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CULTURA 2 Ottobre Ott 2014 0957 02 ottobre 2014

Ac/Dc, Rock or Bust: un ritorno amaro

Estremi. Violenti al punto giusto. Lo spettacolo continua. Anche senza Malcolm.

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Brian Johnson, dal 1980 frontman degli Ac/Dc. © Getty

E di colpo centinaia, migliaia di canzoni, di concerti, di ovazioni, di avventure non ci sono mai state. Malcolm Young, anima degli Ac/Dc, ha la demenza, è nell'allucinazione del nulla, «se sei in una stanza con lui e gli parli, poi esci per un minuto e torni nella stanza, lui non ti riconosce» ha riferito qualcuno dal seno del gruppo. Ad appena 61 anni, un uomo che ha fatto tremare il mondo ha bisogno di assistenza continua, è una pianta in una clinica di Sydney. Tutto ricomincia di continuo per non durare, ed è fin troppo facile, trattandosi di una dissoluta rockstar, scomodare gli eccessi che gli hanno cotto il cervello, cancellato la mente, ma poi chissà. La demenza, questa ombra terribile che mangia il passato prossimo fino all'ultimo istante, magari è genetica. Magari è solo un infortunio. Un flash.
UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA. E tutto si spegne. Una delle epopee più fragorose e discusse e discutibili del rock si spegne negli occhi smarriti di chi l'ha vissuta, creata col fratellino Angus, quello vestito da scolaretto. Proprio adesso che c'era un altro disco, Rock or Bust, che titolo crudele però, e un altro giro in giostra, quello dei 40 anni del gruppo, ma Malcolm non potrà esserci, lo sostituisce il nipote Stevie così tutto almeno resta in famiglia, discutibile anche questo ma la regola, lo sanno tutti, è che lo spettacolo va avanti, tutto deve andare avanti, lasciando indietro chi non ce la fa. Anche se è stato lui a cominciare tutto questo.

Quando nessuno voleva sentir parlare di heavy

A metà dei Settanta, il rock s'era fatto sempre più duro, più hard, ma nessuno voleva sentir parlare di heavy. Ci voleva chi trovasse questo coraggio, e ci pensò una congrega di debosciati di intorcinate origini.
Gli Ac/Dc salgono dai vapori alcolici di giovani scozzesi trapiantati in Australia, in particolare due fratelli, gli esagitati Angus e Malcolm Young, e lo sveglio Bon Scott alla voce. Gente che sapeva come consumarsi: suonavano anche tre volte in un giorno solo in tre bettole diverse.
Nel 1975 buttarono fuori High Voltage e TNT, strabordanti di un ossuto hard rock chitarristico, e partirono per un tour incessante, intrecciando in Inghilterra il cammino con qualcosa che stava spuntando dalla fogna, ma ancora non si chiamava punk.
BACK IN BLACK FUGA OGNI DUBBIO. Ma ci vorranno altri quattro anni per esplodere come band di culto, negli Stati Uniti, con Highway to Hell, disco ribollente di cliché del rock ma dal suono più definito grazie all'opera di quello schiavista di Robert “Mutt” Lange. Fu il trionfo, l'apoteosi, ma di quelle che si trasformano in maledizione: gli Ac/Dc entrarono a pieno titolo nella caccia alle streghe di chi vedeva diavoli ovunque e l’ultima traccia del disco, Night Prowler, lugubre elegia blues su un molestatore, non fece che peggiorare le cose quando un superfan, Richard Ramirez, la adottò a ragione di vita rendendola colonna sonora di una serie di omicidi. Subito dopo l'affermazione, Bon Scott tolse il disturbo arrendendosi a una intossicazione acuta da alcol e gli subentrò Brian Johnson, altro suddito di sua maestà. Arrivò Back in Black, e ogni altra considerazione fu chiusa.
UNO SFOGO MISTICO PER IL PROLETARIATO. Classico album costruito dal solito Lange per il successo, sfoderava la violenza giusta per le radio, patinata e affidabile; inoltre capitava al momento giusto, finendo per rappresentare una sorta di sfogo quasi mistico, benché empio, per un proletariato giovanile spaventato e arrabbiato di fronte all'offensiva del reaganismo e del thatcherismo che terremotavano vecchi assetti industriali e garanzie sociali. Fu, insomma, quel che ci voleva, quello che in molti aspettavano ma che il rock classico non poteva più dare, e puntuali i dischi di platino cominciarono a piovere mentre il sound risentiva sempre più di influenze blues rock ponendosi nella scia dei britannici Free, gruppo seminale al punto che lo stesso stile strumentale di Paul Kossof, con quell'inconfondibile vibrato, venne ricalcato dagli Young, familiare macchina da guerra chitarristica suddivisa fra il solismo di Angus e la ritmica di Malcolm.

Un carisma da sciamani della musica estrema

Quanto a Johnson, sfoderava una voce più versatile e acuta di quella, gutturale, di Scott, e gli fu facile, cavalcando un successo planetario, diventare paradigmatico di una generazione di “tenori” metallici.
Scoperta la formula, gli Ac/Dc continueranno a sfruttarla, tra alti e bassi, amministrandosi, invecchiando, lasciando per strada pezzi e sostituendoli, come accade alle rock band longeve, ma senza perdere eccessivi colpi e anzi riuscendo a conquistarsi un carisma da sciamani della musica estrema.
Intanto i dischi si sono accumulati e così le vendite, arrivate alla cifra stellare di 200 milioni di copie, 50 delle quali per il solo Back in Black, tuttora il secondo album più venduto di sempre dopo Thriller di Michael Jackson. Erano gli Anni 80, un'altra epoca, un Eldorado per la musica.
EROI DI RITORNO. Il 30 giugno del 2003 gli Ac/Dc si esibirono in un evento benefico in favore della ricerca sulla Sars, insieme a Rush e Rolling Stones, con i quali suonarono una caotica versione di Rock Me Baby, standard blues preso di peso e portato alla notorietà da B.B. King nel 1964.
E oggi che i vecchi eroi dell'heavy/hard tornano tutti, Black Sabbath (che hanno appena annunciato un nuovo, ultimo album con annesso tour mondiale per il 2015), Deep Purple (idem come sopra), forse Led Zeppelin (il gruppo con più smentite di ritorno della storia), loro non potevano restare a guardare. Difatti rieccoli con Rock Or Bust. A sei anni da Black Ice, che puntualmente fece sfracelli. Il 2015 sarà ancora un anno folgorante per loro. L'ultimo. Ma tutto questo Malcolm non lo sa. Non lo sa più.

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