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USCITE 26 Settembre Set 2014 1505 26 settembre 2014

Who, il ritorno con Be Lucky

Con Be Lucky la band rompe otto anni di silenzio. E ritrova se stessa.

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C'è una nuova miniserie su internet: si chiama Cilla (pronuncia: “Sila”), e racconta di una ragazza di canterine speranze del 1960 tutta presa a seguire le contorsioni dei nascenti Beatles tra il Cavern e i bagagli per il primo viaggio, in Germania. Molto accurata, del resto è una serie inglese, loro giocano in casa. Uno la vede e pensa: «Dio, tutto quell'entusiasmo, e quell'incoscienza, e quella possibilità, e quel sognare, ma era proprio questa la ricostruzione postbellica, tra casermoni di mattoni, club risorti dai ruderi e il conservatorismo strisciante, al limite del fascismo, di genitori e istituzioni riottose, razziste, bolse?».
LE VOCI CONTRO. C'è da stupirsi, se da quell'epopea in grigio fumo, piena di elettrodomestici squadrati, saltarono fuori tanti ossessi decisi a vender cara la pelle, o suonare o morire, tutto ma non restare apparecchiati come tostapane della democrazia industriale?
E gli Who, di quel mucchio furibondo, furono tra i più arrabbiati. Tra Kinks e Rolling Stones (i Beatles erano già altrove), si scavarono la loro trincea tra bombe di R’n’B impasticcato e selvaggio. Quella rabbia era figlia di una temperie, anzi di una tempesta. Di più tempeste: ormonale, sociale, politica nella misura in cui i nuovi ragazzi si opponevano non tanto a un sistema sociale, ma alle conseguenze di quel sistema, che sentiva di avere vinto la guerra e quindi di poter dettar legge per sempre.
BE LUCKY DOPO OTTO ANNI. Non andò così. Non completamente. Il rock fu la variabile impazzita che fece impazzire un bel po' di teste, da entrambe le parti della barricata. Non riveliamo la fine del drama di Cilla, e saltiamo ai nostri giorni. Perché quel che sopravvive degli Who ha buttato fuori un nuovo brano, Be Lucky, il primo dopo quanto? Otto anni.
Ed è un giardino di citazioni. Degli AC/DC, dei Daft Punk, del presente, di un'epoca andata, di un suono evaporato, di quella rabbia arrugginita. Soprattutto di loro stessi: è proprio Who al 100%, tutto, dai riff agli accordi roboanti di Townshend al martellamento ritmico, al cantato di Daltrey. E riporta a quello che ciascuno vuole di questa band che non muore neanche da morta.

C'è qualcosa di tragico, nel sentire i due superstiti così vitali. Qualcosa di tragico, nel loro classicismo senza rimorso. Qualcosa di tragico, nel rievocare il sound dei Sixties perduto in questi vapori digitali. Qualcosa di tragico nello scorrere del video che affoga e riaffiora in quei volti giovanili, nelle ombre di Moon the Loon e John Entwistle che non ci sono più, in chi li rimpiazza (il solito Pino Palladino al basso e l'inevitabile Zak Starkey alla batteria, oltre a Mick Talbot - Style Council e Dexys Midnight Runners - che ha rievocato quelle tastiere così fondamentali nel suono Who), nei profili appesantiti dei due Who di oggi.
CINQUANT'ANNI DI STORIA. C'è qualcosa di tragico in quel non rassegnarsi, nell'ennesima retrospettiva di 42 brani per i 50 anni della band, per l'ultimo, davvero ultimo tour (fino al prossimo). Perfino in quel devolvere i proventi alla lotta contro il cancro, tramite la Teen Cancer America Association, ente no-profit fondato proprio da Daltrey e Townshend nel 2011, dalle ceneri di un'associazione preesistente.
Tragico e grottesco che scavano in noi. Confondono ricordi e prospettive. Presenti assenze, assenti presenze. Eppure ci piace. Da qualche parte quei sapori, quei vapori restano sedimentati in noi. Anche per chi è venuto dopo, per chi è più giovane e sa solo per «sentito dire», per ascolti dilazionati, riscoperte derivate.


La memoria non si perde, si trasmette. Mezzo secolo è tanta vita, e, nel caso di gente come gli Who, anche tanta morte, tanta dissoluzione, e dispersione, e immersione nelle crisi più abissali, nelle resurrezioni più o meno improbabili.
Ma gli Who son di quelli che non se ne sono mai andati veramente anche se non sono più quelli. Mai morti anche se deceduti tanto, tanto tempo fa. Dopo i concerti sempre più violenti, le opere rock, l'arrendersi a tempi che cambiavano, suoni irrispettosi degli dèi. Ma i miti hanno pazienza, sanno che, prima o poi, toccherà di nuovo a loro: basta aspettare.
E loro (ricordate?) l'avevano promesso, questo «inizio di un lungo addio». Un addio che probabilmente non avrà mai fine, e sapete perché?
PROMESSE NON MANTENUTE (O QUASI). Perché le promesse si mantengono, ma non coincidono mai. Perché qualche mese fa la raccolta fu annunciata col titolo di Hits, picks and misses, e garantiva almeno tre nuovi brani, invece ce n'è uno: gli altri due che fine hanno fatto, se non quella di un parcheggio in attesa di tempi ulteriori? E la raccolta adesso non si chiama più così, si chiama semplicemente Who Hits 50.
E va bene, queste sono storie di sopravvissuti, patetiche epopee di gente sempre a caccia di gloria. Però è anche vero che 70 anni, chi più chi meno, sono un po' troppo pochi per incrociare le braccia se fai l'artista. Perfino a quei livelli di vita lì.
Ci son di mezzo dei bei soldi, naturalmente, ma non è solo quello. E Dio sa se oggi più che mai la nostra memoria genetica ha bisogno di ritrovare qualcosa di solido cui aggrapparsi nella marea di mediocrità che, sdoganata da internet, ha finito per sommergerla.
«Sì, dovrò pur fermarmi, ma non ora: per adesso, ce la faccio ancora», ha risposto un lievemente fastidiato Mick Jagger all'ennesimo giornalista rompicoglioni sull'età, sul tempo che non aspetta nessuno.

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