RICORDO 9 Settembre Set 2014 1127 09 settembre 2014

Battisti, mito senza eredi della musica italiana

Nel 1998 moriva Lucio. Un mito rimasto vivo.

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Sono una locomotiva, diceva Lucio Battisti per dire che sapeva benissimo di essere il traino della musica italiana, quello che, qualsiasi cosa s'inventasse, tutti lo avrebbero seguito nel giro di tre mesi. Ed era così se non dai primordi almeno da quel 1969 in cui si presentò a Sanremo con Un'Avventura, e l'altra versione era di Wilson Pickett, nientemeno. Ma lui tirava dritto per la sua strada: «Ahò, qua nun me ferma più nessuno».

Da allora, non c'è disco italiano, semplicemente non c'è, che non debba qualcosa, o molto, o a volte tutto, a questo testone dell'entroterra reatino, Poggio Bustone, dove tutti si chiamano Battisti, dove forse chissà era ambientato quell'incredibile stomp, La canzone della terra, brutale, becera. Sessanta secondi di ossute percussioni prima di entrare con la voce del contadino bestiale che rivendica assoluta supremazia sulla moglie e sul mondo.



E c'era qualcosa di lui lì dentro, così come però c'era tutta la quotidianità di una metropoli in questo musone che viveva a Milano in largo Rio de Janeiro e se lo fermavano per un autografo barava: «Eh, lo so, assomiglio a quello là, me lo dicono tutti, arrivederci».
L'ADDIO ALLE SCENE. Questo musone incapace di adeguarsi, di legare, che a neanche 30 anni decise di farla finita coi concerti, e poi con la radio, e poi coi media, e infine sparì completamente, per restare, disco dopo disco, ancora e sempre locomotiva quando si sciolse da Mogol, che dopo Lucio non fu mai più così ispirato, e scioccò tutti con la prima svolta elettronica del 1982, poi con la serie dei dischi «bianchi» che ancora oggi e per sempre resteranno oggetto del contendere.

L'eredità di Lucio è solo nei suoi dischi

Una locomotiva finita su un binario morto nel 1998. Da allora, ogni 9 settembre i battistiani hanno un anno di meno. Non sono un pubblico. Non sono fan. Non parlano come lui, non vestono come lui. Nell'assoluta normalità non cercano neanche un erede, perché l'eredità di Lucio Battisti non sta da nessuna parte e sta nelle migliaia di dischi che dopo di lui, ancora adesso, lo inseguono.
UN DOCUMENTO DI COSCIENZA COLLETTIVA. L'eredità di Battisti sta in lui, è lui stesso. Credibile come un documento di coscienza collettiva. Capace di indicare agli italiani come sarebbero stati dal giorno dopo.
Tutto con una manciata di dischi, pochi in fondo, quasi sempre brevi, così italiani anche quando parlavano la lingua dell'America Latina e la parlavano in quel modo superbo, che nessun progressive ha più saputo raggiungere.
«LA BRIANZA VELENOSA». Il traffico. Il parcheggio. L'ambientalismo, personalissimo, mai ideologico. L'amore in tutte le sue declinazioni. La solitudine che non lascia scampo mai, mai, non nell'alienazione di una città, non in quella non meno bruciante di una campagna, la stessa dove lui si era trasferito con la moglie, col figlio piccolo. Salvo scoprire che da quel buco di «Brianza velenosa» non si usciva, se non nella prospettiva di restarsene sotto un ciliegio in fiore «a riposare due o 300 anni».


Come farne a meno? Ma poi perché farne a meno, se quella voce che tutti giudicavano sbagliata, e però si librava, così come il calabrone che non dovrebbe volare e invece vola, ha cantato per se stessa e insieme per noi tutti? Perché rinunciare ai nostri sogni più belli?
I DISCHI NEL COVO DELLE BR. L'aneddoto vuole i carabinieri basiti di fronte al covo brigatista di via Monte Nevoso, dove avrebbero trovato, impilati, distanti dai testi della rivoluzione, tutti i dischi di Lucio Battisti, la collezione completa fino a quel momento, non ne mancava uno.
Poi qualcuno smentì, ma l'aneddoto restò vero oltre la realtà: anche quegli uomini disumanizzati, se volevano ritrovare stille d'umanità, si rifugiavano in quegli scenari sonori di vita normale, per tutti e di tutti, in quella voce mezza negra e mezza burina che parlava all'anima di ciascuno. Quelle musiche così raffinate, dove la semplicità era un punto di arrivo.
David Bowie, narra la leggenda, ascoltando Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi, sospettò di non essere così bravo come credeva.


Tutti gli andavano dietro, a Lucio. Ma lui, la locomotiva, non ascoltava nessuno, implodeva sempre più in se stesso. «Lucio, c'è Vasco Rossi che ti vorrebbe conoscere». «No». «Lucio, Lucio Dalla vorrebbe fare un tour con te, 'I due Lucio'». «Non si può fare». «Lucio, hai sentito Prince?». «Ma chi c.... è Prince?».
LA PARANOIA DELL'AUTONOMIA. E alla fine l'autonomia divenne paranoia, anche luminosa. Un disco «bianco» come Don Giovanni schiacciò il povero De Gregori che lo ascoltava per la prima volta. Il successivo, L'Apparenza, è un dispetto: sotto l'apparenza elettronica nasconde 10 melodie per ogni canzone, come a dire io se voglio sarò sempre un albero da frutto musicale e voi tutti non potrete che venirmi dietro.


Ed è ancora così. L'eredità di Lucio Battisti non ha eredi ed è per questo che la vedova, Grazia Letizia Veronese, dovrebbe pur farsene una ragione: per scongiurare la svalutazione del mito, basta evitare la fondazione del caso. Ma vietare perfino i falò in spiaggia con La Canzone del Sole cantata in coro non ha senso e non ha speranza. Si dice sempre di un genio che appartiene a tutti, ma se c'è un caso in cui il cliché è sacrosanta verità è proprio questo.
BATTISTI PATRIMONIO DI TUTTI. Gentile signora Battisti, hanno persino intitolato un asteroide a suo marito, un onore che condivide con un altro immenso, Frank Zappa: ce lo lasci vivere anche qui sulla Terra, e ci creda pure: non vogliamo speculare, è che - non sappiamo come dirlo - noi abbiamo bisogno di lui. Come respirare. Sempre insieme, sa com'è.
Nessuno ha cantato noi tutti come suo marito, e abbiamo bisogno di ricordarcene, ogni tanto. Un bisogno che è come una camicia di forza dentro noi. Lacerante come sono le Emozioni.

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