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INTERVISTA 16 Settembre Set 2014 0807 16 settembre 2014

Riccardo Cotarella, il vino, la passione e il business

L'enologo racconta la potenzialità delle vigne made in Italy.

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Quando basta un'estate incarognita a svuotare le botti del lavoro di un anno - bianco, nero o rosé che sia - capisci che i premi e i riconoscimenti contano quel che contano. Perché solo «a chi sa mettersi costantemente in gioco», ricominciare con pazienza e passione, la terra concederà altri generosi raccolti.
Riccardo Cotarella l'ha imparato quando aveva ancora i calzoni corti, adolescenza di uve e mosto, poi scuola di enologia a Conegliano come papà viticoltore voleva e oggi pluripremiato e temuto enologo di fama internazionale.
IL RISCHIO DELLA VITE. «La terra è un'industria senza tetto», dice a Lettera43.it accomodato sulla poltroncina rossa nella hall di un albergo al centro di Milano, nell'ora dell'aperitivo, prosecco e noccioline.
«Col vino puoi fare programmi quanto vuoi, ma una stagione può premiarti o punirti a prescindere dalla tua volontà. C'è sempre questo elemento dell'imprevisto, che ti fa rischiare ma ti insegna anche a metterti in gioco, ti insegna che nulla è scontato e immutabile».
UN CV DI TUTTO RISPETTO. Oscar come miglior enologo nel 2013. Incarichi di prestigio come la presidenza del comitato scientifico per il padiglione del vino di Expo, a cui è stato chiamato dal ministro dell'Agricoltura, il dalemiano Maurizio Martina. E tanti nomi noti nel parterre dei suoi clienti, dai Moratti a Bruno Vespa a Massimo D'Alema.
Talento, impegno, ma anche, dice lui stesso, il fato. «Nella vita non tutto avviene solo per meriti, serve anche la fortuna e io l'ho avuta».

L'enologo Riccardo Cotarella.

