CINEMA 18 Settembre Set 2014 0925 18 settembre 2014

Jimi–All is by My Side, film biografia su Hendrix

Al Cinema arriva un ritratto del celebre chitarrista.

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Come realizzare un film su una celebre rockstar senza avere ottenuto i diritti per l'utilizzo di musiche originali?
Era questo il primo problema da affrontare, il più immediato e pratico, per il regista John Ridley, autore del premiato 12 anni schiavo che firma Jimi – All is by My Side, film biografico su Jimi Hendrix del 2013 in questi giorni sugli schermi italiani.
Un film accolto all'estero con qualche critica, soprattutto in riferimento ad alcune licenze che si sarebbe preso il regista britannico pur senza stravolgere gli elementi chiave della vicenda, ma in maniera sostanzialmente positiva (guarda le foto).
FOCUS SULL'ANNO FORMATIVO. Prima di tutto, anche se non è dato sapere in quale misura la questione dei diritti negati da parte degli eredi abbia influito sulle scelte estetiche di Ridley, il film non risente più di tanto di questa assenza, vista l'impostazione ellittica e in qualche modo elusiva del racconto, e la scelta – vincente per chi scrive - di raccontare per immagini solo una parte – certo, fondamentale - della vicenda artistica e biografica del chitarrista di Seattle: l'anno formativo, che lo porterà, dopo essere stato scoperto in un locale newyorchese da Chas Chandler, bassista degli Animals che si era appena messo in testa di abbandonare l'attività musicale per dedicarsi al management, in un primo momento a conquistare il proscenio londinese (memorabile anche se inevitabilmente romanzesco l'incontro/scontro con Eric Clapton, all'epoca superstar con i suoi Cream) e successivamente, grazie alla leggendaria partecipazione al festival di Monterey, di sfondare anche sul mercato americano.
POLEMICA PER UNA SCENA DI VIOLENZA. Un avvenimento, quest'ultimo, che però non viene affrontato: ci si ferma un istante prima. Quello che non viene mostrato è importante quanto quello che si vede.
Altro esempio: delle session di registrazione del primo singolo a nome Jimi Hendrix Experience, Hey Joe, ci vengono mostrati mood, atmosfera, tensioni, fino all'istante che precede le prime note immortalate su nastro.
La questione filologica, come spesso accade in questi casi, è l'inevitabile terreno su cui sono destinati a scontrarsi fan e detrattori.
Tra le forzature più evidenti, la scena in cui un irascibile Hendrix colpisce violentemente la fidanzata Kathy Etchingham (interpretata nel film da Hayley Atwell) nel corso di un litigio.
Una circostanza smentita con veemenza dalla stessa Etchingham, la quale si era in un primo tempo riservata la possibilità di impedire la distribuzione del film in Australia, paese in cui vive da tempo, parlando di “assurdità sessista”.

Un ritratto intimista e non didascalico

Se la scena di violenza domestica è senza dubbio sovraccarica e in qualche misura fuorviante, uno dei pregi della pellicola risiede nella particolare attenzione rivolta al rapporto difficile del chitarrista con le donne: un dongiovanni impenitente, che da un lato fa fatica a mantenere relazioni stabili e racconta bugie, e dall'altra le cerca disperatamente, dedicando loro canzoni.
In questo senso, oltre alla Etchingham, un altro ruolo chiave è quello di Linda Keith (interpretata nel film da Imogen Poots), modella appassionata di blues e nel 1966 fidanzata di Keith Richards che in trasferta statunitense si prende a cuore il talento di Hendrix.
GRANDE PROVA DI CHANDLER. È la persona che convincerà Chandler a iniziare la propria carriera di manager proprio con Hendrix. Un ruolo a lungo nascosto e solo di recente venuto alla luce il suo.
Andrè Benjamin, componente degli Outkast (saliti anche da queste parti alla ribalta grazie al successo di classifica di Hey Ya!), è impressionante nel ruolo del protagonista: riesce a riprodurre con grande efficacia cadenza, vocabolario, espressioni e movenze sul palco. E riesce a raccontare un Hendrix ben lontano dal cliché della canonica rockstar dedita agli eccessi: l'ascolto appassionato della musica in qualsiasi forma, un maniacale perfezionismo e una certa idiosincrasia nei confronti del jet set vengono riportati in maniera piuttosto credibile.
MOLTI SILENZI E POCHE PAROLE. La forza di All is by My Side è tutta lì, fornire un ritratto intimista e psicologicamente approfondito ma mai didascalico, con molti silenzi e poche parole, di un mito del rock determinato e taciturno, poco propenso a diventare un'icona (in ogni senso: una delle scene chiave lo vede a colloquio con Michael X, leader delle Pantere Nere britanniche che lo vorrebbe convincere a diventare un portavoce della sua gente, e al quale Hendrix mette bene in chiaro come la sua musica sia rivolta all'umanità intera, inserita in una filosofia dell'amore universale forse ingenua ma perseguita con assoluta determinazione, che caratterizzerà buona parte del suo percorso artistico) e totalmente concentrato sulla propria musica.
Un attimo prima che, inevitabilmente, le migliori intenzioni vengano spazzate (in parte via) da logiche di mercato e bisogno di nuovi messia.

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