MUSICA 19 Settembre Set 2014 1430 19 settembre 2014

Battiato ritorna alla sperimentazione

Con Joe Patti's Experimental Group, il cantautore torna alle atmosfere Anni 70.

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Diceva Schopenhauer che solo invecchiando si diventa giovani: perché non si ha più niente da perdere, niente da guadagnare. Detto in altri termini, la vita è una lunga giovinezza sempre più affannosa. E capace di riannodare le nostre spirali, ricacciandoci nei nostri gineprai. Ma ci vuole tempo. Bisogna averne viste troppe. Accusare quel lieve distacco dal mondo che te lo fa assaporare meglio.
SUGGESTIONI DA PRIMI 70. Franco Battiato torna ad annodare le spirali sue con questo disco che per comodità chiamiamo elettronico. Molta enfasi si sta rovesciando sul criptico Joe Patti's Experimental Group, proprio per quel ritorno al futuro, quel riproporre a chi ascolta suggestioni da primi Anni 70, quando tutto si poteva sposare con tutto e «sperimentale» era un contenitore grande come l'oceano ed era un imbuto per cui travasare qualunque idea, bizzarria, stramberia. La seduzione delle nuove possibilità elettroniche. Di certo kraut rock (e perdonerete se nelle suggestioni classicheggianti di Omaggio a Giordano Bruno saltano in mente i Popol Vuh di Hosianna Mantra), di un passaggio storico che volendo poteva, mutatis mutandis, ricordare la ribellione politica del free jazz.

Sì. Molta enfasi va spendendosi per questo nuovo-vecchio-eterno Battiato, che s'intitola a uno “zio d'America” realmente vissuto, che ricuce le sue spirali col fidato ingegnere-produttore Pino “Pinaxa” Pischetola: intelligente nel chiedere alla polvere del tempo le antiche suggestioni, perché Joe Pattis' Experimental Group suona squisitamente Seventies, per quanto pulito, nitido, digitale. Eppure, chissà come, eccitante. Non algido, non frigido.
PIANO E SINTETIZZATORI. Forse il vero segreto di un album che poteva lasciar temere derive di noia e invece avvolge sta qui. In quel calore uscito dal suono (stavamo per dire: dalle vibrazioni). Tanto piano. Tanti sintetizzatori. Tante tastiere. Senza vergogna, quasi a voler dire: questo ero, questo sarò.
AVANGUARDIA E ALCHIMIE. In mezzo ci sono una vita e una carriera cominciata con l'avanguardia più o meno masticabile, di certo non trasmissibile nelle radio, esplosa a fine Anni 70 col pop vincente, forse anche troppo, da L'era del cinghiale bianco. Che comunque doveva molta della sua alchimia al gran lavoro di un grande Tullio De Piscopo. Avanguardia continuata, per sintetizzare, con altro pop, nuove derive elettroniche, classiche, rock, colonne sonore, regie, in una voracità artistica e culturale che, per dispersione, ambizione e presunzione (e citazionismo forsennato) può ricordare quella d'un Frank Zappa. E questo è tutto per il passato.

Nel presente, c'è questa chiusura del cerchio che pare racchiudere tanto di sé, tanta citazione di sé, in alcuni episodi sonori perduti come in certi incisi testuali, a pescare in ordine sparso dalla produzione stratificata.
È un disco di Battiato, del Battiato più sfrenato: e allora può capitar d'imbattersi in un titolo, CERN, che suggerisce aride meccaniche quantistiche e si rivela poi d'una vaghezza liturgica, non così distante - ma più dolce, più bella - dalla Lux Aeterna di Ligeti, prima di aprirsi in un inaspettato battito sintetico.
MATRICE PROGRESSIVA E SPERIMENTALE. Ancora una volta dati per acquisiti i rapporti del caso, si potrebbe tracciare un parallelismo tra questa operazione e i dischi «bianchi» di Lucio Battisti che, tra gli 80 e i 90, nel tornare a una matrice progressiva e sperimentale, la superava inoltrandosi in una china irreversibile (e nell'Isola Elefante si possono in effetti rintracciare alcuni vocalizzi dal sapore degli Uomini Celesti).
IL GIUSTO TASSO DI PRESUNZIONE. È un bel disco, nel senso che è interessante, probabilmente presuntuoso qua e là, comunque più intrigante delle ultime produzioni standard di Battiato. E poi, senza presunzione un artista non è destinato ad arenarsi in «pareti del cervello senza più finestre»? Almeno, gli si lasci il diritto di osare, di partire per la tangente, di finir sopra le righe: all'aurora dei 70 anni, uno questo diritto se lo è guadagnato. Ed è per questo che, agli hardcore fan di Battiato, questo lavoro piacerà. Per quello che (ri)propone, ma anche per i suoi metasignificati.
Giocano evidentemente in questo riandare, ora furibondo ora etereo, mistico e matematico, ispirato e manierato, diverse contingenze: la scomparsa, per prima, del complice Manlio Sgalambro.
MERCATO MUSICALE ASFITTICO. Ma pure l'avvento di rotonde scadenze esistenziali, così come l'involversi di un mercato musicale che oramai non lascia più niente da vincere e da perdere, così che molti riscoprono gli artisti che furono sfoderando edizioni deluxe, arricchite di demo e versioni alternative, di album storici (è il caso di Pino Daniele, che quest'estate ha riesumato il suo fantastico Nero a Metà, così da poterlo risuonare dal vivo fedelmente). Oppure di retrospettive reincise ex novo, come sta facendo Francesco De Gregori. E proprio Pino Daniele ha così commentato la scelta del ritiro da parte di Ivano Fossati: «Lo capisco al mille per cento, oggi è tutto quasi impossibile, ma io non ce la faccio a darmi per vinto, voglio ancora suonare».
Allora, se invecchiare è scoprire giovinezze perdute, e se il mercato appassisce, ci si possono permettere operazioni come questa, che vanno oltre la nostalgia perché intinte di prospettive.
RITORNO ALLA GIOVANILE INCOSCIENZA. Diciamo la verità, Battiato con quel suo atteggiarsi a mistico-politico stava stancando, pareva rinchiuso in qualche sua canzone, un bonzo alla corte dell'imperatore. Ma con questo Joe's Patti Experimental Group sembra tornare a una primigenia, giovanile incoscienza, e ci piace.
Così come ci piace la chiusa, affidata a Proprietà Proibita, che a 40 anni suonati si è italianizzata, ha perso l'esotismo di Proprietad Prohibida con cui affiorava dall'album Clic. E pazienza, se qualche giovinastro la riconoscerà soltanto in quanto sigla del glorioso Tg 2 Dossier.

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