Anniversari 2 Novembre Nov 2014 2059 02 novembre 2014

Le tante morti di Pasolini

Dopo 35 anni è ancora mistero sul suo delitto.

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foto La Presse

Ogni anno, tra il giorno di Ognissanti e quello dei Morti, l’Italia si ritrova a celebrare l’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta nel 1975 all’Idroscalo di Ostia.
Tra agiografi e critici, tra vecchi e nuovi discepoli, tra amici e nemici di allora, lo stuolo di parole e posizioni diverse che la sua figura intellettuale è ancora capace di generare, contraddice paradossalmente la tesi uno dei suoi saggi più famosi, Osservazioni sul piano sequenza, contenuto in Empirismo Eretico (Garzanti, 14.50 euro, 300 pagine), pubblicato nel 1972.
Nello scritto Pasolini sosteneva che «la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi e li mette in successione, facendo del nostro presente [...] un passato [...] linguisticamente ben descrivibile». Per l’intellettuale friulano, però, sembra essere valso il contrario. Non solo per la critica scaturita dalle sue opere o dalle sue battaglie giornalistiche. Nemmeno le modalità in cui è avvenuto il suo omicidio hanno un punto di vista comune.
Proprio la notte all’Idroscalo, con i suoi tanti punti interrogativi, fa dello scrittore una delle figure tragiche per antonomasia del Novecento italiano. Il cadavere irriconoscibilmente martoriato disteso sulla sabbia di Ostia, forse una delle immagini più macabre dell’Italia degli anni ‘70, è ancora fonte di tante domande senza risposte. Come e da chi fu ucciso? Perché? Fu un omicidio nato casualmente in un contesto di borgata o un’esecuzione politica? Negli anni le versioni sulla fine di Pasolini si sono susseguite come in un giallo pieno di colpi di scena e senza soluzione di continuità.

Ipotesi 1: Pelosi, omicida per autodifesa

C’è una verità giudiziaria secondo cui il poeta fu massacrato dal reo confesso Pino Pelosi, detto Pino “La Rana”, ragazzo di vita 17enne che quella notte, per salvarsi da un improvviso raptus di violenza di Pasolini, decise di difendersi fino alle estreme conseguenze, fuggendo poi con l’Alfa 2000 dell’uomo che lo aveva adescato, nella quale fu fermato dalla polizia poche ore dopo.
Se la sentenza di primo grado, che condannava Pelosi a nove anni di galera, lasciava spazio alla partecipazione di ignoti al delitto, la Corte d'appello e la Cassazione non ipotizzarono alcuna altra ipotesi: ad ammazzare il poeta fu solo il ragazzo.
Una versione contestata perché zeppa di incongruenze. I parenti e gli amici più stretti ritenevano poco credibile che un adolescente di 60 chili riuscisse da solo a massacrare un uomo adulto senza riportare lividi e senza rimanere macchiato di sangue, quando il corpo della vittima ne era completamente coperto.
Rimanevano dubbi anche su un maglione e un plantare trovati nell'Alfa che non appartenevano né a Pasolini né a Pelosi, come sulle impronte di sangue nel tetto dell’auto dalla parte del passeggero, visto che l’omicida, secondo il giudice, era uno solo. Quesiti a cui, finora, non sono state date risposte ufficiali.
Uno dei pochi a credere a questa versione dei fatti è sempre stato il poeta Nico Naldini, cugino dello scrittore, il più grande sostenitore della morte “casuale” di Pasolini, figlia di una serata sfortunata, avvenuta in un contesto “proibito”, cioè quello di un uomo adulto che adesca un minorenne per scopi sessuali, in cui qualcosa va storno e la situazione degenera fino al delitto.
A smentire la sentenza, però, fu lo stesso Pelosi nel 2005, durante la trasmissione Ombre sul giallo, quando, negando per la prima volta di essere l'esecutore del delitto, svelò che ad ammazzare il poeta furono tre persone con un «forte accento del Sud» a lui sconosciute, e che fu costretto a mentire in sede processuale perché minacciato. Una nuova testimonianza che, invece di chiarire, infittì ulteriormente il mistero.

