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LA MODA CHE CAMBIA 7 Settembre Set 2014 1643 07 settembre 2014

Penne e vestiti: le attrici come il corvo superbo

Troppe signore indossano capi e oggetti in prestito.

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Da sinistra: Clemence Poesy, Anne Berest, Lola Bessis, Audrey Dana, Christine and the Queens e Freddie Highmore al 40esimo Deauville American Film Festival.

Forse sarà un'impressione personale, una sorta di reazione dopo tanti anni di esposizione al tema e causa eccesso di festival e appuntamenti della ripresa autunnale, ma non iniziate e a trovare anche voi insopportabili le immagini di attrici, attori, spalle e controfigure vestite, calzate e ingioiellate con capi e oggetti in prestito che compaiono continuamente su riviste, giornali e blog?
«Vestito di», «sandali di» e «gioielli di». Biancheria chissà, forse prestata pure quella (e anzi, vi posso assicurare che qualcuna, negli anni, ci ha pure provato).
Ma è possibile che queste signore non abbiano mai in guardaroba uno straccio di loro gusto da infilarsi o qualche euro da investire in un abito?
CHE GOFFI QUEI RED CARPET. Ormai è più facile leggere nelle didascalie a un servizio di moda che il tal capo o il tale gioiello è model's own, cioè di proprietà della modella, a cui il ruolo di 'manichino' spetterebbe per mestiere, rispetto a quanto accade sui red carpet dove, talvolta, si prova persino tenerezza di fronte alla goffaggine di chi modella non è e non dovrebbe nemmeno ambire a essere, visto che svolge un mestiere certamente più interessante, ma che tale si sforza di apparire.
Imbeccate dagli stylist, le attrici dell'ultima generazione hanno appreso tre rudimenti del mestiere delle passerelle, che ripetono come automi: passo, stop di fronte al pannello dello sponsor, broncio, gambe incrociate a effetto allungamento delle stesse, mano sul fianco, passo.
Tutte uguali, 50 o 100 chili, bracciotto tozzo o collo di cigno, un metro e sessanta o un metro e ottanta fa lo stesso.
SOLO LE BIG NON SONO RIDICOLE. Sfuggono al ridicolo solo le grandi star, il cui ruolo più riuscito è non a caso la naturalezza (diciamo Helen Mirren o Cate Blanchett) oppure le attrici talmente sicure di sé da non sembrare neanche tali: quelle che, come si dice in gergo, il vestito «se lo mangiano», essendo la loro personalità più forte di ciò che indossano, e che alle maison di moda, non a caso, non stanno troppo simpatiche o che addirittura temono (dopo quell'abito da sposa geniale e favoloso, nessuno di certo oserà più aprire bocca con Angelina Jolie, costretta per anni a interpretare il ruolo della sophisticated lady vestita in color crema che in tutta evidenza non le interessa).
UNA VOLTA ERANO DONNE PENSANTI. Un tempo erano tutte così, donne pensanti che il vestito se lo sceglievano, se lo compravano e avrebbero strozzato la sarta che avesse raccontato in giro di averlo realizzato senza il loro consenso.
Vedere alla voce Anna Magnani o Ingrid Bergman: vestivano Fontana, Gattinoni, Dior, ma nessuno, tranne gli addetti ai lavori in grado di riconoscere la linea e il taglio di ciascuno, avrebbe potuto affermarlo con sicurezza.
Erano delle star e si comportavano come tali; non giravano uffici e showroom a raccattare vestiti e gioielli che non si sarebbero potute permettere.
«Noi siamo la nuova nobiltà», disse una volta Gloria Swanson, che nel proprio guardaroba spendeva milioni di dollari, e all'epoca (correvano gli Anni 20) aveva certamente ragione.
ORA SOLO PEDINE IN MANO A STYLIST. Cent'anni dopo, i ruoli degli interpreti di questa commedia si sono ribaltati: gli attori sono pedine nelle mani di agenti, publicist, stylist, che tutti ricavano qualcosa dall'infilarli in questo o quell'altro vestito di questo e quell'altro sponsor, e il potere è in mano alla moda.
Ora che anche la più piccola griffe guarda (giustamente, per carità) all'estero e ai mercati internazionali, con l'obiettivo finale di vendere milioni di flaconi di profumo, cosmetici e trucchi alle masse, la modella è diventata meno essenziale dell'attrice, famosa o pseudo che sia.
QUELLO CHE CONTA È APPARIRE. Quel che conta è che questa attrice "esca", cioè che le sue foto vengano pubblicate, che partecipi, e che sia gradita.
Bellezza e silhouette sono requisiti non fondamentali, anzi non di rado osteggiati, perché se è ovvio che Bianca Balti sia deliziosa in un abito di Dolce&Gabbana gonfio come una nuvola, essere belle come lei non è requisito comune, mentre è utile che tutti e tutte credano di poter ben figurare in abiti finora e in apparenza riservati solo a quelle come lei.
Il giro di questi vestiti per il mondo (non credete, sono sempre gli stessi) si è fatto vorticoso, così come il lavoro delle sarte per adattarli, modificarli, accorciarli e allungarli a seconda della taglia di chi lo indosserà.
PIÙ PHOTO OPPORTUNITY, PERÒ... Certo, rispetto a un tempo, gli attori hanno moltiplicato gli impegni e le occasioni di essere fotografati, le photo opportunity come si dice adesso, dunque possedere un guardaroba adatto, mutevole, ricco ed eclettico a sufficienza per tenere questo ritmo comporterebbe un esborso enorme e inavvicinabile per quasi tutti.
Però, non sarebbe molto più interessante, più coinvolgente, più utile anche alla loro carriera dopotutto, vederli due, tre, 10 volte con lo stesso look, (come facciamo tutti peraltro), purché fosse davvero stato scelto da loro, fosse prova del loro gusto, testimonianza della loro storia, invece di vederli come corvi superbi raccogliere da terra le penne del pavone che non sono?

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