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CULTURA 7 Settembre Set 2014 0746 07 settembre 2014

Musica, le canzoni italiane tratte da brani stranieri

Da L'Isola di Wight dei Dik Dik a Pregherò di Adriano Celentano.

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Sono in molti a ritenere che gli artisti italiani degli Anni 60, gruppi come i Dik Dik per citare uno dei più famosi, abbiano scritto canzoni epiche. Di loro pugno. Ma non è così.
La maggior parte dei pezzi di allora che ancora oggi canticchiamo in italiano hanno una versione originale, di cui pochi sono a conoscenza (leggi l'elenco completo).

WIGHT IS WIGHT UN ANNO DOPO. Tutti ricordano per esempio L’Isola di Wight dei Dik Dik edita nel giugno 1970 (addirittura il gruppo in questione ha aperto un ristorante a Buccinasco in provincia di Milano battezzandolo col nome di questa canzone), ma in realtà non è altro che la traduzione del brano Wight is wight (1969) di Michel Delpech, cantautore francese sconosciuto ai più.
CELENTANO? NO, BEN E. KING. Anche Gianni Morandi, Caterina Caselli, i Corvi o Adriano Celentano hanno saccheggiato a destra e a manca e, in qualche occasione, i nomi degli autori originali sono stati tralasciati.
Tra i casi più emblematici, Pregherò del Molleggiato, tratto da Stand by me di Ben E. King, e Sognando la California sempre dei Dik Dik, che hanno attinto dalla California dreamin' dei Mama’s and Papa’s.

ROYALTY PER PEZZI ALTRUI. In altre occasioni cantanti italiani regolarmente iscritti alla Siae hanno percepito le royalty per pezzi non loro.
Basti pensare al 45 giri dei Procol Harum con incise due canzoni: sul lato A Il tuo diamante (traduzione di Shine on brightly) e sul B Fortuna, la cui versione in inglese è intitolata Repent Walpurgis.
DOPPIA FIRMA FISHER-DOSSENA. Quest'ultimo brano anziché essere attribuito al solo organista Matthew Fisher, dei Procol Harum appunto, è firmato Fisher-Dossena. Dossena che si prende le royalties per un pezzo che non ha scritto e nemmeno tradotto. Perché è uno strumentale.

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