Ipotesi 2: un massacro in stile Circeo

L’uccisione di Pasolini avvenne nel pieno degli anni di Piombo. Gli omicidi politici erano all’ordine del giorno, come le violenze negli ambienti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. A questo contesto di odio appartiene un’altra lettura dell’omicidio di Pasolini.
Un delitto di matrice neo-fascista, che sarebbe stato compiuto per punire un intellettuale comunista e omosessuale. Un’aggressione magari nata come un semplice pestaggio, poi degenerata, vista la strenua difesa del poeta friulano, come accertato dai referti della polizia.
Un caso accostabile, quindi, a quello di Franca Rame, la moglie di Dario Fo, che nel 1973 fu rapita e violentata da un gruppo di appartenenti all’estrema destra che volevano “dare una lezione” alla militante di sinistra. Qualche mese prima dei fatti dell’Idroscalo, poi, avvenne a Roma un altro fatto di sangue passato agli onori (se di onori si può parlare) delle cronache: il massacro del Circeo. Tre giovani neofascisti pariolini, Giovanni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, seviziarono due ragazze, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, per 48 ore. Solo la prima riuscì a sopravvivere a una furia degna di Arancia Meccanica.

Ipotesi 3: Pasolini vittima di un agguato

A complicare ulteriormente la versione ufficiale del delitto è stato il cineasta Sergio Citti, che nei giorni subito dopo l'omicidio girò un filmato all'Idroscalo e ricostruì le dinamiche dell'aggressione seguendo le indicazioni di un testimone oculare che non volle apparire.
Il documento non fu mai utilizzato in sede processuale e riemerse dall'oblio nel 2005 quando Guido Calvi,storico legale di parte civile per l'omicidio Pasolini, insieme al regista Mario Martone, decise di intervistare Citti, facendogli commentare il contenuto del suo video (vai al documento).
Il regista cercò di dimostrareche il pestaggio avvenne per mano di più persone, confermando così la nuova versione di Pelosi, e parlò chiaramente di un esecuzione premeditata.
Citti spiegò inoltre che, nei giorni antecedenti il delitto, Pasolini stava cercando di recuperare le pizze rubate del suo ultimo film, Salò e le 120 giornate di Sodoma, di cui era stato chiesto il riscatto, e si recò all’Idroscalo proprio perché convinto di poterne tornare in possesso in maniera pacifica, finendo però vittima dell’agguato mortale.
Il cineasta mise anche in discussione la versione secondo cui Pasolini fu investito dalla sua stessa automobile, precisando che al momento dell’aggressione, sempre secondo il testimone oculare, erano presenti due macchine e che quella che investì il poeta non sarebbe stata l’Alfa 2000, ma l'altra vettura.
Nell'aprile di quest'anno, Calvi ha consegnato il documento al pubblico ministero Francesco Minisci della procura di Roma, titolare della nuova inchiesta sulla morte dello scrittore.
Ad avvalorare l'ipotesi di Citti, sempre all’inizio del 2010, è arrivata la testimonianza improvvisa di Silvio Parrello, ex ragazzo di vita, che ha dichiarato al pm Minisci che la vettura che uccise Pasolini era stata riparata qualche giorno dopo l'omicidio da un carrozziere del Portuense dopo che un collega si era rifiutato di rimetterla a nuovo, perché sporca di sangue.

