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MUSICA 25 Luglio Lug 2014 1420 25 luglio 2014

Droga, se la rockstar aiuta nel rehab

Da Ulrich a Clapton: addio dipendenze.

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Di solito è il contrario. Le storie di perdizione, di oblio e dispersione negli abissi di sé sono contagiose nelle galassie della musica e dello spettacolo. Ogni tanto avviene il contrario e qualcuno “salva” qualcun altro, per rimorso, per convenienza, per semplice emulazione.

Lars Ulrich, batterista dei Metallica.

Come quella che ha investito Lars Ulrich dei Metallica, il quale ha rivelato al Mirror d'aver dato un taglio con la cocaina grazie a Noel Gallagher degli Oasis. Il quale forse non merita ringraziamenti particolari, o forse sì. Sta di fatto che, più o meno 10 anni fa, una intervista-verità nella quale la popstar britannica si dissociava dal bianco paradiso ha finito per accendere il sospetto di una vita migliore nel batterista metallaro: «Sembrava una cosa cool, onesta e pulita e mi è piaciuta: allora ho deciso di farla finita anch'io con la droga, e così è stato».

Keith Richards.

A volte, il piacere di rinunciare a un piacere è più forte di qualsiasi terapia. Keith Richards, per esempio, un'autorità indiscussa nel ramo, sostiene d'essersi «curato» da solo, contro l'eroina, semplicemente con un atto di maliziosa volontà: «L'esperimento è durato 10 anni, poi ho chiuso il laboratorio: mi è bastato pensare alla faccia di quelli che, offrendomi una dose, si sarebbero sentiti dire: 'No, grazie, non m'interessa più'».
IL REHAB DA MICK. La realtà, come accade, è meno fantasiosa e più brutale, a volte squallida, dei ricordi ammessi da una rockstar. Nel '77, quando Keith fu arrestato in Canada, e rischiava più o meno l'ergastolo, la condanna alla disintossicazione fu parzialmente scontata a casa di Mick, il quale si prodigò come un fratello. Il chitarrista pesava ormai una cinquantina di chili, veniva da anni di sopravvivenza contro le regole della scienza e fu trattato con elettrodi e terapia del sonno. «Molto lentamente», ha ricordato Jerry Hall, all'epoca legata a Jagger, «Keith si riprese: sembrava un cane che giorno dopo giorno ritrovava la forza di vivere. Mick gli stendeva sopra la coperta, perché Keith sudava molto e rabbrividiva. Capimmo che ce l'aveva fatta vedendolo una mattina in giardino che tirava coltelli contro gli alberi».
Naturalmente Keith non smise di assumere sostanze: smise solo di essere dipendente e questa è una distinzione che può suonare assurda nel mondo allucinato dei musicisti, mentre invece pare essere decisiva.

Ron Wood.

A loro volta, gli altri Stones hanno aiutato a più riprese Ron Wood, a lungo fuori controllo e a pendolo nelle cliniche di rehab.
Per la tournée del 1981, fu lo stesso Richards a garantire per l'altro chitarrista e, in casi di emergenza, aveva metodi di pronto intervento piuttosto drastici per scuoterlo, per esempio prendedolo a pugni sul palco davanti a 120 mila persone, come accadde allo stadio di Wembley. In occasioni più recenti Jagger e Richards arrivarono a coprire le spese mediche per Wood, specializzato nel ridursi praticamente sul lastrico alla vigilia di ogni tour a dispetto dei guadagni faraonici.

Eric Clapton.

Ma il caso di aiuto più eclatante di aiuto crociato tra rockstar resta probabilmente quello di Eric Clapton, a metà dei '70 tramutatosi in «Eric Clapout», Eric lo sballato. Pluridipendente, era giunto a vendersi le automobili (a bordo delle quali usava sfrecciare nudo) e perfino le chitarre, che poi i colleghi, a partire da Pete Townshend, gli ricompravano.
IL CENTRO DI CLAPTON. Anche per lui, cura di agopuntura in una clinica del Sussex dalla dottoressa Mararet Pattersone, alla quale Clapton restò sempre riconoscente. Eric in seguito fondò un centro per la riabilitazione degli alcolisti ad Antigua.
Molti, dopo avere attraversato il loro personale inferno, si sono fatti angeli con ali pesanti d'esperienza: Corey Taylor degli Slipknot è finito in clinica per curarsi la depressione, l'ha sconfitta e poi ha deciso di impegnarsi direttamente in favore dei bambini con problemi nervosi. Tra l'altro, ha girato un video in cui afferma: «La depressione fa star malissimo ma pensate che è temporanea e voi siete forti, più forti di quello che pensate».

Iggy Pop e David Bowie.

David Bowie, altro spirito tormentato da incubi amplificati dall'abuso di sostanze («Ero invischiato nei miei personaggi di merda e neppure me ne rendevo conto»), si è sottoposto alla psicanalisi e poi, diventato più forte, ha potuto strappare Trent Reznor, leader dei Nine Inch Nails, alle sue schiavitù tossiche. Come? Con l'esempio di una forza interiore finalmente raggiunta. «Mi stava dietro come un mentore, mi diede consigli quasi sciamanici», raccontò Trent, tradendo tutto il bisogno di un esempio mentale cui ispirarsi.
BOWIE E LA MANO A IGGY POP. Poi, naturalmente, niente esclude ricadute e passi falsi, ma il gesto resta, l'appoggio non si cancella. Bowie ha aiutato anche Iggy Pop, anche producendogli alcuni album nel momento più oscuro della sua carriera.
Nel 2010 il mondo apprese che Elton John aveva praticamente costretto l'amica Donatella Versace a ricoverarsi in una rinomata clinica dell'Arizona dopo averla vista alla mercé di se stessa a un suo concerto. Anche nello sport, che è solo un altro aspetto dello show business, i casi di sostegno tra campioni sono meno rari di quanto si immagini.

Paul Gascoigne.

Nello stesso centro di riabilitazione dell'Arizona, mezza Nazionale inglese - da Gary Lineker a Wayne Rooney da Steven Gerrard a Jack Wilshere - pagò il (salatissimo) conto del ricovero della testa matta «Gazza» Gascoigne. Un incurabile, un irriducibile, uno che, sapendo cosa l'aspettava una volta in clinica, aveva deciso, alla vigilia, di «fare il pieno con una sbronza di proporzioni colossali perfino per me».
Già, non basta il cuore degli amici, spesso non serve, è impotente.
LA TRAGEDIA DI AMY. «Fermati, stronza, o ti farai male», disse Keith Richards ad Amy Winehouse avendone constatato la rovinosa condizione proprio sul palco insieme coi Rolling Stones.
Lei non si fermò. Tanti non si sono fermati. Il mondo della musica, anche in Italia, è pieno di storie commoventi, strazianti, volatili, di aiuto perduto. Non si possono raccontare, perché nessuno le sospetta ancora. Nessuno immagina i protagonisti. Ma ci sono e riguardano non tanto le sostanze quanto lo scrigno che le assorbe, quel grumo di sgomento che è l'artista, anima di vetro quando le luci si spengono.
La prima medicina resta la presenza, sperando che misteriosamente faccia effetto. Qualcuno aiuta qualcuno, ma nessuno salva nessuno.

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