SPETTACOLO 15 Settembre Set 2014 0557 15 settembre 2014

Serie tivù, la follia contagia i buoni

Bipolari. Schizofrenici. Sociopatici. I protagonisti positivi dei serial scoprono la pazzia. Da Sonia Cross a Carrie Mathison.

  • ...

La follia, quell'oscura deviazione della mente umana che ha da sempre affascinato letterati e poeti, cineasti e sceneggiatori, poteva forse risparmiare la televisione?
Chiamatela malattia mentale o disturbo della personalità, quasi tutti i criminali delle serie tivù più seguite, da Csi a Criminal Minds tanto per citare solo le più longeve e note, sono affetti da qualche grave forma di pazzia.
Da un po' di tempo a questa parte però in tante serie crime americane e scandinave, la follia salta come una pulce dal cattivo al buono, dal ricercato al detective, dal criminale all'investigatore, aprendo nuovi interrogativi.
BUONI PIÙ PAZZI DEI CATTIVI. Forse ha ragione Catherine Jensen (Chloë Sevigny) di Those who kill, remake americano trasmesso lo scorso giugno da Fox Crime a tre anni dall'originale serie danese Den som dræber (Loro uccidono) tratta dai gialli di Elsebeth Egholm, detective della squadra omicidi di Pittsburgh ed esperta di serial killer che rasentando l'ossessione ripete che per fermarli «devi essere più cattiva di loro». O forse solo più pazza, dipende dai punti di vista. Certo ne sa qualcosa lo psicologo forense Thomas Schaeffer che la aiuta nelle indagini calandosi così tanto nelle loro menti deviate da restarne travolto e varcare quella pericolosa, sottilissima linea che separa dalla follia: il che aiuta molto a catturarli, ma qualche inconveniente capita, come il ritrovarsi in piena notte ai piedi del letto del figlio che dorme con un coltello in mano, che non è proprio l'immagine del papà dell'anno.
«LA FOLLIA A VOLTE AIUTA». La pazzia nelle sue varie forme può dunque aprire la mente alla comprensione di altre follie o favorire lo sviluppo di particolari abilità nel combatterle? Da tara dei cattivi più cattivi a qualità sine qua non dei detective più famosi e amati della tivù, eroi con tanto di macchia e di paura senza le quali probabilmente tanto eroi non sarebbero, la malattia mentale si rivaluta quindi in tutte le sue forme. Silvia Giordani, psichiatra e psicoterapeuta a Roma, ha spiegato a Lettera43.it: «In tutto questo c'è un messaggio positivo, cioè che spesso la malattia mentale non è incompatibile con un buon funzionamento lavorativo, ma in certi casi lo favorisce persino: ad esempio gli interessi ossessivi focalizzati su un determinato settore tipici della sindrome di Asperger rendono chi ne è affetto super competente in un particolare campo con punte di genialità mentre lo stato di eccitamento in un disturbo bipolare può spingere una persona a fare cose che altrimenti non farebbe».

La sindrome di Asperger 'protagonista' in The Bridge

Proprio la sindrome di Asperger è ciò che rende particolarmente efficiente, e a volte anche esilarante, la detective di The Bridge, Sonia Cross (Diane Kuger) nella versione americana in onda con la seconda stagione su Fox Crime, Saga Norén (Sofia Helin) in quella originale dano-svedese Bron trasmessa questa estate da Sky Atlantic. A causa del suo disturbo infatti non riesce ad avere una relazione stabile e per soddisfare un legittimo bisogno fisico se ne va di tanto in tanto a rimorchiare uomini nei bar, appare un po' goffa e spesso fuori luogo, si affida completamente al suo capo, ignora le più semplici e acquisite convenzioni sociali come dire «grazie», chiedere «come stai?» o fare i complimenti ai suoi sottoposti per l'ottimo lavoro svolto, non fa battute e non capisce quelle degli altri. Però ha fantastiche intuizioni, va dritta al sodo e non si lascia condizionare dalle situazioni. Magari a volte esagerando un po', come quando finisce a letto col fratello dell'assassino di sua sorella.
IL BIPOLARISMO DI CARRIE. Un po' più grave è il disturbo bipolare dell’agente della Cia Carrie Matison (Claire Danes) nella pluripremiata Homeland - Caccia alla spia, versione americana dell'israeliana Hatufim. tre stagioni di successo anche su Fox Italia e una quarta in arrivo. L'ha ereditato dal padre e l'aspetto maniacale della malattia la rende spesso più che eroica e intraprendente, facendola sentire quasi onnipotente, pervasa da un'euforia che le fa sembrare tutto possibile tanto da intraprendere missioni e azioni pericolose senza alcun timore, il tutto alimentato da una grande energia che a volte si scorda pure di mangiare. Però nessuno le crede quando afferma a ragione che Nicholas Brody non è un eroe di guerra ma un affiliato ad al Qaeda che sta per preparare un attacco terroristico in America, e certo non aiuta il fatto che se ne sia pure innamorata.
E LA SCHIZOFRENIA DI WILL. Schizofrenia e paranoia sono invece le migliori qualità del docente universitario Daniel Pierce di Perception, serie made in Usa alla sua terza stagione partita su Fox il 9 settembre. Non lasciatevi ingannare dalla rassicurante faccia di Eric McCormack (era Will in Will&Grace) perché il dottor Pierce è matto come un cavallo, soprattutto quando non prende le sue pillole, e ha persino bisogno di un assistente che gli dica quando ciò che vede è reale oppure no. Ma senza il suo folle apporto e quello delle sue allucinazioni, che poi altro non sono che geniali proiezioni di se stesso, l'agente speciale Kate Moretti dell'Fbi, nonché sua ex allieva, non risolverebbe neanche un caso.