Ipotesi 4: il poeta ucciso perché sapeva troppo

La tesi più dietrologica sulla fine di Pasolini trae origine dal suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto, Petrolio (Einaudi, 12,20 euro, 591 pagine), un’opera sperimentale, in forma di appunti, ma anche un romanzo-inchiesta che voleva fare luce sull'intreccio tra politica, finanza e poteri occulti nell’Italia di allora. E sarebbero stati proprio i “poteri forti” a decidere di eliminarlo, inscenando il delitto in un contesto di prostituzione.
In particolare, l’opera puntava il dito contro Eugenio Cefis, controverso numero due dell’Eni, affarista iscritto alla P2 che prenderà il posto di Enrico Mattei, fondatore a capo della grande azienda energetica pubblica, morto in circostanze misteriose nel 1962 in un incidente sul suo jet privato. Pasolini non solo descriveva Cefis (il cui alias romanzesco è Aldo Troya, mentre Mattei era Ernesto Bonocore) come un affarista senza scrupoli, ma lo indicava anche come mandante dell’omicidio Mattei. Inoltre, l’opera svelava, con 25 anni di anticipo, le ombre dietro la strategia della tensione nell’epoca stragista del nostro Paese. Un accurato lavoro di ricerca, in parte annunciato nel celebre articolo Che cos'è questo golpe? apparso sul Corriere della Sera nel 1974 (ascolta il testo dell'articolo).
Una lettura del delitto che potrebbe essere catalogata con noncuranza insieme alle tante versioni che restituiscono nuove sfumature alla storia d’Italia. Ma che, negli anni, ha continuato ad aggiornarsi con nuovi capitoli. Vincenzo Calia, magistrato della Procura di Pavia, nel 1994 decise infatti di riaprire il caso sulla morte di Mattei proprio alla luce delle analisi contenute in Petrolio. Lo stesso Calia nel 2001, si occupò anche dell’omicidio di Pasolini, sostenendo la tesi secondo la quale lo scrittore sarebbe venuto a conoscenza dei mandanti dell’omicidio dell’imprenditore. Il magistrato chiese anche di accertare il presunto collegamento tra gli assassinii di Mattei, del giornalista Tullio De Mauro, scomparso mentre lavorava alla sceneggiatura di Francesco Rosi per il film-inchiesta Il caso Mattei, e dello stesso Pasolini. L’ultimo colpo di scena risale al marzo di quest’anno quando Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl, ex numero uno di Publitalia e fondatore di Forza Italia, ha dichiarato di aver ritrovato il frammento Lampi sull’Eni, capitolo centrale contro Cefis di Petrolio, andato perduto subito dopo la morte dello scrittore.
Anche il senatore Pdl ha definito le pagine pasoliniane «inquietanti perché si legano alla storia del Paese, alla vicenda Eni, alla morte misteriosa di Mattei e di Pasolini stesso».
Dell’Utri, noto bibliofilo che sostiene anche di aver ritrovato, smentito però dagli storici, i diari di Benito Mussolini, promise di rendere noto il documento il 12 marzo 2010 alla Mostra del libro di Milano ma, all’apertura della manifestazione, si presentò a mani vuote, sostenendo che la persona che era gli aveva mostrato quei fogli era «scomparsa, impaurita dal clamore mediatico suscitato dal caso».

Ipotesi 5: un suicidio artistico

Tra i teorici della morte di Pasolini forse il più originale e contestato è Giuseppe Zigaina, pittore molto noto e amico di una vita dello scrittore. L’artista di Cervignano del Friuli va oltre le tesi del complotto.
Rifacendosi al saggio Osservazioni sul piano sequenza, infatti, sostiene che Pasolini avrebbe progettato la propria morte con lo scopo di rendersi artisticamente immortale. Una sorta di sacrificio, sceneggiato dalla stessa vittima, per diventare un martire ed entrare nel mito.
Il suo progetto più trasgressivo, secondo Zigaina, di cui Pasolini non avrebbe parlato con nessuno, lasciando però una serie di indizi nascosti nelle sue opere.
Il pittore ha pubblicato un’ampia pubblicistica in cui, con precisione certosina, ha analizzato tutto lo scibile pasoliniano, scovando e decriptando “messaggi nascosti” dal poeta.
Un complicato quanto affascinante percorso che porta direttamente alla notte dell’Idroscalo, guarda caso a Ostia (Hostia in latino significa vittima sacrificale) proprio nel giorno dei Morti, festività sacra.

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