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MUSICA 23 Ottobre Ott 2014 1213 23 ottobre 2014

Led Zeppelin, Stairway to Heaven e il plagio

Il successo dei Led Zeppelin copiato da Taurus degli Spirit. Ma sono tanti i casi più o meno noti di «ispirazione». Dagli Stones a Battisti e Renato Zero.

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Che cos'è il genio? Rifletteva il Perozzi nel primo episodio di Amici Miei. «È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione». E il plagio, che cos'è? Tutto il contrario: mancanza di fantasia e di intuizione, ma con altrettanta rapidità esecutiva.
«ANCHE MOZART COPIAVA». Detta così sembra facile, ma non c'è accordo neppure sul numero di battute utili a configurare lo scippo di note, se 4 o 8, e poi la Cassazione ha stabilito che l'assonanza fra brani non è sufficiente a sostanziarlo, e poi si sa le note sono 7 (in realtà molte di più), e la morale è che copiano tutti, o, se si preferisce, «anche Mozart copiava».
E qui scatta un trauma e crolla un mito. Perché, nel mare magno di furti con destrezza del talento altrui, non si salva neppure l'imperitura Stairway to Heaven: oggetto di una causa mossa, con qualche decennio di ritardo forse, dal Randy Craig Wolfe Trust, che poi si legge Randy California, che poi si legge Spirit, band compagna di viaggio dei Led Zeppelin che nel 1968 aveva inciso Taurus.


Le somiglianze ci sono, inutile negarlo. E Jimmy Page non si sogna neppure di smentirle. Casomai, aggiunge, loro ci hanno lavorato sopra. Perché - e questa, attenzione, è la difesa classica di tutti i presunti plagiari - se Taurus è rimasta Taurus, e Stairway è diventata empia liturgia, qualcosa vorrà dire.

Né si dica che i Led Zeppelin a quella si limitarono. Potrebbero offendersi.
IL VIZIETTO DEI LED. Loro attinsero a piene mani, diciamo, pure da Willie Dixon e la sua You Need Love, per Whole Lotta Love, da Jake Holmes, che si ritiene derubato di Dazed e Confused addirittura a partire dal nome, e via prendendo.
È il blues con i suoi derivati, questa immensità chiusa in uno steccato, che rende quasi inevitabili operazioni del genere. E, a dir la verità, nessuno se ne stupisce.
Keith Richards con nonchalance definì una volta Every Breath You Take dei Police «un rifacimento standard di Stand By Me» (coverizzata da Celentano nella mistica Pregherò), e peraltro sfacciatamente scopiazzata, non c'è dubbio, da Umberto Tozzi nel 1987 con Se Non Avessi Te.
CI CADONO PURE GLI STONES. E già il medesimo Tozzi aveva praticamente trasfuso tre anni prima Maniac, celeberrimo tema di Flashdance, nella sua Hurrà. Gli Stones stessi furono prede di un caso imbarazzante nel 1997, quando il loro singolo Anybody Seen My Baby fu in fretta e furia ristampato con i doverosi crediti a K.D. Lang, che cinque anni prima aveva fatto una Constant Craving prodigiosamente simile.

Il mentore degli Stones, Chuck Berry, fresco 89enne, vanta il primato fra gli altri di rocker maggiormente saccheggiato della storia, perfino dai Beatles (Come Togheter/You Cant'Catch Me) e dai Beach Boys (Surfin' Usa/Sweet Little Sixsteen).
TUTTA COLPA DEL RIFF. Questione di feeling e soprattutto di riff, è tutto un girare intorno alle stesse frasi musicali. Si lamentò una volta Ry Cooder che proprio Richards gli aveva «copiato tutti gli accordi»; l'altro lo mise a posto subito: «Lui da chi li ha presi?».
Ed è proprio così, c'è poco da fare, il rock è musica vichiana, corsi e ricorsi chitarristici.
Lo sanno gli Oasis di Cigarettes & Alcohol (derivata da Get It On di Marc Bolan & T Rex) e lo sa Iggy Pop che fregò Lust for Life agli Jet di Are You Gonna My Girl che da bravi l'avevano fregata alle Supremes le quali si rifacevano a uno standard perduto nella notte dei tempi...

Il mare delle ispirazioni è proprio magno, se ci entri non ne esci. Hotel California degli Eagles, altra pietra miliare, non fu accusata di essere We Used To Know dei Jethro Tull allo specchio? Sweet Home Alabama, paradigmatico capolavoro dei Lynyrd Skynyrd, non suona un po' troppo come Take The Money And Run della Steve Miller Band, incisa prima ma pubblicata dopo?
BATTISTI «ISPIRATO» DA YOUNG. Non si salva praticamente nessuno, né santi né Madonna, né, si dice, Lucio Battisti, che ne I Giardini di Marzo parse attingere da Mister Soul di Neil Young, mentre Gianni Bella rivendica qualcosa da Laura Pausini come da Nek.


Gigi d'Alessio e Zucchero sono enciclopedie di «ispirazioni»; Jovanotti, buonista buonista, li tallona (Springsteen, Ac/Dc, Alejandro Sanz tra i suoi preferiti), Albano coi suoi Cigni di Balaka campa di rendita sul plagio, questo bello e buono, che un Michael Jackson evidentemente già in difficoltà gli mosse per la Will You Be There
IL RIFACIMENTO ANNI 60. Gli Anni 60 scoppiano di queste operazioni, che allora fioccavano a metà tra la cover - ma si chiamava all'epoca «rifacimento» - e la fregatura bella e buona: nel senso che, quando un brano italiano infine emergeva come copia conforme di un successo estero, lo si giustificava come schietta operazione per sprovincializzare la cultura tricolore, importando la nuova musica d'Oltreoceano, bla bla bla. Un po' quello che fa Daniele Luttazzi con le sue battute migliori.
Ma alla Rete non si sfugge: ci sono siti carogna che vivono solo per il piacere perverso di inchiodare gli aspiratori alle loro aspirazioni. E si moltiplicano i casi.
Per cui a noi non resta che citare un paio di curiosi esempi sfuggiti perfino all'onnivora ragnatela del web.
VAUDEVILLE ZERIANO. Pochissimi sanno, per esempio, che il celeberrimo Triangolo di Renato Zero deve più di qualcosa a uno standard orchestrale americano Anni 30. Qui però, più che di plagio, si può, si deve parlare di vaudeville e oltre: la stessa linea degli archi, a cura di Piero Pintucci, omaggia chiaramente Trovajoli nel tema del Bajon del negro Zumbon (da Riso Amaro), mentre il congedo parlato, «Ma loro, dico loro, chi sono?», imita con gusto un altro Renato: Rascel.
QUEL DREAMER DIVENTATO SGUALDRINA. È il bello delle citazioni sottotraccia, che arricchiscono la musica. Sempre Zero, incise nel 1977 una strepitosa cover di Dreamer dei Supertramp, da lui stravolta in Sgualdrina. Uscì nell'album Zerofobia, ma all'epoca i dischi ci mettevano più tempo a sbarcare e così, quando Dreamer si sentì in Italia, Sgualdrina era già un successo. Tanto che, un giorno, all'entrata della Rca, qualcuno apostrofò il suo interprete: «A Renà: ce stanno 'sti stronzi de inglesi che t'hanno copiato...».

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