DOMANDA. Riccardo Cotarella: l'enologo del potere, dicunt.
RISPOSTA. Sono l'enologo di Gianmarco (Moratti), di Massimo (D'Alema), Bruno (Vespa) ma collaboro anche con contadini e imprenditori agricoli. Tutte persone legate da un elemento comune: la passione per il vino. Del resto, se non ti prende la testa e il cuore, fare il vino è impossibile.
D. Ormai è diventato quasi impossibile partecipare a una manifestazione enologica senza imbattersi in qualche politico. Ultime: Bindi e Lorenzin avvistate qualche settimana fa sulla Sila per un evento vignarolo. È la moda del momento?
R. In realtà la manifestazione era dedicata a tutto l'agroalimentare. In ogni caso, quello del vino è un settore ricco, positivo, che attualmente ha il segno più davanti. I politici questo lo sanno e sono ben felici di partecipare, diciamo così, alla festa. (sorride).
D. Il catalogo dei nuovi produttori vitivinicoli annovera personaggi del calibro di Moratti, D'Alema, Vespa. Ametterà che oltre alla passione, fare vino ormai fa anche un po' status.
R. Non credo. Fare vino non è uno scherzo, richiede impegno e anche investimenti il cui ritorno si misura a lungo termine, e loro lo sanno. Credo siano animati da una sincera passione, raccolgono in campagna quelle soddisfazioni, non tanto e non solo economiche, che altre attività non danno.
D. Schiena curva e sole cocente...
R. Certo non quello, ma scoprono il contatto con la terra e con i suoi abitanti pieni di dignità e orgoglio. Chi lavora nei campi non è mai servile o fedele nella convenienza, ma cerca un rapporto paritetico. E anche questo li entusiasma.
D. E cos'altro?
R. L'imprevisto affascina, l'essere legato, e in qualche modo condizionato dai cicli naturali. Nulla è scontato, nulla si ripete.
D. I Moratti come li ha conosciuti?
R. Grazie a San Patrignano. Era il 1997, non sapevano nemmeno chi fossi e io li conoscevo solo di nome. Decidemmo di impiantare Pinot Nero nell'azienda mozzafiato che hanno nell'Oltrepo pavese. Poi un giorno Gianmarco mi chiamò: «Riccardo non possiamo fare Pinot nero».
D. E perché mai?
R. Mi disse: «Ho comprato il castello da mio suocero e nella clausola c'era scritto che dovevamo mantenere i prodotti tipici della proprietà. Barbera, dobbiamo fare Barbera». Innestammo tutte le piante di Pinot nero a Barbera.
D. Come è andata a finire?
R. È stata la fortuna del castello.
D. Non lo dica a D'Alema. Pare che sia competitivo col vino più di quanto non lo sia in politica.
R. D'Alema è un grande politico, ha avuto tante altre soddisfazioni nella vita, ma credo poche come questa che sta vivendo, un'esperienza che riconduce alle origini. Non conta cosa sei stato in precedenza. Ha acquistato la terra in Umbria perché suo padre aveva lì una piccola casa.
D. A Vespa farebbe condurre la prima serata degli Oscar dell'enologia?
R. Vespa secondo me è completamente andato per il vino. Quando raggiungi la notorietà nel tuo settore ti ci abitui, ma se ti misuri con altro ritrovi l'entusiasmo. Ringiovanisci.
D. Come si fa del buon vino?
R. Io dico sempre, in contrasto con i parvenu, che il vino non si fa da solo.
D. E chi sono i parvenu?
R. Quelli che si improvvisano critici e storcono il naso davanti all'industrializzazione. Dimentichiamo che il vino è un business, per chi lavora la terra deve essere qualcosa che porta reddito e qui subentra un elemento fondamentale.
D. Quale?
R. La scienza, che non andrà mai in contrapposizione con la tradizione. Per me tradizione è la passione che mi hanno trasmesso i miei avi, non rimanere fermo e ancorato al passato. Io faccio questo lavoro perché lo faceva mio padre e adesso capisco quanto amore ci mettesse. Ma se mi approcciassi in vigna e in cantina come faceva mio padre, il primo ad arrabbiarsi sarebbe proprio lui. Bisogna sapersi adeguare al nuovo mondo.
D. Qualche mese fa è scomparso Antonio Mastroberardino che era riuscito a esportare il suo vino in tutto il mondo, tra i primi in Italia, eppure era stato criticato per aver troppo industrializzato i suoi prodotti.
R. Con questo concetto di industrializzare non ci perdo nemmeno più tempo. Mastroberardino ha accesso i riflettori sulla Campania, chi la conosceva prima? Qualcuno ne parlava? I contadini campani non erano mai stati capaci di far consumare i loro vini non dico nel mondo ma oltre il loro giardino. La realtà è questa.
D. Siamo ancora incapaci di guardare al mercato internazionale?
R. No, da questo punto di vista abbiamo fatto progressi enormi, oggi chi mantiene questa politica è destinato a scomparire.
D. Dal Cile al Sudafrica, chi sono i nostri competitor?
