Paolo Benvegnù 141020153359
NUOVE USCITE 20 Ottobre Ott 2014 1529 20 ottobre 2014

Benvegnù torna con Earth Hotel

Earth Hotel del cantautore milanese convince. E segue la scia di Hermann. Composto tra Italia e Balcani, è una poesia fredda. Autentica. E complessa.

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Ma non è vero che non cambia niente. Troppe cose si sfaldano, si perdono nell'immobilità dei giorni. Così troppi pezzi di noi. Quando poi si ritorna, quei pezzi non sono gli stessi, riagguantare i giorni fa lo stesso effetto che rientrare in una fotografia.
AUTORI DI RIFERIMENTO. Di Paolo Benvegnù conosciamo il seme del disagio, quell'innamorarsi di un autore, sia Giorgio Saviane (Il Mare Verticale), sia Camus (La Peste), naturalmente Melville (Hermann), adesso Stefan Zweig, impareggiabile mitteleuropeo profeta sciagura. E gli servono, ambiguamente, come prismi per leggere una realtà già traslata, travisata.
SULLA SCIA DI HERMANN. Di lui conoscevamo il seme della dissoluzione, il bisogno di punto e a capo per ritrovarsi in una semplicità rimpianta, per ritrovarsi in derelitta compagnia di sé. Ci è riuscito con questo Earth Hotel, che sviscera le declinazioni di un amore rosso insanguinato, carne e sangue?
No, non c'è riuscito. Quella semplicità è ancora da tornare. Questo è un album che continua la scia della complessità di Hermann e la condensa, la rende più intima, ma non la lascia.

Hermann era un disco sontuosamente spaccato come una mela, parte solo di Paolo, parte dei Benvegnù, il suo gruppo.
Earth Hotel, che risente tra l'altro di piccoli fragilissimi stravolgimenti nel gruppo, asciuga le derive, le riporta qua e là sotto i cieli de Le Labbra. Non al trasognamento ferito di Piccoli Fragilissimi Film: quei pezzi sono sparpagliati nel crescere lontano, mentre adesso i brandelli hanno la malizia dell'esperienza.


La verginità all'ascolto sconcerta: intuisci che ci sono mutamenti, ma non riesci subito a stabilirli nella scia di una carriera affermata. La voce s'è abbassata, a volte prende l'ascensore e scende di un'ottava come a voler testimoniare di un'età cruciale, i 50 anni dietro l'angolo.
IL RISCHIO DI CRISTALLIZZARSI. Si coglie l'intento di impostare le linee melodiche di conseguenza. La complessità, al confine con la complicazione, diventa sintomo e causa. Paolo Benvegnù si è guadagnato, si è meritato l'indiscutibilità di un pubblico neanche più di nicchia, non meno di una critica che ormai pende dalle sue labbra. Il pericolo, a questo punto, è cristallizzarsi nel paradigma di sé, ed effettivamente ascoltando Earth Hotel capita di riconoscere le coordinate di un artista.
TRA ITALIA E BALCANI. Questo è Benvegnù e nessun altro, e nessun altro è come lui. È un altro disco non immediato, non facile, di quelle spirali che ormai il pubblico si aspetta, e che canterà ai concerti senza poterle scioglierle fino in fondo: le canzoni di Paolo, il suo modo di condensare vita nella musica, hanno più strati di quanto non si sospetti, e sono figlie dei suoi umori cangianti al limite della bizzarria.
È un album, questo, ancora viaggiante, nella sua lunga sofferta genesi, a superare un iniziale blocco non creativo ma di intenzioni, assemblato tra l'Italia e i Balcani, un disco che cerca il freddo, e lo trova.
UN FREDDO MAI FRIGIDO. È un freddo mai frigido, torrido anzichenò, perché chi lo canta è uomo di passioni. Ma è un gelo che, se vuol tradire la glacialità di tempi dai contatti virtuali, frustrati e frustati, troppo spesso illusori, ci riesce benissimo fin dall'allucinante copertina: un casermone verticale, un termitaio che indovini deserto nel suo brulicare di vite che non si attraversano, che al massimo entrano in cortocircuito.
L'incipit di Nello Spazio profondo è già spirale mesmerica che inghiotte chi ascolta nelle eleganti evocazioni di un gruppo misconosciuto quanto grandioso come i King Cobb Steelie. Una Nuova Innocenza, primo singolo (con tanto di video), incombe di tensione oscura, bradicardica, con una progressione - «sai di me, e di te, carne e sangue» - irresistibilmente alla Benvegnù.


Nuovosonettomaoista è puro teatro, monologo recitante in cerca di una confessione aggressiva, polemica, dai sapori urbani Anni 70. Ed è inevitabile, dopo, veder rotolare il caos nell'agitazione più oscura, ripiegata, di Avenida Silencio, che prepara il respiro lirico, acustico di Life. Ma, ecco, con Feed The Distruction tornano le scariche ritmatiste, quel ricamare il tempo di Andrea Franchi, e l'elegia ora è per il distacco, il tono si fa profetico di sconfitta, di una resa che è lì, pronta ed esplode, quasi dolce, accettata, inesorabile, in Stefan Zweig.
QUELL'ECO DI BINDI. Eppure non è ancora tutto. In Divisionisti, una delle perle, potremmo veder affiorare da violini à la dEUS la meraviglia di un Umberto Bindi alle prese con le possibilità tecniche, le sensibilità di oggi. Orlando è appunto un fremito di quella semplicità che, a ritroso, s'inseguiva: è, nella bucolica apparente essenzialità, un capolavoro, perché strappa lacrime dagli occhi.
Qui Benvegnù riprende, ed è l'unico a poterselo permettere, il testimone lasciato cadere da Luigi Tenco. Lo preferiamo così che nelle sintesi sintetiche di Piccola Pornografia Urbana, che tornano alle intriganti compromissioni tra indie rock e quasi jazz fusion, cifra inconconfondibile del gruppo.
L'INTERROGATIVO E LA PACE. Prepariamoci ormai: Hannah arriva dove Mark Lanegan non sa più, forse non ha saputo mai spingersi; Sempiterni Sguardi e Primati è la fine che resta appesa, carne dell'anima, a un gancio a forma di punto interrogativo: quindi, la pace grondante.
Poiché il poeta vive per cercare, ama anche il dolore, ama stupirsi di ogni incontro, e di ogni treno abbandonato, e dello sfiorarsi dei gomiti che non colmeranno mai le attese. Non può non amare quell'impalpabile cadere di farfalla nell'anima, ogni volta che muore di una solitudine assurda e immedicabile.

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