues è lo scorrere di un sospiro che s'impiglia tra corde di un'acustica, Fire in my Heart aggiunge un po' di ruggine prima che l'ispirazione si esalti nel capitolo che battezza l'album, Deep River. Quindi Wait For Me, più (Rod)stewartiana che mai, nell'organo e nella cadenza rocksteady; ancora Get What's Mine, blues che s'elettrifica finalmente; Loving Armes, languida ballata soul, il folk-blues rurale di All The Money's Gone, con inflorescenze sixties, per approdare a Keep Moving On, tenera desolazione di un fiume che solca la foresta con la pigrizia di un'armonica.
Ecco qua: l'allievo è cresciuto, la lezione dei maestri l'ha assimilata. E ci vuole sfrontatezza per essere così umili, e ci vuole umiltà per risultare tanto sicuri.
UN CLASSICO-CLASSICO. Questo disco è un classico. Ne ha la statura, l'andatura, l'ambizione. Ne ha gli ingredenti: intrecci d'acustiche, doppie voci, base ritmica solida e discreta, l'organo a intessere tutto, la slide a ricamare, le melodie carezzate da un canto appena rugoso.
Canzoni-canzoni, con le loro introduzioni, le strofe, i ritornelli, il ponte, un inizio, una fine. Nessuna bizzarria, nessuna sorpresa, ma diceva Maupassant che il difficile, e il bello, stava nel dire qualcosa di nuovo con parole usate.
NESSUN FUOCO D'ARTIFICIO. Non nell'inventarsi fuochi d'artificio che accecano ma non illuminano. Jon non prende mai gli aerei della sperimentazione, eppure sulle ali della sua ispirazione ci fa decollare. Il volo, poi, lo conduciamo noi stessi, se abbiamo anima, che in inglese si dice soul e non ha colori, perché li ha dentro tutti.

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