R. Io lavoro all'estero in diverse realtà, tra cui alcune ritenute impossibili fino a qualche tempo fa. In America, per esempio, nel deserto della Columbia valley, dove non piove mai, sono riusciti, attraverso l'irrigazione a goccia, a fare dei vini straordinari. Non hanno la nostra storia, certo, ma la storia non è l'unico elemento importante.
D. Come ci si misura con questa concorrenza?
R. Serve un mix di passione e aggiornamento. L'Italia ha un patrimonio di base che non ha nessuna nazione al mondo, nessuno può vantare una varietà di territori come la nostra, la variabilità di clima, esposizioni a Est, Nord, Sud, Ovest. Diverse altitudini e il mare. E poi abbiamo una ricchezza smisurata di vitigni autoctoni. La Francia ha 10, 15 vitigni noti.
D. Eppure...
R. Eppure nei Paesi del nuovo mondo ci sono quasi tutti vitigni importati, principalmente francesi. Eppure siamo litigiosi e non facciamo sistema. Non ci possiamo lamentare se la Cina considera il vino francese. I francesi parlano del loro vino. Noi presentiamo i nostri vini cominciando a parlare male del vicino. Spero che l'Expo sia in questo senso un'occasione.
D. Le piace l'idea di un marchio unico per l'agroalimentare proposta dal governo?
R. Dipende da cosa intendono per marchio unico. Bisogna far sì che non vada ad annullare le diversità. Vino italiano sì, ma nelle sue diverse declinazioni. l'Italia deve mostrare al mondo la sua ricchezza.
D. Concretamente, cosa vuol dire fare sistema?
R. Costruire una Nazionale del vino: servono il portiere, il terzino sinistro, destro, i mediani, le ali, gli attaccanti. Ognuno nel suo ruolo.
D. Chi vorrebbe come allenatore?
R. È relativamente importante l'allenatore. Il ministero può fare da coach, ma è la squadra che vince. Se tutti puntiamo al nostro orticello, faremo la fine dei galli di Manzoni.
D. Chi si oppone di più a fare network: i grandi marchi o i piccoli produttori?
R. Sono più i piccoli che non ne comprendono l'importanza. I vini oggi sono legati al territorio, le grandi ditte conoscono la necessità di promuoverlo in questi termini. Se un grande produttore non lega il suo nome a un territorio perde molto del suo fascino.
D. In Francia si parla dei vini della regione di Bordeaux, in Italia del vino di tizio e di caio.
R. Noi partiamo dal piccolo, loro dal grande, e per Paesi neofiti del consumo di vino, come la Cina, è più facile imparare che la Francia produce vino piuttosto che Riccardo Cotarella fa vino in Lazio. Chi è Riccardo Cotarella? Boh.
D. Dice che l'Expo è un'occasione da non perdere. Che vino bisognerà versare nel padiglione italiano?
R. Presenteremo l'Italia dei vini, le sue storie, le sue attualità. Non parleremo di Chianti o di Barolo ma di territori e vitigni. E un territorio non è solo natura è anche ciò che gli sta intorno. Il vino lo racconta.
D. Un modello che può servire anche ad altre industrie del Paese?
R. Se oggi il vino è un prodotto che incrementa Pil e fatturato, in un marasma di settori in crisi spaventosa, è per questo: devi conoscere la cultura che sta dietro il prodotto. Perché una volta il mercato era del produttore, oggi è del consumatore, che vuole sapere da chi è fatto il vino, come è fatto, con quale vitigno, in quali stagioni. Lo stesso può valere per l'olio o la carne.
D. Uno storytelling...
R. Non sono solo elementi nutritivi, raccontano una storia, una cultura.
D. Quanto possono essere utili le nuove tecnologie e internet per costruire questa narrazione?
R. Molto, ma non puoi promuovere il vino senza farlo assaggiare. Servono per far vedere chi siamo, ma poi è importante far venire il mondo da noi e andare noi nel mondo. Le strutture di comunicazione che funzionano molto bene in questo sono quelle gestite dalla proprietà e dalle nuove generazioni. Perché hanno un passato e un futuro da condividere e raccontare.
D. C'è un ritorno alla terra?
R. C'è un'inversione di tendenza, si cominciano a vedere i nipoti con i nonni in vigna. Da una parte è un segno non del tutto positivo, perché significa che i nipoti non hanno lavoro.
D. Dall'altra?
R. È segno di una riscoperta, di un ringiovanimento della forza lavoro nel settore.
D. Cioè?
R. Racconto una storia della mia zona. Il nonno, produttore di vino, voleva abbandonare l'attività. Il nipote invece ha voluto proseguire, non rinnovando il vigneto ma iniziando con la stessa vigna, impiantata 30 anni fa. Penso che se avesse vinto al lotto, il nonno, non sarebbe stato così contento. Era felicissimo di aver dato un futuro al nipote attraverso se stesso.

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