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CULTURA 4 Settembre Set 2014 1540 04 settembre 2014

Musica: Moby, «Innocents» è l'album della maturità

Antieroe dal volto stanco. Smanettone giudicato ripetitivo. Con l'ultimo disco ha raggiunto la quadratura del cerchio.

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Richard Melville Hall, in arte Moby, cantante e compositore newyorchese. © Getty

Moby dice che è stanco. In vista dei 50, e dopo 11 album, l'ultimo all'incirca un anno fa, sente il bisogno di tirare un po' i remi in barca, magari nel suo Teany Cafè, locale di New York dove sempre più spesso si fa vedere, fondatore e avventore allo stesso tempo.
Intanto, butta fuori il video di The Last Day, tratto dal ben accolto Innocents, ed è impossibile non trovarci suggestioni esoteriche con quel David Bowie che, pur essendo il contrario sputato di questo involuto, per nulla carismatico erede di Hermann Melville (o forse proprio per questo), ha finito per diventargli modello, nume tutelare, «artista preferito in assoluto» e anche terapeuta che lo ha staccato dal viziaccio della bottiglia (ne parlavamo poco tempo fa: non c'è virtuoso migliore di un vizioso per togliere un vizio a un altro vizioso).
IL NERD DA 12 MILIONI DI COPIE. Se ne dicono, di questo ragazzo precocemente ingrigito, smanettone, nerd da 12 milioni di copie di un solo disco (Play, che lo lanciò a cavallo tra la fine e l'inizio del millennio) e sei-volte-nominato-al Grammy. Dicono che è un indeciso, un inconcludente. Che fa musica algida, anzi frigida. Che quando si dà al rock-punk è patetico. Non parliamo delle velleità classicheggianti. Che la sua elettronica è una melassa per coprire ogni genere (ma lui stesso osserva che l'elettronica non è un genere, anzi è in funzione del genere che suoni). Dicono che, scoperta la pietra filosofale proprio con Play, le fa tutte uguali. Volgari colonne sonore sintetiche per spot pubblicitari di automobili, profumi, prodotti intimi. Non-musica da sfilate, da stilisti, da boutique di grande magazzino dove tutti entrano ed escono in mutande dai camerini.
INNOCENTS CHIUDE IL CERCHIO. Dicono che non ha fatto altro che peggiorare. Insomma, che ha rotto. Però il ritorno dell'anno scorso con Innocents ha tappato un bel po' di bocche: sembrava, finalmente, avere ritrovato non solo ispirazione ma anche una quadratura del cerchio, con lo smanettare da consolle che sì, naturalmente c'era, però era sul serio una variabile dipendente dai generi, sfaccettati e mai come in questo caso incarnati da artisti diversi, in grado di personalizzare la sua musica. Da Wayne Coyne dei Flaming Lips all'onnipresente Mark Lanegan (uno che pare sì in caduta libera...) a Damien Jurado, Al Spx della band Cold Specks e altri ancora fino alla leggiadra cantautrice Skylar Grey proprio in The Last Day.

Un antieroe dalla faccia invecchiata

C'è musica nera, lì dentro. C'è gospel e blues. E c'è cantautorato, specie nelle voci. Ce n'era anche su altri dischi, magari, ma più come abbozzi. Tentativi più o meno scentrati. Qui è un'altra cosa, un miscuglio che, invece d'essere tante tracce di niente, diventa qualcosa di personale, una cifra, un marchio. Quello di Moby, che comunque tanto male non dev'essere se artisticamente ha avuto a che fare, per dire, col citato Bowie, con Michael Jackson, con Lou Reed e via smanettando. Poi, certo, l'elettronica può piacere e non piacere, ed è difficile renderla calda, non ridurla una melassa che copre tutto dandogli lo stesso sapore. Ma forse questo antieroe, questo antiartista dalla faccia banale, segnata, invecchiata come quella di un uomo comune che si è concesso qualche stravizio, qualche tour mondiale e qualche sorta di successo planetario, forse Richard Melville Hall, nipote di cotanto scrittore, in arte Moby, ci sta riuscendo. In vista del mezzo secolo, che è sempre un bel punto per ritrovarsi e una buona ragione per sentirsi un po' stanchino.
VEGANO E CRISTIANO CONVINTO. Tra l'altro, gli impegni dello smanettone di Harlem non si esauriscono nell'elettronica, abbracciano l'animalismo (è vegano convintissimo), la religione (è cristiano altrettanto convinto), la cultura in senso lato, la politica; e, sì, citiamo pure, di passata, la famosa annosa noiosa polemica col rapper Eminem, bollato a suo tempo come misogino e omofobo (Eminem era, ed è, un guappo di cartone del rap, un finto duro solo in attesa di pentirsi di ogni sua parola). Insomma un newyorchese, senz'altro nerd ma intanto snob come solo i newyorchesi sanno essere. Quel basso profilo che nasconde una notorietà sottotraccia, quel sottile piacere di non essere riconosciuto per strada eppure di lasciare un dubbio in chi lo incrocia: io questo l'ho già visto da qualche parte (Lucio Battisti andava anche oltre: «Eh, lo so, assomiglio a quello là, quel cantante di canzonette, me lo dicono tutti, arrivederci»).
IL PESO DELLA MATURITÀ. Genio o palla immensa il buon Moby? A noi sembra di ricordare, lo scorso fine millennio, che la sua elettronica martellante venne salutata da ovazioni anche fuori misura: ma cascava al momento giusto, e con le giuste vibrazioni per un passaggio che tutti credevano epocale (invece fu come il millennium bug: niente di che). Insomma, Play era segno dei tempi. Per questo quel martellamento elettronico (ambient, house, techno, così fu se vi parve) sembrò eccitante. Circa tre lustri dopo, Innocents è il lavoro di un nerd, anzi un uomo, maturo, che si è dovuto perdere lungo troppe strade per ritrovarsi. Però tra Play e Innocents c'è un vertiginoso salto, e The Last Day, al netto dei “soliti” vocalizzi mobyani, della formula consolidata da «e smanettar m'è dolce in questo mare», ha dentro una sintesi di vita che prima non sarebbe potuta sbocciare. Un trasognamento acuminato, una tristezza sottile ma non rassegnata, una scia di desolazione che però vorrebbe spiegarsi, non avvilupparsi oltre. Si chiama maturità, ha un peso specifico non quantificabile, ma immenso.

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