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ROCK E DINTORNI 8 Ottobre Ott 2014 1125 08 ottobre 2014

Le rockstar e il rapporto col cancro

Morrissey lo sfida. Da Zappa a Harrison ed Elton John. I grandi davanti al Male.

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Morissey.

L'ha annunciato al mondo: «Ho il cancro», ha detto Morrissey. Aggiungendo subito dopo che non gliene frega niente, che se muore, muore, vaffanculo.
Polemico pure con la malattia. In effetti si parla più esattamente di «tessuto canceroso recidivo», che comunque una bella scoperta non è mai. L'ironia sta nel fatto che la rockstar anglo-irlandese, sempre cagionevole, malsano almeno quanto incazzoso, è vegetariano, salutista e non ha mai abusato di sostanze.
LE ROCKSTAR E IL MALE DEL SECOLO. Comunque la sua spavalderia riecheggia quella di molti colleghi rockstar alla prese col Male del secolo (scorso, ma pure questo: secondo l'oncologo Veronesi, non si scappa). Storie dal finale a volte inevitabile, qualche volta lieto, accomunate da scampoli di poesia umana e, quasi sempre, da una costante.
Si pensa sempre che gli artisti, i musicanti siano privilegiati anche nella malattia perché costantemente controllati, monitorati, salvati dai loro stessi eccessi. Ma non sempre gli eccessi c'entrano, e non sempre le cure possono.
LA RESA DI FABER. Non ce la fece Fabrizio De André, che scoprì d'essere minato una sera sul palco, non riuscendo a coordinarsi con la chitarra. Non ce la fecero Giuni Russo e George Harrison, Ivan Graziani e in tempi recenti Enzo Jannacci, che si mostrò in pubblico con ciò che rimaneva del suo sorriso.
Come Lou Reed che proprio un anno fa ci lasciò tutti secchi. Non ce la fece, nel 1981, una cantante-conduttrice di sicuro avvenire, la esuberante Stefania Rotolo, cui poi Renato Zero avrebbe dedicato un ricordo struggente, Ciao Stefania.

I Ramones, gruppo punk dagli stravizi garantiti, sono stati decimati dal cancro ma dopo essersi sciolti, come se, venuta meno la ragione sociale, fosse evaporato anche il soffio vitale che in qualche modo li immunizzava.
BOB MARLEY E LE LEGGENDE. Quanto al re del reggae, Bob Marley, una vulgata un po' cretina attribuisce la morte, per leucemia, alle «troppe canne», la ganja che in Jamaica è liturgia e sacramento. Invece tutto partì dalla ferita a un alluce, a lungo trascurata, finché si dilatò in metastasi.
Syd Barrett, diamante pazzo dei Pink Floyd, da solo visse quasi tutta la vita, in compagnia della follia, e da solo morì, a 60 anni, aggredito al pancreas. Forse neppure si oppose.

Chi ce l'ha fatta: da Anastacia a Kylie Minogue

Kylie Minogue a The Voice Uk.

Ma c'è invece chi lotta, chi non si arrende mai e qui la costante è che questi Moloc che di pubblica esposizione si nutrono, passando la vita a difendere una residua privacy, danno regolarmente in pasto i loro momenti più critici, come appunto ha fatto Morrissey, quasi avessero bisogno del riscontro dei fan per prevalere.
Qui il pudore lascia spazio a una sorta di crowfunding della speranza. Della lotta contro il tumore di Anastacia, di Olivia-Newton John, di Kylie Minogue, tutte a quanto pare vincenti, il pubblico sa ogni momento.
LA BATTAGLIA DI SHERYL. Sheryl Crow ha annunciato pubblicamente di essere di nuovo insidiata, ma anche determinata a rivincere la sua battaglia. Particolare, e probabilmente sintomatico, il caso della cantante dei Roxette, Marie Fredriksson, che, uscita dalle terapie devastata, con problemi di espressione e movimento, riuscì lentamente a riprendersi suonando, esibendosi in pubblico, cogliendo, terapia suprema, più linfa vitale da ogni concerto.
QUEL MALE PROFESSIONALE. Molti, è chiaro, vengono insidati in gola, il punto più sensibile. Toccò a Elton John nel 1987, ne uscì ma la sua voce rimase più bassa, più gutturale. Rod Stewart racconta nella sua autobiografia di avere scoperto un tumore maligno alle corde vocali del tutto casualmente, e di essersene liberato chirurgicamente prima ancora di rendersi conto di cosa gli stava accadendo: e qui, più che di prevenzione, si può parlare di fortuna sfacciata, seppure anche Rod non si è più ritrovato quella voce prodigiosamente roca eppure cristallina.
LA FRETTA DI FREDDIE. Altri diedero in pasto alla vita, ai media, perfino la loro morte. Freddie Mercury, come tutti sanno, si arrese all'Aids, patologia infettiva peraltro messa in correlazione con una forma tumorale quale il sarcoma di Kaposi.
Sapeva di avere i giorni contati, ma ai compagni dei Queen diceva sempre: «Sbrighiamoci, debbo incidere tutto quello che posso finché ce la faccio». I video dell'ultimo disco, Innuendo, del 1991, recano la sua maschera più tragica e più vera, divorata dalla malattia.

La stessa che la più rockstar degli angeli danzanti, Rudolf Nuyrejev, «scelse» di non avere, di ignorare fino all'ultimo, continuando la pazzesca vita di sempre fino a che ebbe fiato per spenderla, e per ballare.
E se Keith Richards pretende di essere scampato alla stessa epidemia, che pure a suo dire l'avrebbe aggredito, «semplicemente essendo me stesso, perché ho un sistema immunitario coi controcoglioni», sua moglie, l'ex coniglietta di Playboy Patti Hansen, sconfisse a metà degli anni 2000 un doppio cancro con recidiva, al seno e al colon.
Keith in quel periodo era in tour, e, in controtendenza, non fece mai parola del dramma che lo coinvolgeva. Quanto a Charlie Watts, curatosi poco prima un tumore in gola, l'unica dichiarazione che di lui si ricorda è quasi comica: «Piantatela di guardarmi come se fossi già morto».
FRANK, ADDIO IN PACE. Frank Zappa era un salutista-tabagista, rifiutava le droghe ma viveva male, mangiava male, passava ore seduto a comporre. «Mi trovarono questo cancro alla prostata in ritardo, dissero che era lì da anni ma nessuno se n'era accorto». Già prostrato, diresse un concerto d'orchestra ma poi dovette rinunciare ai seguenti e un giorno, quando era alla fine, telefonò per disdire un appuntamento: «Non posso venire, perché sto morendo». Pareva uno dei suoi tanti sberleffi, e forse lo era.
Sul letto di morte, la moglie Gail gli chiese: «C'è qualche cosa che non hai portato a termine?». «No, ho fatto veramente tutto quello che dovevo», rispose Frank.

L'ultimo leone contro il male che ricordiamo qui è il grandissimo Tullio De Piscopo, che nella sua autobiografia Tempo!, raccontata in punta di bacchette, con tenerezza commovente, rivela del cancro terminale al fegato scoperto, ancora una volta, casualmente. Era condannato Tullio. Invece alla clinica Humanitas di Rozzano lo strapparono alla morte che già se lo portava via. Lunga è stata la convalescenza, ma l'anno scorso lui è tornato sul palco, a suonare per l'amico Pino Daniele. E quell'immenso pubblico partenopeo, che un altro uguale non ce n'è, quando Tullio è apparso, si è semplicemente alzato in piedi, tutta l'arena in piedi per un applauso muto e infinito. La rullata più bella di tutti i tempi.

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