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NAZISMO 9 Settembre Set 2014 1856 09 settembre 2014

Eichmann banale? La Arendt si sbaglia

Una storica sul gerarca delle SS: «Era un consapevole omicida»

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Il tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann.

Adolf Eichmann non era il mediocre burocrate del Nazismo descritto da Hannah Arendt, ma un attore dinamico e importante del regime tedesco. Così afferma la storica tedesca Bettina Stangneth, nel libro Eichmann before Jerusalem, appena tradotto in inglese e ripreso dai media israeliani. Obiettivo della studiosa è quello di ricostruire la vita del gerarca nazista: il ritratto che emerge è profondamente diverso da quello che appare ne Le banalità del male, la raccolta di resoconti della scrittrice ebrea fatti durante il processo concluso con la condanna a morte di Eichmann, avvenuta a Gerusalemme il 31 maggio del 1962.
UN'ANALISI DELLA VITA DI EICHMANN. Per la Stangneth Eichmann era stato una persona completamente diversa da quell'uomo dimesso e smunto che era apparsi sul banco degli imputati a Gerusalemme, e che fu appunto ritratto dalla Harendt come un volenteroso impiegato del potere. L'analisi di Stangneth scandaglia la vita di Eichmann prima, durante e dopo la caduta del nazismo. A partire dall'intervista che rilasciò a William Sassen, un editore olandese simpatizzante, durante la sua fuga in Argentina, dove si faceva chiamare Ricardo Klement. Nell'intervista egli parla del suo ruolo nell'organizzazione dello sterminio ebraico e dalle opere (tra cui il romanzo Tucuman Roman) che scrisse nel paese sudamericano dal 1952, anno del suo arrivo, al 1960, quando venne catturato dagli israeliani.
Nel libro si parla anche della lettera aperta indirizzata al cancelliere tedesco Konrad Adenauer, con la richiesta di poter tornare in Germania, per raccontare agli studenti cosa fosse il nazismo. I suoi amici, tra le più influenti personalità in Argentina, gli consigliarono di noi spedirla perché avrebbe potuto mettersi nei guai. Eichmann non li ascoltò, contribuendo in gran parte alla sua rovina.
CONSIDERAVA LO STERMINIO EBRAICO IL SUO «CAPOLAVORO». Secondo la Stangneth Eichmann era infatti un uomo che non ha mai amato stare nell'ombra, a differenza di altri grandi criminali nazisti come Joseph Mengele. Anni prima era riuscito ad eludere l'accertamento della sua vera identita' da parte degli Alleati e di usufruire dell'aiuto di una parte della Chiesa cattolica nel fuggire nel nuovo continente, ma ormai era stanco di nascondersi. A Sassen 'Klement' raccontò per filo e per segno, compiacendosi, quanto fosse «diventato famoso» per le attività antiebraiche compiute prima e durante il conflitto e di come la stampa ebraica, atterrita, parlasse di lui. Non cercò poi di mascherare quello che considerava il suo «capolavoro»: la deportazione verso la morte di circa 400mila ebrei ungheresi nel 1944.
«ERA UN CONSAPEVOLE OMICIDA DI MASSA». Una volta trascinato a Gerusalemme - e secondo alcuni, gia' nel 1952 poteva essere catturato - Eichmann, davanti al tribunale e alla capacità del suo principale accusatore Gideon Hausner, cercò di assumere una nuova veste, presentandosi come un burocrate importante che aveva però eseguito ordini superiori in base all'ideologia imperante. Molti, quasi tutti, lo hanno creduto, compresa la Arendt, che di lui ha fatto il simbolo della banalità del male.
«La caratterizzazione dell'inabilita' di Eichmann a pensare - ha affermato la storica tedesca - e' insopportabile». Il tenente colonnello delle SS, secondo la Stangneth, fu l'architetto della Shoah e un consapevole omicida di massa.

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