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SPIRITO ASPRO 3 Ottobre Ott 2014 0600 03 ottobre 2014

Franca Leosini, il fascino delle Storie Maledette

La giornalista trasforma i peggiori criminali in uomini e donne comuni.

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Franca Leosini.

Il look è quello di un'esperta di bonton, piega a onde, trucco discreto e sorriso rassicurante. Solo l'arco vagamente luciferino delle sopracciglia rivela la vera natura di Franca Leosini, anfitriona televisiva dei peggio fattacci italiani nella trasmissione cult Storie maledette, giunta alla sua 14esima stagione.
FACCIA A FACCIA COL MALE. Chissà se quelle sopracciglia le ha da sempre o se le appuntisce apposta per avere un aspetto più temibile, ma al tempo stesso complice, quando intervista i mostri della cronaca nera, armata dell'ormai leggendario quadernone che ormai è il suo simbolo e che fornirebbe un ottimo spunto per una linea di cartoleria scolastica (i quadernoni «Storie maledette», con le facce degli assassini in copertina e i dettagli del delitto sulla retro soppianterebbero le varie linee Smemoranda e Comix sui banchi di scuola).
L'ATTRAZIONE PER IL CRIMINE. Quelle sopracciglia inquietanti sembrano dire al farabutto di turno che ha sgozzato con la motosega i familiari fino al settimo grado di parentela durante il cenone di Natale: «Sono una giornalista di lungo corso e nessuna efferatezza umana mi è estranea, ma attento a te e tieni le mani sul tavolo». E a noi spettatori che facciamo le ore piccole per guardarla al sabato sera: «Okay, faccio finta di credere per carità di patria e di emittente pubblica che guardiate l'intervista all'assassino della motosega perché i delitti sono uno specchio del Paese e vi interessano seriamente la psicologia degli omicidi, le smagliature delle inchieste eccetera eccetera. Ma in realtà voi e io sappiamo benissimo che siete qui solo perché il mix sangue-sesso-morte-follia vi eccita da pazzi e certi pensieracci durante il cenone di Natale sono venuti pure a voi».
QUEL FEELING CON L'ASSASSINO. Siamo fatti così: la mattina alla fermata del tram siamo tutti dalla parte delle vittime, la sera davanti alla tivù troviamo molto più interessanti gli assassini. Anche perché loro sono vivi (è decisamente più facile identificarsi in un vivo che in un morto), possono parlare con la Leosini e spiegarsi a voce; mentre le vittime, uomini, donne e bambini, dormono dormono sulla collina, senza nemmeno uno straccio di epitaffio alla Spoon River che possa raccontarci il loro perché e percome.
E siccome «les absents ont toujours tort», alla fine sembra che un pochino se la siano cercata, quella brutta fine. Perché magari in vita erano cattivi o pesanti o gelosi o promiscui o innamorati o imprudenti o semplicemente erano lì al momento sbagliato e non se ne sono accorti in tempo.
«GLI ASSENTI HANNO SEMPRE TORTO». «Così va la vita, quelli che restano hanno sempre ragione, così va la morte, gli assenti hanno sempre torto», dice una canzone francese di Louis Chedid.
Ma il riferimento musicale più esatto per Storie maledette viene da Broadway. È il meraviglioso numero Cell Block Tango del musical Chicago, scritto nel 1975 e ambientato negli Anni 20, un inno grottesco e disincantato alla cronaca nerissima che diventa show, intrattenimento puro (rivedetelo nel film del 2002 con Renée Zellweger e Richard Gere).

«Ed ecco a voi le sei allegre assassine del braccio della morte», annuncia giulivo un presentatore, senza tailleur e piega alla Leosini. E, introdotte dalla carceriera Mama Morton compaiono in scena sei detenute processate per l'assassinio del compagno, con o senza rispettiva amante, che rievocano i loro delitti a tempo di tango.
Una ha fatto saltare le cervella al marito perché le faceva scoppiare il chewing-gum in faccia, un'altra l'ha avvelenato perché aveva scoperto che era un mormone poligamo, un'altra l'ha accoltellato stufa delle sue scenate di gelosia e così via.
IL CORO DELLE DETENUTE. «Se la sono voluta, devono incolpare solo se stessi, se voi aveste visto tutto scommetto che l'avreste fatto anche voi», cantano in coro le assassine, come se rispondessero a Franca Leosini e al suo pubblico. Che ascolta come «storie», racconti horror e pulp, vicende reali costate a persone vere morte e dolore.
«Entusiasmali, incantali, regalagli emozioni», consiglia il furbo avvocato Flynn a una delle assassine protagoniste di Chicago, in attesa dell'udienza decisiva, «e loro ti ameranno e ti chiederanno ancora di più, perché il tuo processo, e tutto il mondo (e, aggiungiamo, trasmissioni come Storie maledette) è un circo, un circo a tre piste».
IL RAGÙ DI MAMA FRANCA. Nella Leosini, valorosa e acuta giornalista, vediamo qualcosa sia dell'avvocato Flynn sia di Mama Morton, l'ambigua secondina che per le detenute-star è factotum e agente teatrale sui generis. «Se ti piace la mia salsa, metti pepe nel mio ragù», canta Mama alludendo al dare-avere con le sue protette.
Olindo e Rosa, Angelo Izzo, i fratelli Savi, le infanticide e gli uxoricidi passati dal suo quadernone aggiungono nerissimo pepe al ragù di Mama Leosini. Maledetto, e maledettamente goloso.

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