Da Psycho a Bates Motel: Norman è sempre lo stesso

Ma allora i pazzi cattivi cui dedicare un'intera serie tivù non ci sono più? Certo che sì, e vantano pure antenati d'eccezione. Il 26 settembre arriva in prima assoluta su Rai2 la seconda stagione dell'americana Bates Motel ispirata, com'è intuibile dal titolo, a uno dei più celebri omicidi folli della storia del cinema, qui poco più che adolescente e agli albori della sua pazzia, interpretato da Freddie Highmore. Si tratta di Norman Bates, protagonista di Psycho, il film più popolare di Alfred Hitchcock.
Il ragazzo è devastato da uno sdoppiamento di personalità che lo fa identificare a intermittenza con la madre che lui stesso, per colpa del complesso di Edipo, ha ucciso 10 anni prima conservando da allora il suo cadavere al piano di sotto sulla sedia a dondolo, che chissà perché fa tanto horror. Immaginandola gelosa quanto lui, uccide al suo posto qualunque donna si avvicini al figlio, cioè a se stesso, soprattutto se si chiama Marion e urla sotto la doccia.
QUEL SOCIOPATICO DI DEXTER. Poi c'è Dexter (Michael C.Hall), altra serie Usa giunta in Italia nel 2007, con l'ultima e ottava stagione conclusasi lo scorso novembre su Fox Crime e in onda in chiaro su Rai4 dal 10 settembre. Inizialmente ispirata al romanzo di Jeff Lindsay La mano sinistra di Dio, racconta di un ragazzino sociopatico che si diverte ad ammazzare gli animali, così il padre poliziotto gli insegna che se proprio deve far fuori qualcuno, meglio che si concentri sui cattivi come pedofili, stupratori e assassini di innocenti. Lui accetta il consiglio e si trasforma in un serial killer senza pietà divertendosi come non mai e riuscendo persino a trovare lavoro laddove può coltivare senza insospettire nessuno la sua passione per il sangue, ovvero in polizia come tecnico forense specializzato nelle tracce ematiche.
JOE AMMAZZA IL TEMPO E NON SOLO. Si dà un bel da fare anche Joe Carrol (James Purefoy) in The Following, due stagioni trasmesse da Fox Crime, Sky Uno, Premium Crime e in chiaro da Italia 1 e una terza attesa per l'anno prossimo. Docente universitario di letteratura inglese, decide di diventare egli stesso uno scrittore ma nell'attesa ammazza il tempo, e non solo, facendo il serial killer. Fissato con Edgar Allan Poe tanto che i suoi delitti si rifanno ai suoi romanzi, comincia col massacrare 14 studentesse scoprendo che il passatempo gli garba un bel po'. L'agente dell'Fbi Ryan Hardy (Kevin Bacon) però lo manda in prigione dove resta per nove anni durante i quali Joe sviluppa una mania da guru. Evade e ha già organizzato una setta; tutti i suoi followers sono fuori di testa, e naturalmente cattivissimi, almeno quanto lui.
«FOLLIA NON È MALVAGITÀ». Se dunque i buoni non sono poi così perfetti e a volte un po' matti ma proprio per questo più bravi a cacciare i cattivi, questi ultimi sono tutti pazzi? O siamo noi che preferiamo considerarli come devianti eccezioni per prendere le distanze dalla loro perfidia e assolvere la razza umana? Jack Lo Squartatore era pazzo? E Caino? O erano soltanto cattivi? «Si tratta di un vecchio retaggio di una volta», spiega la dottoressa Giordani, «quando tutto ciò che era fuori controllo faceva paura, associare la cattiveria alla follia fa parte di uno stereotipo culturale a cui la malattia mentale in passato ha dato fastidio. La malvagità ha altre origini, va cercata in una base caratteriale».

Correlati

Potresti esserti perso