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LA MODA CHE CAMBIA 2 Novembre Nov 2014 1759 02 novembre 2014

Il lavoro nella vita reale, questo sconosciuto

In Italia c'è scollamento totale fra università e mercato. Un problema di limitazione all'accesso agli studi e di programmazione. Prendiamo esempio dalla Cina.

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Napoli: studenti impegnati nei test di ammissione alla facoltà di Medicina.

Christelle Meslé-Génin, dirigente della fondazione General Electric in Francia, qualche tempo fa ha lanciato l’iniziativa JobIRL, acronimo di Job in Real life, cioé ''Il lavoro nella vita reale''; il lavoro come non te lo aspetteresti, insomma, e che spesso, una volta liberato dall’involucro accademico o dai sogni trasmessi dai manuali fai-da-te, si rivela un po’ diverso da quello per cui si è studiato o che si credeva fosse il traguardo di una vita.
FOCUS SULLE PROPRIE AMBIZIONI. Attraverso la sua piattaforma, Génin mette in contatto ragazzi dai 14 ai 25 anni con professionisti, imprenditori, artigiani e creativi che svolgono qualcosa come 800 mestieri (tanti ne sono stati catalogati), dunque rispondenti a qualsiasi necessità o ideale, e nel suo obiettivo di «fare qualcosa per contrastare il tasso di abbandono nelle scuole di studi superiori e le università in Francia», ha già aiutato migliaia di ragazzi a focalizzare meglio le proprie attitudini e le proprie ambizioni.
«Se ogni persona attiva nel mercato del lavoro incontrasse almeno uno studente all’anno», dice, «tutti insieme rivoluzioneremmo il sistema educativo in Francia».
WELFARE NEI GUAI, COME DA NOI. A guardarlo, fa acqua peggio di quello italiano: ogni anno, 150 mila studenti lasciano le scuole superiori senza il possesso di un diploma, e il 56% delle matricole universitarie abbandona al primo anno o lo ripete in un altro corso di studi.
Dunque, anche in Francia, l’altra patria del welfare e dei diritti acquisiti o comunque acquisibili (e anche l’altro Paese sull’orlo del disastro economico), si inizia a fare i conti con la mancanza di un sistema di limitazione all’accesso agli studi.
In Italia c'è il solito, emblematico caso delle facoltà di medicina, il cui accesso a numero chiuso è stato bocciato dal Tar, ormai il tribunale degli accidiosi recidivi, cioè dei falliti lagnosi. Mentre in Francia l’ingresso al primo anno è libero e unico per tutte le professioni sanitarie per il primo anno, ma non vi è possibilità di recupero se si falliscono due volte gli esami al termine del primo ciclo.
La Francia però è alle prese anche con un problema di programmazione.
IN SVIZZERA E IN CINA RAGIONANO. Come del resto in Italia: scollamento totale fra università e mondo del lavoro. Qualcuno di voi sa di quanti ingegneri, quanti fisici, quanti chimici, anche di quanti ginecologi per carità, di quanti professori di filologia romanza anche, potrebbe avere bisogno questo nostro disgraziatissimo Paese da qui a 10 anni? Macché.
Altrove, invece, lo sanno o almeno lo presumono con una certa chiarezza: in Svizzera, per esempio, a uno studente mediocre viene comunque precluso il percorso accademico fin dall’adolescenza e quello brillante spronato e indirizzato verso gli studi che gli potranno offrire un futuro sereno e di soddisfazione. E voi direte bella forza, pochi milioni come sono.
Il fatto è che il governo lavora sulla programmazione professionale anche in Cina dove, lo ammetterete, gli abitanti sono qualcuno in più. Chiunque è liberissimo di studiare quel che preferisce, purché abbia dimostrato dal primo giorno di scuola di essere in grado di ottenere buoni risultati negli studi di alto livello e vi assicuro che una visita alla Tsinghua University di Pechino dimostra quale sia, questo livello di accesso, e quanto sia strenua la lotta per raggiungerlo.
SI SCEGLIE IN BASE AL MERCATO. Nessuno, però, sarebbe tanto pazzo da volere a tutti i costi diventare dottore in medicina senza la certezza di trovare lavoro al termine degli studi. Neanche se questo fosse il suo sogno, se non volesse fare altro nella vita e se avesse programmato tutta la carriera scolastica per il raggiungimento di questo obiettivo.
Pur a malincuore, valuterebbe altre opzioni, perché pesare sulla famiglia è fuori discussione, e sullo stato figurarsi.
«Forse inizierei a ripiegare su un’occupazione come infermiera, contando poi in un’apertura del mercato», dice sbarrando gli occhioni e in un ottimo inglese Kelli, come si fa chiamare dai visitatori occidentali per i quali il suo vero nome sarebbe impronunciabile, che ha 22 anni, e sta ultimando un master post-universitario in fashion management in mezzo ad altri giovani stilisti di cui alcuni, attorno ai 30 anni, gestiscono con la loro società un centinaio di negozi a proprio nome sparsi sul territorio (eh sì, 100 monomarca a 30 anni: fa impressione eh? Quando i nostri giovani stilisti sono attorno ai 40 e non hanno ancora trovato un produttore).
ALL'UNIVERSITÀ ARRIVA SOLO IL 5%. Ma il problema del contenimento delle proprie ambizioni, per Kelli come per milioni di altri, semplicemente non si pone: all’università, che ha comunque livelli di studio molto più differenziati dei nostri, arriva solo il 5% degli studenti.
«Per le famiglie è un grande risultato, una festa straordinaria», dicono.
Il legame con i professori, poi, durerà tutta la vita: chiunque insegni qualcosa, il portatore di conoscenza, purché sia un buon maestro è degno di rispetto.
GLI USA? COMPETIZIONE E BORSE DI STUDIO. Al capo opposto della “catena della conoscenza”, gli Stati Uniti, non va diversamente: l’accesso all’università è competitivo allo stremo (ci si inizia a preparare alle selezioni due anni prima in media), caro al punto che alcuni studenti contraggono debiti per i successivi 20 anni (la retta media è di 60 mila dollari all’anno), ma anche sostenuto da borse di studio per gli studenti meritevoli a vario titolo.
Il fratello minore di un’amica carissima che lavora nell’ufficio stampa di un grande gruppo di moda, buono studente ma soprattutto ottimo giocatore di pallanuoto, è arrivato negli Stati Uniti grazie a un programma di scambio universitario per un anno, ma spera di non andarsene più.
Anzi, punta sulle proprie capacità in vasca per garantirsi la copertura totale delle spese. Pare che abbia buone chance di farcela. E nessuna intenzione di ricorrere al Tar per vedersi concedere per forza un diritto che sa conquistarsi con le proprie forze.

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